giovedì, Dicembre 2, 2021

In a Silent Way di Gwenaël Breës: recensione

In a Silent Way, film nato sulle tracce della lavorazione di "Spirit of Eden" dei Talk Talk, diventa sentita celebrazione dell'ultimo periodo della band di Mark Hollis. Un film sull'assenza, ostacolato dallo stesso Hollis quando era in vita a cui nessun membro dei Talk Talk, ad eccezione di alcuni collaboratori collaterali, ha partecipato, per onorare un silenzio durato 30 anni. Fenomenologia di un mistero. Visto al CPH:DOX 2020

Una troupe cinematografica attraversa l’Inghilterra cercando di svelare il mistero che circonda un album pubblicato 30 anni prima. Il disco in questione è “Spirit of Eden“, il primo dei due capolavori radicali dei Talk Talk che sancirono il passaggio dalla notorietà pop ad oscuro oggetto di culto per la band del musicista inglese Mark Hollis.

La troupe del regista belga Gwenaël Breës affronterà numerosi ostacoli e incontri imprevedibili tanto da trasformare il viaggio in una vera e propria ricerca organica. Il silenzio è l’orizzonte principale, mentre il punk la filosofia di riferimento, se la intendiamo come idea che sottende alla musica in termini di accessibilità popolare e allo spirito umano come elemento superiore rispetto alla tecnica. Lo diceva lo stesso Hollis, legato al silenzio come strumento tra i più potenti a sua disposizione e allo spirito come essenza che permea tutte le cose.

Per lo stesso Breës “Spirit of Eden” rappresenta un’epifania. Quattordicenne all’uscita dell’album, ne viene completamente travolto, tanto da aprire, grazie a quei suoni, altri universi musicali che non erano affatto coerenti con il “brutto” degli anni ottanta. L’esperienza di Breës è simile a quella di molti ascoltatori che hanno vissuto la parabola ascendente di Mark Hollis in termini di visione e qualità compositiva e quella discendente sul piano dell’interesse mediatico, un disinteresse che diventa del tutto reciproco.

L’idea della scomparsa, come movimento rigoroso segnato dal loro progressivo ritirarsi, al di là dei progetti paralleli di Lee Harris, Paul Webb e Martin Ditcham, rimane fissata come una zona grigia, fino a quando il regista belga decide di realizzarne un film.

Assenza che per le scelte di Hollis fino a quando è rimasto in vita, genera un riverbero fecondo in termini non troppo paradossali, perché il sottrarsi del musicista britannico, influenza la struttura di “In a silent way”, segnalando a poco a poco un metodo e contaminando ogni immagine con la ricerca del pieno nel vuoto.

Se da fan Breës si ostina a comprendere le ragioni di un ritiro così radicale, legato all’assoluta volontà di non guardarsi indietro da parte di Hollis e di non fornire qualsiasi appiglio intellettuale alla sua musica, come documentarista cerca comunque una connessione con lui attraverso l’idea di libertà sottesa dalle sue scelte contro il sistema dell’industria musicale. Breës non ha ricevuto alcun segnale positivo durante la pre-produzione del film e alla fine l’assenza di Hollis si rivela come l’unico segno di presenza possibile.

Il titolo allora indica la via, nella ricerca del silenzio tra i suoni, nelle scelte contemplative, nel percorso biografico di Hollis ed infine nell’omaggio esplicito ad un album di Miles Davis intitolato come il film di Breës e che rappresenta un’influenza importante nella ricerca sonora dei Talk Talk di quegli anni.

Per il regista Belga, la scelta di utilizzare strumenti di registrazione degli anni sessanta, operata dai Talk Talk nel 1988 era una risposta all’allora crescente informatizzazione della musica, di cui irrimediabilmente erano già parte. Collocarsi allora fuori dai binari del tempo gli consente di creare quello che lui stesso definisce come un ritratto in assenza, dove confluiscono anche altri elementi, più pragmatici, che definiscono la prassi creativa: celebrità e rifiuto della stessa, radicalismo nelle scelte, cortocircuito tra creazione e produzione, il tutto all’interno degli stessi processi linguistici e analitici che ci consentono di parlare di un’opera d’arte.

In questo senso descrive bene lo spontaneismo di Hollis e Tim Friese-Green, nell’evitare qualsiasi virtuosismo, impiegando mesi su mesi con altri musicisti in studio, lasciandoli improvvisare il più liberamente possibile e senza alcuna linea guida specifica. Una sperimentazione empirica che si riflette anche sul modo in cui riescono ad avvicinarsi a strumenti che non avevano mai suonato prima.

