Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Una vita umana vale molto di più rispetto al politicamente corretto che l'industria cinematografica richiede. Sono parole di Lucio A. Rojas da poco reduce dal successo di "Trauma", il suo quarto lungometraggio che sta facendo il giro dei festival dedicati al cinema horror e di genere. La materia estrema che plasma si sovrappone ad un'impietosa rappresentazione della violenza durante il regime di Pinochet e al modo in cui questa è ancora presente in tutta la società cilena. L'intervista 

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La tortura non è scomparsa dal Cile. Non ha le caratteristiche sistematiche e istituzionalizzate di quella praticata durante il regime di Pinochet, ma persiste attraverso numerose emanazioni dello stato. La relazione con il passato, pur essendo solo uno dei problemi è strettamente collegata con la violenza pervasiva del presente. Se negli ultimi tre anni le corti hanno nominalmente perseguito gli abusi commessi durante la dittatura, quella suprema ha usato il proprio potere discrezionale riducendo le pene e di fatto comminando provvedimenti ridicoli rispetto alla ferocia dei crimini. Una strategia politica che va di pari passo con l’oblio e la negazione della Storia, preparando il terreno ai guasti del presente. Le violenze della polizia di stato crescono soprattutto contro la comunità e includono abusi di natura sessuale, oltre a pratiche repressive e recursive nei confronti dei manifestanti. Il Cile, che ha ricompattato nel governo attuale figure vicine a Pinochet, continua a violare i diritti umani attraverso l’uso pilotato dei media, la riduzione della libertà di stampa e la permanenza della tortura in quei buchi neri chiamati carceri.

“Trauma”, il bel film di Lucio A. Rojas di cui abbiamo parlato approfonditamente da questa parte è il quarto diretto dal cineasta cileno ed è il primo che esce dai binari specifici del genere per creare un formidabile quanto doloroso slittamento di senso, anche rispetto al nuovo cinema che si produce nel suo paese. La brutalità dello slasher o del torture porn prostetico, viene applicata alla rimessa in scena di un trauma storico-politico, incorporando nell’involucro del cinema estremo le pratiche criminali con cui il regime di Pinochet ha immerso nel sangue il Cile, dal 1973 fino al 1990.
Quella che sembra una fantasia gore che osserva gli abissi più oscuri dell’animo umano, dalla tortura al cannibalismo, si sovrappone alla flagranza documentale di uno stupro collettivo. La prostetica non serve più una nostalgia di tipo cultuale o quella resistenza che piace agli amanti del genere per il genere, perché ne rilancia la forza attraverso una visione politica nerissima, che si interroga proprio sulla persistenza dell’abuso nell’attuale società cilena.

Ne abbiamo parlato insieme a Lucio A. Rojas.

Le origini di “Trauma”. Da dove arriva l’idea del film?

“Trauma” è nato dalla rabbia e dalla furia. Da tutte le ingiustizie che abbiamo subito ogni giorno, come Cileni e come Latino americani. Il mio paese è gestito da potentissimi gruppi economici di destra che controllano anche i media e la stampa, posseggono tutto. E sono loro che impongono e dettano le regole. Il Cile è un paese profondamente attraversato dalla diseguaglianza dove abbiamo sofferto una delle dittature più violente ed estreme del mondo. Ho pensato fosse necessario raccontare questa violenza con un film di genere prodotto in un paese dove i torturatori e gli assassini sono stati trattenuti in hotel, mentre migliaia di famiglie hanno passato quarant’anni della loro vita cercando i loro cari. Se una cosa come questa non ti sembra violenta da un punto di vista umano, dovresti rinchiuderti senza proferir parola. Oltre a questo non si possono tacere gli abusi sessuali contro le donne cilene a in generale in America Latina. Luoghi dove la giustizia non le protegge e le lascia in balia di assalti selvaggi. Penso ai numerosi torturatori che operavano durante il regime di Pinochet e che sono a piede libero, mentre possono ancora commettere crimini in alcune aree isolate del Cile. Questo è “Trauma”, il simbolo di cosa significa vivere in un paese pieno di bugie, che non è ancora stato sanato né desidera guarire.

