giovedì, Febbraio 29, 2024

Infinity Pool di Brandon Cronenberg: recensione, Berlinale 73 – Special

Infinity Pool sollecita numerose riflessioni antropologiche, politiche, percettive, ma elabora soprattutto una grottesca ed estrema parodia delle cornici rappresentative entro cui siamo immersi tutti quanti, anche di fronte alla morte. Dopo il Sundance, presentato nella sezione Special della Berlinale 73. La recensione

Il resort esclusivo che confina e separa i facoltosi turisti dalla vita indigena di La Tolqa, è separato da un muro di filo spinato identico a quelli utilizzati per i presidi militari. L’esterno è un orizzonte impossibile, descritto entro il recinto del benessere con pericoli simili a quelli del Messico più selvaggio.
Il perimetro immaginato da Brandon Cronenenberg, contrappone la filosofia degli standard all inclusive allo sfondo di povertà che caratterizza numerosi scenari sociali nel sud del mondo.
Per ricostruire l’involucro di un’esperienza personale vissuta nella repubblica Dominicana, il regista canadese ha filmato Infinity Pool all’Amadria Park di Šibenik, in Croazia e successivamente a Budapest, città perfetta per ricombinare l’architettura del regime sovietico come contesto dove si articola il capillare sistema di polizia che regola tutta la vita del luogo.

In un paese dove le radici cultuali determinano un basso livello di tolleranza per ogni infrazione al codice morale, il denaro del capitalismo occidentale può piegare questo rigore apparente, pagando la produzione di un clone, vittima sacrificale per espiare i crimini più efferati.
La pantomima del potere, rimette in scena pene capitali basate sulla legge del taglione, grazie ad un replicante che duplica anche i ricordi del condannato.

L’esplicito riferimento a Super-Cannes, il romanzo di J.G. Ballard opzionato da Cronenberg per un prossimo adattamento, è evidente sin dalle prime immagini, per il modo in cui descrivono comunità autoctone, libere di generare la propria moralità, sullo sfondo di un paesaggio costruito su quei modelli di benessere e tecnologia, consapevolmente regolati per progettare la salute di una collettività che consuma.

Se Eden-Olympia è un blocco architettonico che permette allo scrittore inglese di veicolare, secondo direttive opposte, un’impietosa analisi politica sui guasti dello scientismo turbo-tecnocratico e allo stesso tempo un vitale ricorso alla follia pulsionale, come unico sabotaggio possibile di qualsiasi utopia al potere, il dispositivo di Cronenberg assolve queste e altre funzioni, aprendosi a molteplici interpretazioni che includono la fisiologia della realpolitik corrente, la connivenza dei sistemi “democratici” nelle morfologie di regime, la sopravvivenza di uno sguardo coloniale come codice interpretativo della realtà, l’esplosione dell’energia istintuale come forza distruttiva che può svelare la relazione non riconciliata tra corpo e regole sociali.

Ma come tutti i dispositivi che sollecitano riflessioni antropologiche, politiche e cognitive, Infinity Pool, a dispetto della cornice letteraria riconoscibile in cui è inserito rispetto al più sfuggente Possessor, si distingue per modi e prassi della visione che eccedono ogni considerazione morale, grazie ad un cinema psichico, la cui forma sottende scelte di natura empirica.

Cronenberg ci tiene a sbarazzarsi il più possibile delle marcature legate alla cultura digitale, esattamente come per la bella colonna sonora “organica” di Tim Hecker, inventandosi un artigianato prostetico, ma soprattutto ottico, utile per elaborare la sua personale idea di cinema espanso, come ponte tra le arti visuali. Effetti in camera, progettazione di supporti lenticolari e di specifici box riflettenti, utilizzo di gel e altri sistemi per attivare metamorfosi al volo, puntano a creare un’esperienza fatta di luce, che forza i confini del Cinema e stabilisce nuove relazioni tra schermo e visione.

Le sequenze che immergono i turisti del resort in un incubo psicotropo, sono certamente episodi isolati, ma determinano l’incorporamento di tutto il film entro un regno psichico che sovverte l’ordine degli eventi, insinuando connessioni permeabili tra piani di realtà.

Per quanto lo sport preferito da una rete non più e forse mai più critica, sia quello del disinnesco dei segni a favore di una spiegazione univoca e chiarificatrice, Infinity Pool disattende tutte queste dinamiche tribali, elaborando una grottesca ed estrema parodia delle cornici rappresentative, proprio nel rilancio di quella macchina celibe che è il rivedersi visti attraverso la riproduzione seriale di engrammi digitali.

L’hacking identitario che mettiamo in scena nella stand-up-comedy quotidiana della narrazione social, viene riproposto da Cronenberg con un’inquietante commedia degli equivoci che scambia corpi, interpola coscienze, sovrappone azioni creative con pulsioni distruttive, rilascia freni inibitori.

Che la risata sia una reazione ricercata dall’artista canadese, lo ha confermato in quasi tutte le interviste concesse alla stampa statunitense dopo la presentazione del film al Sundance. Questa, ingoiata o meno, consente di sostituire l’indignazione morale con un’assunzione del punto di vista criminale e di quello della vittima, in una continua messa in scena della propria immagine riflessa, che corrisponda alla sua stessa condanna a morte.

Il progressivo distacco emotivo di Alexander Skarsgård durante il procedere seriale dei cloni a sua immagine, non si applica in modo simmetrico all’esca narrativa che Cronenberg dichiara esplicitamente, insinuando il dubbio che nella prima esecuzione sia stato soppresso l’originale e sopravvissuta la copia.

Viene invece spostato l’asse percettivo sulla tolleranza che siamo disposti a incorporare, barattando l’irriducibilità degli eventi, con la replica pervasiva della nostra iper-presenza.

James Foster, scrittore in crisi, si fonde alla fine con il paesaggio del resort e con l’idea di piscina a sfioro: un’illusione ottica che apre lo sguardo verso l’orizzonte, ma rimane chiusa nella sua cornice di riferimento. La crisi creativa che lo blocca, può essere l’oggetto o il soggetto stesso di un isolamento assoluto dalla realtà collettiva, mentre lo sconfinamento estremo delle proprie pulsioni, come gli suggerisce Gabi, può riattivare creatività sopite.

Le maschere Eki indossate da Mia Goth e dal gruppo di turisti, sottolineano ad una prima lettura l’eccedenza tra i segni di una cultura rituale e l’appropriazione coloniale di un rimosso, ma sono costituite da lacerti del consumo di massa, in un patchwork tra chirurgia estetica corrotta, metamorfosi industriali, relitti totemici connessi al mondo animale.

Ancora una volta, autenticità e inautenticità convivono, assegnando alla falsificazione un grado amplissimo di possibilità dalle quali non è più possibile disancorarsi, anche di fronte alla morte.

[Foto dell’articolo. Media Vault per la stampa della Berlinale, courtesy Neon]

Infinity Pool di Brandon Cronenberg (Canada, Croazia, Ungheria 2022 – 118 min)
Interpreti: Alexander Skarsgård, Mia Goth, Cleopatra Coleman, Jalil Lespert, Thomas Kretschmann, Jeffrey Ricketts , John Ralston, Amanda Brugel, Caroline Boulton
Sceneggiatura: Brandon Cronenberg
Fotografia: Karim Hussain
Montaggio: James Vandewater
Musica: Tim Hecker


Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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