Breës esclude tutto il periodo pop della band di Hollis, concentrandosi su quello che era accaduto prima e dopo, rispetto alla fase di massimo successo.
Ma è costretto a farlo con gli strumenti combinatori del film inchiesta e centellinando le testimonianze. Tutti i protagonisti dell’avventura Talk Talk avrebbero contribuito con le loro testimonianze solo a patto di conoscere preventivamente i nomi che avevano accettato di esser intervistati, un condizionamento a catena che rendeva ardua l’operazione. Hollis ha invece opposto un rifiuto deciso e non negoziabile tanto da intimare a Breës, attraverso una lettera che parlava a nome suo, di fermare il progetto e di non utilizzare alcuna nota dal repertorio dei Talk Talk in oggetto.

Se da una parte Breës comprende i motivi per i quali non esiste a tutt’oggi alcun film dedicato al lavoro di Mark Hollis, insiste e scrive al diretto interessato quanto la musica degli ultimi Talk Talk sia stata importante per la sua stessa vita, che il progetto non era connesso ad alcuna produzione televisiva e che dipendeva interamente dall’impegno e dai capitali dello stesso, in una forma completamente autonoma. Propone quindi a Hollis di partecipare in modo indiretto al film, con un contributo personale sulla cui forma avrebbe avuto totale libertà di scelta, offrendogli quindi di verificare e supervisionare il montaggio. Hollis ringrazia e sembra colpito dall’approccio di Breës, ma con una mail del 15 settembre 2016 conferma al regista la sua volontà affinché il film non si faccia, preferendo che la sua musica viva ed esista per quello che è, senza altro elemento o dispositivo aggiuntivo.

Nel dubbio se continuare o meno, il regista belga procede per la sua strada e decide di uscire dal solco del documentario specifico, optando per quella prassi empirica che cerca qualcosa attraverso le impronte, un girare attorno che si rivela influenzato dalla musica dei Talk Talk, sfiorandola in modo diverso.

Pur rimanendo dell’idea di inviare il girato a Hollis, Breës si scontra con la complessità e la lunghezza del processo produttivo, lasciandosi sorprendere negativamente dalla morte di Hollis, il 25 febbraio del 2019, una settimana prima che il lavoro di montaggio cominciasse.
Ecco che cambiano le prospettive e le scelte, a partire da una musica che si avvicinasse ai processi di field recording come colonna sonora, aggiungendo altri elementi aurali, tra cui una jam session e altri elementi desunti dalla registrazione di rumori “en directe”, cercando in qualche modo di replicare quel processo combinatorio che aveva animato le registrazioni di “Spirit of Eden” e “Laughing Stock”.

Tutta la natura presente nella qualità organica della musica composta dai Talk Talk per i loro ultimi due album, viene recuperata in termini visuali da Breës, cercando di rievocarne la sostanza attraverso il panorama naturale e il contesto sociale in cui i loro lavori avevano preso forma. L’incertezza del processo, le difficoltà nel comprendere se alcuni musicisti che avevano fatto parte dei Talk Talk avrebbero partecipato o meno, infonde al film una qualità in fieri, come alcune opere “sulla strada” degli anni settanta.

Breës alla fine si vede rifiutare la partecipazione da parte di tutti i Talk Talk, compatti nell’onorare un silenzio mantenuto per più di 30 anni. Il regista belga si serve di moltissimo materiale d’archivio e di una struttura “talking heads” molto tradizionale, coinvolgendo quindi una serie di figure che in qualche modo hanno incontrato i Talk Talk in diversi momenti della loro carriera. Grazie a loro cerca di ricostruire un percorso che dal punk degli esordi nell’Essex, arrivi fino alla registrazione dei due album conclusivi della band britannica. Oltre al giornalista del Melody Maker Jim Irvin, che li ha intervistati varie volte nel corso del loro successo pop, partecipa anche il tecnico del suono Phill Brown che offre la testimonianza più ricca sulla lavorazione di “Spirit of Eden” e “Laughing Stock”, entrambi registrati durante un lungo periodo di nove mesi, passato in studio nell’oscurità voluta dagli stessi Talk Talk, senza orologi alla parte e con una strobo ad impostare l’atmosfera delle session.
Una dimensione iniziatica e di totale comunione con l’atto del creare che Breës cerca di rielaborare e riscrivere con un lavoro di ricerca teso a testimoniare il progressivo sottrarsi del proprio oggetto. Documentare, termine rischiosissimo, diventa allora illusione di rivelare un’aura, attraverso la luce, i volti e gli ambienti di un vissuto che è irrimediabilmente distante da ciò che si manifesta come evocazione soggettiva dell’invisibile, quando facciamo esperienza d’ascolto di quei due dischi dei Talk Talk.


Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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