Come mai la scelta di affrontare eventi con una base storica, attraverso il punto di vista del cinema exploitation?

Perché gli argomenti e le questioni affrontate sono così intensamente violente per me, da non ritenermi capace di rappresentarle in un modo diverso rispetto al realismo estremo, grafico, esplicito che ho scelto. Si è parlato molto della prima scena di “Trauma”, per molte persone del pubblico è stata un’esperienza scioccante, estrema, viscerale e realistica, tanto da definire con quei 5 minuti introduttivi la dichiarazione di intenti di tutto il film. Un modo per raccontare agli stranieri che non conoscono queste vicende: “Hey, queste cose terribili sono davvero accadute in Cile, sono accadute in America Latina. I responsabili non hanno dovuto rispondere delle loro azioni e abbiamo avuto un terribile dittatore come Pinochet, che è morto molto vecchio e in libertà”

Nel tuo film le scene di tortura e di violenza sembrano infatti un’accurata ricostruzione di quelle praticate durante il regime di Pinochet. Per esempio crudeltà come “La Parrilla” (N.d.r. “La Parrilla” consisteva nel produrre eletticità da un box di controllo che consentiva di regolare l’intensità del voltaggio. Ciascun box terminava con alcuni elettrodi assicurati ad un letto di metallo o alle sue molle, dove i prigionieri nudi venivano legati. Lo shock elettrico a cui questi venivano sottoposti, interessava numerose parti dal corpo, in special modo i genitali e le ferite ancora aperte“) oppure la definizione di luoghi come La Venda Sexy e Villa Grimaldi (N.d.r. La prima. attiva come prigione dal ’73 al ’75 era una residenza utilizzata per praticare principalmente torture e abusi di natura sessuale, la seconda è forse uno dei più tristemente noti centri di detenzione cileni dove la DINA praticava torture di ogni genere)

Esattamente. Inoltre è necessario dire che le scene estreme di “Trauma” sono molto più tenui rispetto a quello che accadeva in quei luoghi. Per esempio, 20 soldati che stuprano una sola donna; donne e uomini stuprati da cani addestrati allo scopo; topi inseriti nelle vagine delle donne; esecuzioni con l’elettricità; violenze contro ogni parte del corpo; esercizi con esecuzioni simulate da parte di squadre addestrate. Quello che abbiamo mostrato nel film è solo una parte delle atrocità accadute. La realtà è molto più brutale e disgustosa. Ci si può quindi chiedere: “è giusto mostrare queste aberrazioni sullo schermo?”. Per me è giusto. Fino a quando non sapremo la verità e non avremo giustizia, fino a quando ci sarà UNA SOLA persona scomparsa il cui destino è rimasto sconosciuto, bisognerà parlarne. Una vita umana vale molto di più rispetto al politicamente coretto che l’industria cinematografica richiede. La vita avrà sempre più valore di questo.

Il cinema slasher, i torture porn e l’exploitation sembrano percorrere una nuova strada con il tuo film. “Trauma” secondo me riscrive quelle regole con un background fortemente politico che è quasi totalmente perduto nelle produzioni internazionali contemporanee. Quali erano i tuoi intenti in questo senso?

