Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Riconsegnare alla natura il suo contenuto misterico e cultuale. Quello di Ana Shametaj è un documentarismo che si lascia misurare da ciò che vede, esplorazione incantata di un segreto lasciato intatto. "Gli Indocili" ha vinto il Gran Premio ad Asolo Art Film Festival 2019. La recensione 

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Dodici giovani interpreti, una poeta e un regista trascorrono insieme tre mesi in un teatro in mezzo al bosco. Ogni giorno la poeta Mariangela Gualtieri scrive versi facendosi ispirare dalle ragazze e i ragazzi. Il gruppo di attori è allenato dal regista Cesare Ronconi a diventare un coro, un corpo unico e compatto in scena. Allo stesso tempo ogni attore è spinto a penetrare nella propria solitudine. La foresta invernale attorno al teatro diventa il labirinto da fronteggiare dove perdersi e trovare quello che si stava cercando (Catalogo Asolo Art Film Festival 2019)

Gli indocili mette in scena due tipologie contradditorie di intervento artistico interpretandole attraverso la regia. Le inquadrature iniziali descrivono in primis la formalizzazione del mondo ambiente: il montaggio scandisce come l’orizzontalità vergine del paesaggio naturale venga spezzata dalla verticalità della presenza umana, che impone poi la propria personalità visiva con il ribaltamento dell’orizzonte. La restante parte del film invece si dedica alla deformalizzazione del contesto: la costruzione connotativa scompare e dominano quadri naturali a montaggio interno. Da come si evince dal disequilibrio strutturale, la regista Ana Shametaj è molto più interessata al secondo tipo di intervento creativo: il primo momento mostra le modalità con cui la rappresentazione artistica si introduce nella natura, misurandola e modificandola secondo il proprio punto di vista, solo per chiarire da cosa il film cercherà di allontanarsi, per identificare il contrario della reale affermazione. Non si tratta solo di ragioni strutturali, ma di una vera preferenza; lo sguardo mette in scena la formalizzazione per distanziarsene, per comunicare il distacco dalla razionalizzazione formale usuale e l’approdo a un altro livello.

Questo altro livello è presente sia nelle azioni dell’oggetto in scena – la compagnia teatrale di giovani ragazzi guidata da una poetessa (Mariangela Gualtieri) e da un regista – sia nella grammatica della rappresentazione. È questa forse la grande intuizione visiva del film: agire con la stessa intenzione con cui i rappresentati agiscono sul mondo, formando un vero e proprio cerchio concentrico, una aderenza tra soggetto extra diegetico e oggetto diegetico.

E l’oggetto è il movimento compiuto da individui interessati a riconsegnare alla natura la sua funzione formalizzante, il suo contenuto misterico e cultuale, perdendosi in essa, arrendendosi al suo dominio e allontanandosi dalle costruzioni razionalizzanti per scivolare dentro alla radice del senso di ogni parola

Non tanto quindi cercando la vicinanza a ogni cosa ma astraendosi nella lontananza da ogni cosa, per ridonare alla cosa stessa il senso del suo mistero, lasciando che la già geometrica natura misuri l’individuo e non il contrario. Il film in parallelo cerca di consegnarsi, di abbandonarsi, non di inquadrare ma di liberare continuamente dall’inquadratura chi ne sta al centro mentre quest’ultimo libera ciò che lo circonda dalla propria visione.

Il risultato è che Gli indocili non misura ma è misurato dal suo oggetto e ciò avviene non per scomparsa e assenza ma per ricerca della verità dell’oggetto stesso, secondo un documentarismo che si lascia misurare da ciò che vede e la cui rincorsa non è inseguimento inutile del mistero, ma esplorazione incantata dal segreto lasciato intatto. Questo gesto filmico, silenzioso e sotteso, se non addirittura inconsapevole, è ciò che rimane e si deposita con grazia oltre ai discorsi marginali (ma intonati) sul ruolo del teatro come luogo spirituale di fuga dalla disgregazione identitaria delle nuove generazioni, sulla fede quasi straniante nell’arte, sulla natura politica dell’ascetismo rivoltoso: perché, per quanto ispirati, sono ragionamenti che riguardano ciò che è dentro allo schermo e che ne restano imprigionati. L’intuizione sulla misura e sul misurante invece con una capriola trasforma in plastica fuori campo ciò che era poetica: l’individuo non misura la natura, la natura misura l’individuo; il film non misura il rappresentato, il rappresentato misura il film; lo sguardo dello spettatore non misura il film, il film misura lo sguardo.

Gli Indocili ha vinto il gran premio 2019 ad Asolo Art Film Festival, il festival più antico al mondo tra quelli che indagano il rapporto tra cinema e arte, diretto da Cosimo Terlizzi

Ana Shametaj
Gli Indocili
Italia - 2019

Con documentario
Durata 67 min

 

Leonardo Strano

Leonardo Strano

Leonardo Strano studia Filosofia e scrive di cinema e serie tv. Il suo primo film è stato "Spirit - Cavallo Selvaggio", ama il jazz, la pizza e il cinema noir e deve smetterla di parlare in terza persona