mercoledì, Gennaio 20, 2021

Il segreto di Cyop & Kaf: la recensione

Schermo nero. Rumori di voci indistinte si perdono dietro il lento affiorare di fasci di luce indefiniti. Dal buio emergono le prime immagini, vaghe, concentrate su una porzione di schermo, poi sempre più chiare. Le voci in sottofondo sono quelle di scugnizzi napoletani; lo scenario, grande protagonista, è quello delle vie di Napoli, dei suoi quartieri popolari.

Inizia così Il segreto, il docu-film del collettivo cyop&kaf, distribuito nelle sale italiane da Lab 80: subito dopo le festività di Natale, un gruppo di ragazzi vaga per le strade della città partenopea alla ricerca di alberi di abete da radunare in un fatiscente spiazzo circondato da vecchi palazzoni. Qui, la sera del 17 gennaio, i giovani rievocheranno il culto di Sant’Antonio Abate che consiste nell’accendere enormi falò per propiziare la fertilità agricola, porre fine al ciclo invernale e gioire di fronte alla fase della rinascita, segnata dall’inizio delle celebrazioni di Carnevale.

Attualità e recupero del rito festivo si incrociano nel progetto di cyop&kaf, a bassissimo costo, che difficilmente troverà spazio nelle nostre sale ma che, grazie a una sapiente strategia di promozione, ha ottenuto numerosi riconoscimenti a vari festival internazionali (menzione speciale al Torino Film Festival e al DocLisboa, premio “Joris Ivens” al Cinéma du Réel al Centre Pompidou di Parigi).

Non ci sono filtri in questo film nel quale ci si affida totalmente all’improvvisazione dei piccoli interpreti napoletani. La loro incessante vitalità è il traino dietro al quale si innesta questa storia che mischia folclore popolare a tradizione, e apre una riflessione sulle condizioni dei giovani, sulle loro relazioni e sullo strato sociale all’interno del quale si muovono e crescono. L’aspetto più interessante del lavoro è la naturalezza con la quale gli attori improvvisati si pongono davanti alla telecamera.

Lo sguardo dello spettatore viene proiettato dentro la storia, senza artifici: non c’è distanza, tanto meno oggettività, si sceglie appositamente un registro radicale che sposta la sperimentazione di cyop&kaf verso i territori del cinema verità, sfruttando abilmente la “non pervasività” dei dispositivi leggeri, verso l’adesione a un linguaggio che attinge alle esperienze più innovative di cinema indipendente. Perché una delle frontiere più battute dal digitale è proprio questa, la possibilità di abbattere drasticamente il confine tra finzione e realtà. Sembra una contraddizione, in tempi di motion capture e grafica 3D.

Ma, se usato con scopi di pura indagine del reale, il digitale porta avanti la sperimentazione avviata più di quarant’anni fa dai pionieri di un cinema verità realizzato con il super 8, il 16 mm e i dispositivi elettronici (come non citare Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli). È questa la strada intrapresa da cyop&kaf, la cui indagine della realtà porta a esplorare in modo avvolgente una serie di temi cardine: la concezione del “gruppo”, i rapporti di forza tra i ragazzi, il significato di lealtà, di adesione alle regole del branco. Tutto questo all’interno di una cornice (lo spazio scenico, la Napoli dei quartieri popolari) che si fa personaggio centrale: perché l’obiettivo del collettivo è proprio quello di far emergere in modo spontaneo il legame che esiste tra i ragazzi e la loro città.

In un mondo sempre più virtuale, con il problema della socialità e della condivisione degli spazi aperti, il microcosmo napoletano ci dimostra come sia possibile vivere riappropriandosi dello spazio urbano. Nel cuore popolare di Napoli, i ragazzi recuperano la dimensione esterna, vivono a contatto con il territorio, non al di fuori di esso. E non è un caso che l’intento sia quello di recuperare una delle tradizioni popolari più radicate: con modalità diverse, con intenti diametralmente opposti, si attua comunque un passaggio di consegne che si alimenta del recupero dei costumi antichi, attraverso la fantasia e l’arte dell’arrangiarsi.

Michele Nardini
Michele Nardini è laureato in Cinema, Teatro e produzione multimediale all’Università di Pisa e ha alle spalle un Master in Comunicazione pubblica e politica. Giornalista pubblicista, sta maturando esperienze in uffici stampa e in redazioni di quotidiani, ma la sua grande passione rimane il cinema

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