Eravamo ovviamente consapevoli che rispetto al “genere” non avremmo inventato niente di nuovo. Abbiamo visto centinaia di slasher, torture porn, exploitation, gore e via dicendo. Ma allo stesso tempo sentivo l’urgenza e il bisogno di raccontare tutto quello che accade oggi. L’ascesa di formazioni governative di estrema destra in America Latina e in Europa. La violenza contro le donne che sono a capo di movimenti femministi. Ma più di qualsiasi altra cosa, non ho mai avuto l’intenzione di fare un film politico o un film che parlasse esplicitamente di argomenti legati alla politica. Senza quindi spingere in quella direzione, abbiamo alla fine realizzato un film molto politico, con un punto di vista chiarissimo sui regimi dittatoriali in America Latina. Un critico cinematografico americano molto noto e stimato (N.d.r. Andrew Mack) ha scritto: “Molti cineasti ci hanno restituito l’idea di cosa possa essere un regime oppressivo attraverso ciò che è capace di fare contro le persone. Pochi, come Lucio Rojas, ci hanno dato una ragione per ribellarci e combattere contro di esso”. Questo per dire che senza forzare la mano in quella direzione, il film è stato apprezzato in alcuni paesi per la capacità di raccontare una storia che nessuno avrebbe mai osato. Indipendentemente da quanto sia estremo il film, questo era un bisogno che ci ha condotto al di là del film stesso.

Come per altri registi cileni, il tuo paese sembra vivere una sorta di sonnambulismo rispetto alla coscienza politica. Anche la comunità rappresentata in “Trauma” sembra aver dimenticato il passato recente…

La colpa è del pubblico. In questi ultimi anni abbiamo assistito alla proliferazione di un tipo di cinema che è solamente l’estensione delle volgari commedie televisive. Questo ha spinto gli spettatori a riempire le sale solo per guardare commedie mediocri e volgari, con un apporto fotografico inesistente, con un look fortemente televisivo, ma che in virtù di un budget irrisorio, restituiscono profitti. Questo ha finito per modellare uno spettatore tipo che non è intellettualmente esigente rispetto ai creativi, perché il suo consumo è equiparato a quello di un fast food. Di conseguenza abbiamo spettatori pigri che perdono interesse in alcuni argomenti; tra questi, la verità storica viene duramente penalizzata, quella verità che appunto si esprime attraverso la creazione di un contenuto che racconti i nostri orrori, i nostri fallimenti, il nostro dramma. Molto frequente in Cile sentire il pubblico che dice: “Perché dovresti realizzare un film su vicende accadute 40 anni fa?”. In una forma più aggressiva lo stesso commento si trasforma in: “Perché raccontare storie sui comunisti che ci dicono solo una parte della verità?”. Il genoma della destra estremista è così radicato nel nostro paese, tanto da consentire ancora di tessere le lodi e di parlar bene di Pinochet. Ci sono politici e anche un candidato alle future presidenziali che hanno nuovamente messo in discussione la sostanza della dittatura di Pinochet, negando gli abusi e le violazioni dei diritti umani che sistematicamente si sono verificati per anni. Quando un film cerca di raccontare questa verità, il pubblico lo punisce. Stiamo perdendo la nostra memoria storica e questo è molto triste.

A un certo punto in “Trauma” sembra che il tracciato della violenza e dell’orrore sia impossibile da evitare. Come se si trattasse di un’eredità politica e famigliare. L’unica via possibile è dimenticarsi della struttura patriarcale…

Questo è esattamente il proposito del film, soprattutto nella sezione conclusiva, che è meglio non svelare per non rovinare la visione, ma è il punto. Stessa cosa con i fascisti. Per porre fine all’eredità dei loro abusi, della loro violenza, della loro intolleranza, devono morire. Un’intera generazione deve arrivare all’estinzione, prima che sia possibile ristabilire interamente la vita. Questo è il senso dell’ultima sequenza in “Trauma”: l’unica via per porre fine ad un’eredità sessista e violenta, basata sul patriarcato e la violenza contro le donne, è che tutti gli uomini abbandonino quel luogo. Un punto di vista drastico, brutale, una posizione che può sembrare molto violenta. Tutti noi uomini attraverso le nostre vite, ci siamo lasciati andare a numerosi atteggiamenti sessisti e aggressivi, non una volta, ma molte. Diventa quindi importante esser capaci di vedere quando e come lo abbiamo fatto e ricominciare da li. Se ti senti come una persona che non ha mai sbagliato, stai facendo un errore grossolano, perché tutti siamo responsabili di qualcosa. Il tempo di cambiare è arrivato, al contrario continueremo a perpetrare un modello di comportamento utile per coloro che hanno già dominato il mondo con un pene. Sembra evidentemente doloroso distaccarsi da una posizione privilegiata, questo spiega tutto il livore e le reazioni violente contro i movimenti femministi.

