Flesh & Fuel di Pierre Le Gall: recensione – Cannes 2026

Nel mondo dei trasporti su gomma il viaggio, movimento necessario per la circolazione delle merci, non produce esperienza e consuma corpi in una continua accelerazione dei processi logistici. Pierre Le Gall indaga i presupposti della tenerezza nella relazione tra due uomini che cercano di sottrarre durata al tempo del lavoro. Su Flesh & Fuel, visto a Cannes nella sezione della 65/ma Semaine de la critique

Il primo lockdown sembra abbia fatto da spunto a Pierre Le Gall per scrivere il soggetto del suo primo lungometraggio, e se il lavoro dei camionisti assumeva per lui un ruolo essenziale alla coesione sociale di quel periodo, ciò che in qualche modo il regista francese ha avuto modo di sperimentare successivamente con una ricerca sul campo, è la coesistenza tra una comunità ricca di potenziale empatia e i modi in cui la vita filtra con difficoltà attraverso la struttura concentrazionaria di organizzazione del lavoro.

Una condizione non nuova e allo stesso tempo non dissimile da quella sperimentata da ognuno di noi durante l’isolamento obbligato.

In quel contesto lavorativo, il viaggio, movimento necessario per la circolazione delle merci, non produce esperienza e consuma corpi in una continua accelerazione dei processi logistici.
L’attraversamento di spazi e distanze considerevoli, può offrire l’illusione che qualsiasi storia possa germogliare sulla strada, ma quel percorso di conoscenza che caratterizza quasi ogni film On the road, anche il più nichilista, viene azzerato da una temporalità decisa di volta in volta dai tempi del mercato.

Un tema che sarebbe piaciuto a Laurent Cantet e che Le Gall declina in modo personale, cercando nell’angustia degli spazi infrastrutturali che caratterizzano la vita di un camionista, quelle ore perdute che consentano di evadere da una contrazione asfissiante.

Ciò che allora sembra produrre una torsione tragica, dove l’orizzonte della strada è sempre uguale a se stesso e gli spazi deputati allo scambio sono le aree di parcheggio al margine dei colossi industriali, gli autogrill, le pinete sotto i raccordi autostradali, le aree di servizio, tutti illuminati dall’iperrealtà dei neon notturni, prende una piega diversa quando il francese Étienne incontra il polacco Bartosz, camionista abituato a coprire lunghe distanze fuori dai confini nazionali e con un approccio più vitalistico rispetto alle attitudini fugaci e disilluse del collega francese.

L’incontro in un boschetto per scambi erotici clandestini consumati sotto la luce lunare, introduce da subito il punto di vista queer in una dimensione percepita come fortemente machista.
Tutto il film è allora determinato da una descrizione capillare di luoghi e itinerari che ostacolano l’espressione dei corpi e dei sentimenti, mentre il confronto tra i due uomini si fa strada nel tempo sottratto allo spazio e dentro gli abitacoli di queste case ristrette su ruote, che aggregano oggetti e frammenti di una via vissuta altrove rispetto all’anello dei percorsi obbligati.

Ed è proprio Étienne, tra i due quello che non riesce a sopportare la distanza e la brevità degli incontri, ad infrangere più di una volta regole e barriere architettoniche. Incapace di vivere con la leggerezza di Bartosz, più abituato per necessità ad adattarsi a sistemi organizzativi e climatici eterogenei, cerca di attivare residui di vita oltre i labirinti di cemento che ne alienano la piena realizzazione, in una lotta impari tra il rispetto degli obblighi lavorativi e la ricerca impossibile di un’eccedenza.
La cabina di guida dove si consumano gli amplessi, mette insieme la brutalità funzionale e necessaria del solo spazio condivisibile privatamente, con la goffa tenerezza di due corpi che espongono, più che altrove, una commovente fragilità.

E la vulnerabilità diventa ancora più percepibile quando Le Gall costruisce per accumulo una tensione che sembra esplodere da un momento all’altro, tra la necessità di andare contromano e l’ineluttabile direzione di percorrenza determinata dal cemento.

Tutta la drammaturgia del film è allora concepita per piccoli scarti, asimmetrie imprevedibili che erompono nell’organizzazione ad orologeria dei trasporti, brevi violazioni delle regole, una delle quali a rischio della propria vita, per sottrarre il tempo della distanza alla concezione logica dello spazio.

D’altra parte, Bartosz, capace di vivere i propri sentimenti anche senza necessità stanziali, ha adattato la perdita di legami con il territorio e con la possibilità di esperirlo nel tempo, alla velocità con cui attraversa tutta l’Europa senza mai vederla veramente, se non attraverso i non-luoghi funzionali all’architettura del lavoro.
Ma se gli spazi di transito della surmodernità, per farla con Marc Augé, sgretolano memoria e radicamento, Le Gall introduce una variante inattesa mostrandoci una resistenza vitalistica, che si traduce nella riappropriazione erotica e affettiva degli spazi deputati alla produzione.

Quella che sarebbe una compressione permanente del tempo soggettivo, dove i margini di guadagno sono destinati a verificarsi nella progressiva accelerazione del tempo, può essere disattesa solo sottraendo durata, rubando al gioco delle parti tra industria e lavoratori il controllo e l’organizzazione dei corpi.

Il romanticismo di Gall emerge allora dal teatro meno adatto alla fioritura dei sentimenti, ma è proprio la scelta soprattutto visuale di un contesto dove il tempo aperto e nomadico del viaggio viene ricondotto ogni giorno alla disciplina del lavoro, a consentire il sabotaggio che solo un contro-campo può introdurre, infrangendo i meccanismi dell’isolamento.
Vivere e amare, invece di produrre.

[ Foto dell’articolo – Flesh and Fuel, fotogramma concesso da Ufficio Stampa The Pr Factory (Barbara Van Lombeek) per copertura Cannes 2026 ]

Flesh & Fuel di Pierre Le Gall (Du fioul dans les artères – Francia – Polonia 2026 – 91 min)
Interpreti: Alexis Manenti, Julian Świeżewski, Armindo Alves De Sa, Julie Duclos, Bernard Debreyne
Sceneggiatura: Pierre Le Gall, Camille Perton
Fotografia: Antoine Cormier
Montaggio: Xavier Sirven
Musica: Paul Sabin

Michele Faggi
Michele Faggihttps://www.indie-eye.it/cinema
Michele Faggi è il fondatore di Indie-eye. Videomaker e Giornalista regolarmente iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, è anche un critico cinematografico. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e nuovi media.

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