Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il regista newyorchese Noah Baumbach rinnova la collaborazione con Greta Gerwig per un racconto di formazione senza evoluzione, dove il provvisorio regna sovrano e dove tutti chiedono disperatamente di essere guardati. 

Di

That’s what I want out of a relationship, or just life I guess…love

Con il suo morbido b/n digitale e la sua colonna sonora un po’ ruffiana (da David Bowie agli Hot Chocolate, da Mozart a George Delerue), Frances Ha si potrebbe facilmente scambiare per una compiaciuta istantanea che fotografa quella linea d’ombra che si colloca fra gli anni post-universitari e l’ingresso, complicato e distopico, nella vita adulta, con il suo corredo di lavoro, sentimenti consolidati e testa sulle spalle. Al centro le idisiosincrasie di una ballerina newyorchese, una ventisettenne che beve troppo alle feste e discetta del nulla, mentre cerca affannosamente il proprio posto nel mondo. Eppure, al di là della patina hypster, c’è un cuore che batte.

Il regista è Noah Baumbach che, dopo essersi fatto notare con l’autobiografico Il calamaro e la balena e con il comedy-drama Lo Stravagante mondo di Greenberg, rinnova la collaborazione con la trentenne Greta Gerwig, talento da stand-up comedy e personaggio chiave del cinema indipendendete targato Mumblecore, di recente approdata anche nel circuito main stream.

Co-sceneggiatrice e protagonista assoluta della pellicola, virtualmente presente in ogni inquadratura, Greta Gerwig – filmata con amore e devozione dal regista e compagno – sta a Frances Ha come il sole sta alla terra, confermandosi uno dei talenti più interessanti della sua generazione.

Con un’aria scanzonata da nouvelle vague, le prime scene, sulle note di George Delerue, si aprono su una storia d’amore, quella fra Frances Halladay e l’amica del cuore Sophie, con la quale condivide un appartamentino a Brooklyn. Quando Sophie decide di non rinnovare il contratto per spostarsi nel più ambito quartiere di Tribeca, Frances trova una sistemazione abbordabile a Chinatown. In una sorta di tragicomica discesa, che diventa una peregrinazione di casa in casa, fino all’improbabile approdo in un dormitorio universitario per il quale è, ormai, fuori tempo massimo, l’undatable Frances si ritroverà sempre più senza soldi, mentre l’unica parvenza di lavoro (because I don’t really do it) va sgretolandosi.

Celata nel rapporto accidentato con Sophie c’è la chiave del film. Frances cerca disperatamente di farlo funzionare, ma non trova il ritmo giusto, sbaglia, incespica. Dopo aver scoperto che una sempre più lontana Sophie si sta trasferendo in Giappone con il fidanzato, Frances, semiubriaca, lo sussurra: è questo quel che vuole, da una relazione o, in fondo dalla vita. E’ quella scintilla di perfetta sintonia, quando lo sguardo di due persone che si vogliono bene e sanno di volersene si incrocia attraverso una festa, mentre tutti e e due stanno parlando con altri e si sfiorano da lontano (“because that is your person in this life”). Qualcosa che può accadere soltanto in pubblico, pur restando privato. E’ un attimo, ma vale una vita.

Frances perde la sintonia con Sophie e la sincronia con l’esistenza nel suo complesso. I suoi sempre più goffi tentativi di infilarcisi, la fanno rimbalzare più indietro, inclusa una ben poco consolatoria fuga parigina, in cui la Tour Eiffel resta un faro lontano e gli amici chiamano troppo tardi, mentre Frances spende tutti i suoi soldi e passa la maggior parte del tempo a dormire dopo aver ingurgitato sonniferi per il jet lag. Altro che Nouvelle Vague.  Eppure un po’ di luce c’è. Quella sintonia perduta appare per un attimo, non a caso dopo un riuscito spettacolo di danza, quando Frances incrocia per un istante lo sguardo sorridente di Sophie, “my best friend”.

Mantenendo il suo impianto aereo, fatto di frammenti di vita quotidiana e dialoghi interrotti, nell’alternanza calibrata fra interni ed esterni, Frances Ha diventa un manifesto, ironico e amaro, di una generazione che parla un sacco, ma fatica a guardarsi allo specchio. Siamo a New York, ma lontanissimi dai grattacieli di Midtown. Il bianco e nero sembra proiettarci fuori da una dimensione temporale precisa, eppure il film è ancorato al presente. I miti in formato anni ’80 e ’90 hanno perso mordente, e ci si ritrova un po’ soli, sospesi fra un’immagine romantica di se stessi – andrò a Parigi nel week end, e leggerò Proust, e prima forse imparerò il francese – e le strade senza sbocco di un presente in cui all’aspirante ballerina è offerto un posto da segretaria.

Il passato ritorna attraverso gli omaggi cinefili, al cinema francese degli anni ’60 in primis, evocato anche nell’impiego delle musiche di Antoine Duhamel o Jean Constantin, ma soprattutto ripercorso nella costruzione delle inquadrature e nella scelta di personaggi in divenire, precari, al tempo stesso incerti e intensi, con Frances che sembra un Antoine Doinel in chiave femminile, con qualcosa delle Girls (da qui arriva l’attore Adam Driver, che interpreta il personaggio di Lev Shapiro) di Lena Dunham. In più c’è il cinema di Carax – con Frances che omaggia Denis Lavant (Mauvais sang), correndo per le strade al ritmo di Modern Love di Bowie –, Woody Allen (e Gordon Willis), e Cassavetes (Faces sopra tutti), passando per la slapstick comedy. E’ infatti il corpo in perenne movimento di Greta Gerwig il centro propulsore di un film che si costruisce attorno a lei, alla sua fisicità buffa e frenetica, esaltata dal piano americano e dalle inquadrature frontali.

Frances Ha è un racconto di formazione senza vera evoluzione, dove il provvisorio regna sovrano e dove tutti chiedono disperatamente di essere guardati, in costante tensione fra un tranquillizzante “sistemarsi” e la consapevolezza che si sta diventando il contrario di quel che si voleva per se stessi e che la storia che ci racconta prima di addormentarsi (conquisteremo il mondo) sta diventando sempre più difficile da realizzare.

Sofia Bonicalzi

Noah Baumbach
Frances Ha
USA - 2012

Con Greta Gerwig, Mickey Sumner, Charlotte D'Amboise, Adam Driver, Micheal Zegen
Durata 86 min