Quindi il Trauma nel tuo film è qualcosa di più ampio rispetto a quello che sperimenta il personaggio di Juan?

Molto più ampio. Juan, il personaggio principale brillantemente interpretato da Daniel Antivilo quando è adulto e da Max Torres negli anni dell’adolescenza, rappresenta molte cose. Il male fa nascere la violenza e questo è irrefutabile. Il male che ne deriva può essere ancora peggiore, perché nasce dal risentimento, dalla rabbia, dalla furia e in molti casi dalla vendetta. Fino a un certo momento, Juan è un bravo bambino, ma se cresci in un ambiente di violenza e abuso, finirai per perpetrare lo stesso. Le ragazze del film, meravigliosamente interpretate da Catalina Martin, Ximena del Solar e Dominga Bofill, sono brave persone, vivono liberamente e fanno esperienza della loro sessualità senza curarsi di quello che gli altri possono dire; sono donne autonome che soffrono specialmente quando si trovano in una situazione violenta. Questo perché la libertà sessuale, la possibilità di scegliere e la vita che da loro proviene sono ancora severamente punite. Anche se nel film è presente l’abuso sessuale, questo è utile per fermarsi ad osservare quanto sono state brutali le forme di punizione contro le donne durante la dittatura. Il modo in cui l’apparato statale ha abusato di loro, ha violentato donne incinte, giovani donne, ragazze, nelle forme più atroci avrebbe causato l’immediata e totale censura di qualsiasi film intenzionato a rappresentarne i fatti. Ci si chiede se sia necessario che qualcuno lo faccia prima o poi? Assolutamente. Come ti dicevo prima, fino a quando ci sarà anche una sola persona scomparsa o qualcuno che continua a negare ciò che è accaduto, questo deve essere convertito in una forma d’arte, in un messaggio d’allarme da mostrare a tutti quanti. Mi spaventa quando sento la frase “Questo non dovrebbe accadere mai più” e allo stesso tempo osservo la negazione dei fatti. Una contraddizione che accresce pericolosamente la probabilità che questo possa accadere di nuovo.

Il corpo femminile è al centro del tuo film. Abusato, stuprato, violato, spiato. Allo stesso tempo, questa esperienza difficile per il pubblico sembra l’unica via per raccontare la coscienza politica del tuo paese…

Che piaccia o meno, nella vita il corpo femminile è al centro di qualsiasi cosa. E non ti sto parlando di una posizione tradizionalista sulla possibilità di allevare bambini nel mondo o di altri clichés di mediocre livello che spesso vengono raccontati. Nel presente, le donne stanno prendendo la parola per combattere contro secoli di dominazione maschile, secoli di politica fallocentrica. Questi sono i tempi attuali, per quanto possa infastidire qualcuno, dovremmo cercare di capirlo. Si tratta di una lotta che appartiene esclusivamente alle donne, perché solamente loro hanno subito una vita intera di abusi, violenze e sono state tagliate fuori in virtù del loro talento da qualcun altro che aveva un pene. Questa è la dura realtà. Ecco perché attraverso personaggi misogini e sadici che perpetrano abuso e pratiche violentemente macabre, il loro inferno viene mostrato in modo preciso, così come il maltrattamento e la profanazione dei loro corpi. Perché sono concepiti come fragili e sacri, ma prima di tutto rappresentano ciò che un uomo violento presume gli appartenga. Ecco perché le attrici di “Trauma” devono affrontare tutto questo. Devono confrontarsi con un mondo che le punisce sessualmente e che sceglie questa modalità per continuare a dominarle, anche nel 2018. Ecco perché abbiamo scelto di procedere per contrasto. Ecco perché, dopo la scena brutale di un abuso che coinvolge un ragazzo e sua madre, forzato da un soldato di Pinochet, saltiamo direttamente ad una scena di sesso esplicito tra due donne che si amano, si desiderano e hanno l’una cura dell’altra. Più tardi le vedremo affrontare un dramma dove due uomini violeranno i loro corpi. La vita ha la stessa forma, il rispetto finisce quando tu credi di aver potere e controllo su qualcun altro, fino a condurti a quella sensazione di superiorità che viene coltivata sin dalla nascita.

