domenica, Settembre 19, 2021

Emperor di Peter Webber: una storia giapponese

Presentato a Toronto 2012, Emperor di Peter Webber mette in scena quella che si può a ragione definire la più dolorosa spina nel fianco della storia giapponese.
Breve segmento di dieci giorni, sul finire dell’estate del ’45, il focus è su uno dei momenti chiave della storia del mondo, quando, dopo la resa senza condizioni del Giappone agli Alleati firmata nella rada di Tokyo, fu necessario decidere sul futuro della nazione.
In quella circostanza si trattò soprattutto di stabilire cosa fare di lui, il Sole, incarnato nella figura dell’ imperatore Hirohito, 124° discendente della Dea del Sole, figlio di Taisho, nipote di Meiji, sul trono dal 1926, inizio dell’ era Showa o “della pace illuminata”. Consegnarlo ad un tribunale internazionale per crimini di guerra? Processarlo e procedere a sicura impiccagione insieme con i ministri del suo governo? Oppure far prevalere considerazioni più pragmatiche di real politik nel timore di una mobilitazione generale di tutta la nazione, devota al suo Sovrano al di là di ogni ragionevole dubbio sulle sue responsabilità nei disastri della guerra e della sconfitta? Questioni di tattica politica non da poco agitarono in quei giorni tutto lo Stato Maggiore statunitense di stanza a Tokyo, città devastata dai bombardamenti, spettrale e silenziosa, ricostruita ad Auckland, Nuova Zelanda, con buona aderenza alla verità storica.

Un ottimo staff di fotografi, scenografi e addetti agli effetti speciali ha ricostruito un clima impossibile da riprodurre sul suolo originale, oggi totalmente trasformato dagli uomini e dalla natura. Co-produzione nippo-americana, evento abbastanza inconsueto nella storia del cinema, Emperor, va detto subito, non intende chiamare a confronti con Il Sole di Sokurov. Altre sono le intenzioni e, indubbiamente, altro il livello. Emperor è un film che si muove tra realtà e finzione con buona attenzione alla ricostruzione documentaria.

L’ innesto romanzesco è accettabile, non crea frizioni con il resto della storia, serve solo a collocare il film nella categoria appropriata del buon prodotto cinematografico che, però, non scriverà un capitolo della storia del cinema. La sfortunata storia d’amore del generale Bonner Fellers, braccio destro di MacArthur comandante in capo, con la bella giapponesina vittima delle bombe americane (generale a cui Matthew Fox dà quel giusto mix di umanità e dedizione alla causa che decenni di cinema americano hanno messo a punto alla perfezione) è raccontata con discrezione. Eriko Hatsune, giovane new entry dello star system giapponese, riesce a non tradire la lunga, indimenticabile schiera delle giovani eroine di Ozu e Mizoguchi, e tentazioni oleografiche sono accuratamente dribblate da un racconto asciutto, a momenti addirittura scarno. Era il mattino del 15 agosto del ’45 quando Hirohito si presentò al Generale MacArthur: “Io vengo davanti a Lei, Generale MacArthur, per offrire me stesso al giudizio delle Potenze che Lei rappresenta, come colui che porta l’esclusiva responsabilità per ogni decisione politica e militare adottata e per ogni azione compiuta dal mio popolo nella condotta della guerra”.

Da quel momento la storia del Giappone non fu più la stessa, un impero di duemila anni era crollato, tante cose dovevano ormai cambiare, tanti non l’accettarono e si uccisero, tanti si adeguarono ai nuovi usi e costumi. Tommy Lee Jones dà al suo personaggio un’interpretazione all’altezza della sua fama.
Il generale Douglas MacArthur, allora addirittura in odore di presidenza degli Stati Uniti, è stata la figura più “cinematografica” della storia militare statunitense, di quegli eroi american style che sembrano nati per lo schermo più che per la storia vera, pur avendola determinata molto, la storia vera. Implacabile e determinato, vanitoso oltre ogni misura e ambizioso come ogni americano che conti, di formidabile intelligenza unita ad un fiuto politico non comune, prese la decisione giusta e la sua foto con Hirohito fu un capolavoro di politica condotta con altri mezzi, la multimedialità, l’immagine, la costruzione virtuale di un mondo da dare in pasto alle masse. Hiroshima, Pearl Harbor e Nagasaki erano ormai alle spalle; il 6 agosto del 1945 alla “luce di mille soli” nulla rimase “…della scolara di Hiroshima”.
Bisognava ricominciare.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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