C’è una grande differenza tra le attrici che hai scelto per il tuo film. La performance erotica ed esplosiva di Ximena del Solar sembra in contrasto con quella di altri personaggi. Una libertà che non è permessa del tutto e che in qualche modo sarà punita e soppressa…

Quello interpretato da Ximena è un personaggio speciale. In un certo modo è il ruolo che più mi rappresenta come individuo. Qualche anno fa ho sperimentato alcune pratiche estreme, alcune irresponsabili e tra queste il sesso ha in qualche modo regolato gli aspetti principali della mia vita. Questo mi ha portato a pensare: “Bene, posso essere sessualmente libero in accordo al mio sentire, non mi accadrà niente né sarò mai criticato per le mie scelte. Ma che accadrebbe se io fossi una donna?”. Se una donna è sessualmente libera, viene considerata una puttana, irresponsabile, senza sentimenti. Se poi gioca e si diverte con più di una donna come fa Ximena nel film, saranno le porte dell’inferno a spalancarsi sotto di lei. Un uomo, tutt’oggi viene elevato in una posizione vincente per queste stesse attitudini. Rispetto alla sua libertà sessuale, il personaggio interpretato da Ximena, non è punito nel film. Era un aspetto sin troppo ovvio in quella dinamica che ci si aspetterebbe da uno slasher degli anni ottanta dove le donne che manifestavano la loro sessualità venivano punite con la morte. Lo stesso è accaduto con alcuni uomini, generalmente giovani e con cui era difficile confrontarsi e riconoscersi perché venivano rappresentati come piuttosto stupidi. Ma non con le donne, che dovevano soffrire una punizione severa solo per aver goduto della propria sessualità. In “Trauma” le donne sono punite appunto per il solo fatto di esser donne; questo è il loro unico peccato. Chiunque guardi il film superficialmente senza capire o esplorare i concetti che sottende potrebbe pensare che è un film sessista e misogino, perché è quello che appare dall’involucro esterno. Ma il messaggio è opposto, così come lo abbiamo discusso con l’agenzia che rappresenta il film, la francese Reel Suspects. Il film è sull’autonomia delle donne e sulla libertà sessuale, e su come sia necessario che il maschio dominante muoia, per rendere tutto questo possibile. 

Come per “Sendero”, il tuo film precedente, “Trauma” adotta uno schema simile, ovvero quello della violenza che improvvisamente irrompe nella vita quotidiana. La vita che tu racconti in entrambi i film è legata alla libertà della gioventù. Quella libertà sembra impossibile da ottenere e in questo film particolare lo sguardo che la distrugge è quello famigliare…

Questo accade perché ho una visione molto negativa sulla nostra esistenza. Senza parlare con il tono del buon samaritano, vedo molta malvagità nel mondo, molta sfiducia, le persone invece di sognare tentano solo di sopravvivere. Dopo una delle visioni di “Trauma” ho avuto modo di parlare con Xavier Gens, il regista di “Frontiers” e “Cold Skin”. Ci ha detto di esser tornato al suo albergo con una forte amarezza, tristezza e sconforto. Quello che in buona sostanza il film produce, ovvero mancanza di speranza per la vita e per i sogni. Ed è vero che “Sendero” racconta di un gruppo di giovani idealisti che cercano di raggiungere i propri desideri tenuti a distanza dal contesto familiare. In “Trauma” questo si manifesta in modo ancora peggiore, perché il male appare accidentalmente. In questo senso entrambi i film hanno un terreno comune, perché raccontano di qualcuno che improvvisamente ti strappa la vita. Una sensazione brutale, come quella che provi quando lasci la tua casa con la macchina e ti imbatti in un guidatore ubriaco che pone fine a tutto, uccidendoti. Oppure andare ad una festa ed essere rapita e uccisa da un gruppo di uomini. E ancora essere ucciso solamente perché qualcuno vuole rubarti il cellulare. Triste sensazione, sono ossessionato da questo, ecco perché spesso si presenta nei miei film. Il fatto che qualsiasi individuo possa rubarti la vita, possa rubarti i sogni e la vita dei tuoi cari. Nessuno sa quando sarà il proprio turno e quando la mostruosità umana si manifesterà. Per questo sono così interessato agli orrori dell’umanità e alla rappresentazione di figure psicopatiche. Non puoi sapere quando e chi rovinerà la tua vita, quella persona potrebbe sedere al tuo fianco. 

C’è una qualità cannibalica in alcune scene di “Trauma”. Come mai questa urgenza di mangiare, possedere, inglobare l’alterità attraverso l’atto del cibarsi?

Dal momento in cui l’uomo è capace di caricarlo di alcuni significati sessuali,  di mangiare i suoi simili per sopravvivere e alcune tribu lo praticano con un significato di qualità rituale, il cannibalismo mi è sempre sembrato un impulso molto interessante. Nello stesso modo in cui una madre esprime un sentimento di pura tenerezza mordicchiando il proprio bambino, alcuni possono eccitarsi quando vengono morsi dalla persona che desiderano durante l’atto sessuale. Alcuni lo fanno, altri no, c’è sempre un limite morale o un’interpretazione della fiducia che può separare un atto consensuale dall’abuso. Nel caso di “Trauma” i personaggi non hanno quel limite che può fermare i loro impulsi animali. Hanno questo bisogno che preme ogni momento. Nel caso di Juan, la pratica del cannibalismo gli serve come gesto per possedere l’energia vitale delle sue vittime. Per quanto riguarda invece suo figlio, è un impulso animale che non può contenere. Si è parlato molto di quella scena di cannibalismo e del modo violento in cui è stata realizzata. La scena è iperrealistica e appare in tutta la sua forza animalesca. Non è altro che la rappresentazione di certa violenza sessuale che letteralmente finisce con lo smembramento della carne. Renderla sullo schermo è stata una sfida ed ha scioccato tutto il  pubblico proprio per il modo in cui è stata realizzata.

La tua visione è estrema, fisica, organica e dolorosa. Ero interessato da questo punto di vista al tuo lavoro con Isabella Marchesse. Hai scelto un approccio organico e prostetico, senza ricorrere ai trucchi del digitale. Perché questa scelta, sia dal punto di vista pratico che espressivo?

Ho incontrato Isabella pochi anni fa e abbiamo lavorato insieme per il teaser di “Lamiae”, un fantasy-horror che è ancora in produzione. Sapevo del suo talento e ho avuto l’opportunità di testarlo di persona con “Trauma”, perché in qualche modo, gli altri film dove ha partecipato, hanno sprecato il suo potenziale. Isabella è un’artista molto giovane e non ho alcun dubbio sul fatto che diventerà un riferimento importante a livello internazionale per gli effetti speciali nel cinema di genere. Per “Trauma” abbiamo deciso insieme di basare molti degli effetti sulla prostetica, il film doveva essere organico perché rappesentava al meglio il modo in cui volevamo raccontarlo. L’utilizzo di effetti digitali per scene di questo tipo è ormai diventato uno standard nei film contemporanei, ma non era la strada giusta per il nostro. Anche se il film ricorre al digitale per alcuni propositi legati alla composizione, tutto quello che riguarda la carne umana, il modo in cui viene strappata e la rappresentazione di tutto ciò che è viscerale e organico, è stato concepito e realizzato da Isabella. Era un aspetto importante che un film così estremo, duro e pessimista includesse questo valore aggiunto, perché percepisco l’utilizzo del digitale per scopi come questi, come una cosa scarsamente seria e credibile, che tra l’altro ci avrebbe allontanato dal punto di vista critico che volevamo adottare. In quel senso è stato meraviglioso, perché lei ha capito perfettamente il tono così da proporre personalmente molte idee, non solo per rendere questi effetti più vicini alla realtà, ma anche per una questione di drammaticità, del tutto intrinseca all’approccio prostetico.  

La visione delle scene più violente è infatti molto dolorosa per il pubblico. Mi chiedo quanto lo sia stata per te a livello di messa in scena…

Tutto il processo del film è stato molto stancante, alla fine ero esausto e schiacciato dalla realizzazione. Connettersi alla perversione umana, con il lato più crudele e senza alcuna pietà, non è stato distruttivo solo dal punto di vista mentale, ma mi ha spinto a comportarmi in modo irregolare per un breve periodo di tempo, cosa che non è stata facile da sopportare per le persone che mi stavano più vicine. Esattamente come un attore che deve entrare nel personaggio per un periodo, sentivo che quella parte di malvagità che avevo costruito, cercato e portato sullo schermo, stava diventando parte della mia vita, influenzando le persone care a cui tengo di più.  Mi sono reso conto che non ci si può immergere nei recessi più profondi della malvagità senza esserne in qualche modo colpiti. Questo non è mai accaduto durante il processo creativo e ho imparato molto dallo stesso, tanto da poterlo applicare nel futuro, se dovessi tornare a parlare di un argomento simile. Sono grato di aver potuto fare questa esperienza, nonostante i danni che potrei aver causato. Spero di esser perdonato per gli errori che ho fatto. Quando si vede “Trauma” credo che se ne esca contaminati con una sensazione pessimistica, triste e di apatia che dovrebbe darti il senso di quello che mi è successo mentre lo stavo realizzando. 

Il cinema prostetico degli anni ottanta sembra uno dei tuoi riferimenti principali. Che tipo di forza trovi tutt’oggi in quelle produzioni?

Si è così. Le mie influenze principali arrivano dagli anni ottanta, ma anche dai settanta. Film come “L’ultima casa a sinistra”, “I spit on your grave”, “Cane di paglia”, “Non aprite quella porta” o “Sleepaway Camp” sono opere che ammiro. La crudezza delle immagini, la sporcizia sordida delle atmosfere, la complessità tematica toccata in quegli anni è sempre stata molto interessante per me, perché mi ha consentito di comprendere che il cinema di genere poteva farci raccontare  storie che andavano oltre l’orrore raccontato sullo schermo. Per esempio la colonna sonora del mio film realizzata da Ignacio Redard ha una serie di riferimenti legati ai film horror indipendenti degli anni settanta e ottanta. Una delle soluzioni più intenzionali per immergere “Trauma” in un’atmosfera oppressiva.

Abbiamo amato tutti quei film e mi piacerebbe che “Trauma” un giorno fosse visto come un rape & revenge che è stato censurato in più di un modo anche nel 2018, ma quello che alla fine è prevalso è il rischio di raccontare, con la chiave del cinema horror, altri orrori e altre paure che abbiamo sofferto come paese  e come continente, e che continueremo a soffrire per altro tempo. Questo è lo scopo del film, non posso concepire un filmmaker che non abbia una posizione politica, sociale o filosofica in grado di modellare i suoi progetti.

In Cile come hanno reagito al tuo film? Hai dovuto confrontarti con la censura?

Il film non è ancora stato visto nel mio paese. Avremo qualche proiezione limitata solamente alla fine di ottobre, con la possibilità di mostrarlo in pochi cinema a Santiago e in altre città. Vedremo allora cosa accadrà. Trovo splendido  che questo possa accadere nel bel mezzo di un governo di estrema destra come quello che abbiamo in Cile, dove le nostre libertà sono sempre più esigue giorno dopo giorno e gruppi guidati dal potere reprimono i cittadini. Non si crea una nazione violenta solamente sguinzagliando soldati per le strade, ma anche togliendo loro quelle libertà che sono naturali per tutti gli esseri umani. Viviamo in uno dei paesi più ingiusti del mondo e sembra non esserci fine per questa situazione, se il governo attuale rimarrà in carica. Alla fine, non posso pensare ad una situazione migliore come quella che si prospetta per il film nel mio paese, considerato che parla delle persone che hanno portato il Cile al disastro sociale, proprio quando sono tornate al governo. 

Puoi raccontarci qualcosa sulla distribuzione nel contesto Reel Suspects?

Tutti conoscono la reputazione di Reel Suspect. La compagnia di Matteo è un modello per i film che si prendono un alto livello di rischio, ovvero quello oltre i margini commerciali consueti.  Stanno facendo un ottimo lavoro con il film, tanto che sarà distribuito negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, in Germania, in Austria, in Svizzera e in alcuni paesi scandinavi. Alla fine dell’anno si aggiungeranno altri paesi, di cui parleremo presto. 

Il cinema horror in Cile ha una storia relativamente recente. Penso a registi come Jorge Mella, Patricio Valladares, Victor Uribe, Javier Attridge. C’è una scena horror Cilena, dal tuo punto di vista e più in generale, cosa pensi sul futuro e la storia del genere nel tuo paese?

No, non esiste una “scena horror Cilena”. Credo sia più appropriato dire che ci sono una serie di autori che cercano di tirar fuori alcuni progetti in un contesto molto difficile. In Cile realizzare un film è un’odissea enorme. Fare film horror è quasi impossibile. I film Cileni sono principalmente finanziati dai fondi statali e sfortunatamente queste risorse sono state brutalmente pilotate tanto da non consentire il supporto del cinema di genere. Quando questo accade è una volta ogni cinque anni, giusto per offrirti un esempio generoso. Ma in cima a tutte queste difficoltà, anche se  tutti questi registi sono molto bravi in quello che fanno, credo ci sia un errore comune: realizzare i film che abbiamo amato quando eravamo ragazzi. Per quanto mi riguarda è accaduto questo quando ho realizzato “Sendero”, una rilettura di “Non aprite quella porta” in un contesto Cileno e Latino. Al di là di come è venuto il film, ha perso la sua identità. Il film non ha il suo immaginario. Questo è accaduto per il motivo che ti dicevo, realizzare film di questo tipo in Cile, cioè quelli che volevamo, ha finito per plasmarli sul modello di ciò che amavamo in gioventù.
Per questo mi sento di dire che “Trauma” è il primo film horror Cileno con il suo immaginario, senza alcun debito o riferimenti diretti, perché non è possibile ricontestualizzarlo in un paese o in una realtà diversa da quella del Cile. Questo rende il film unico e sono sicuro che nel tempo diventerà una pietra miliare per lo sviluppo di un immaginario originale. Da quel momento forse potremo parlare di una scena horror Cilena.

A cosa stai lavorando in questo momento e a cosa lavorerai nel prossimo futuro?

Sto portando avanti tre progetti da realizzare tra il 2019 e il 2020. Il primo è “Casandra”, un thriller psicologico ambientato nel 1991 e che parla di una giovane donna che ha alcuni sogni premonitori. Sono poi il produttore esecutivo di una produzione tra Spagna e America, un’antologia fantasy-horror intitolata “28” che sarà interpretata e diretta esclusivamente da donne. Ed infine “Fascinare”, un dramma horror di cui ancora non posso parlare, ma che per l’argomento trattato credo sarà molto controverso. Sono tutti pogetti che voglio fortemente realizzare senza alcuna imposizione del mercato. Questo per me è bellissimo e mi consente di amare fino in fondo il mio lavoro. 


 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi