giovedì, Settembre 16, 2021

La Belle Époque di Nicolas Bedos – Festa del Cinema di Roma: recensione

C’è una tale abbondanza nel nuovo film dell’eclettico Nicolas Bedos, già regista, sceneggiatore, e attore di Mr & Mme Adelman (Un amore sopra le righe) oltre che attivissimo a teatro, sul fronte letterario e della composizione musicale, da risultare straordinaria l’operante capacità di inquadrare La Belle Époque nello spazio di una esatta, commovente congruenza delle parti nell’insieme.

When shadows fall, I pass a small cafe where we would dance at night
And I can’t help recalling how it felt to kiss and hold you tight

Victor (Daniel Auteuil) è un (ex) disegnatore settantenne, quotidianamente sgomento di fronte al declino irreversibile di abitudini e impulsi analogici, cinico nel confrontarsi – o nell’evitare di farlo – con la pervasività delle tecnologie digitali che tutto virtualizzano.

False le relazioni umane, asettici i contesti lavorativi. È, il suo, l’atteggiamento sardonico, tanto canzonato da quelli che lo circondano quanto spassosamente canzonatorio sullo schermo, di chi diagnostica nel presente una più generale perdita di genuinità: “c’è del vino senza alcol, ora?”

Marianne (Fanny Ardant) al contrario, utilizza le miriadi di protesi tecnologiche come antidoto al passare del tempo nell’urgenza di sentirsi sempre e ancora giovane. Di sera si addormenta con un visore appoggiato sugli occhi, di giorno collauda la versione digitale di sé che la sostituisca nel rapporto con i clienti da psicanalizzare attraverso l’impiego di un algoritmo.
Victor e Marianne erano innamorati dal maggio del ’74, ora non si riconoscono più. L’uno passatista agli occhi dell’altra, lei psicotica ai suoi, destinati al cortocircuito.

Sembrerebbe una commedia sentimentale tra le tante, non lo è.

Orchestrata con perizia dei tempi comici nel sottolineare l’aspetto farsesco di una storia dolceamara, la dinamica conflittuale tra i due si apre a uno sviluppo nostalgico inusitato che guarda indietro verso un futuro in cui qualcosa di non reale può essere incredibilmente vero se lo sono le emozioni che vengono messe in gioco, e dove la vivezza di un ricordo può bastare per sospendere l’inesorabilità della clessidra.

La regia scoppiata, vorticosa e salda insieme, danza con Auteuil in una belle époque che non è quella tardo ottocentesca, ma condizione sentimentale di autentica sintonia con le cose del mondo esperibile in uno scenario in un cui ogni mistificazione è manifesta e non per questo meno efficace.

Antoine (Guillame Canet) ricostruisce infatti scenografie storicamente ambientate, è il supervisore occulto che dirige – doppio di Bedos nel pubblico e nel privato, con la sua dose di istrionismo imperversante – viaggi nella memoria chiaramente simulacrali cui si è di buon grado, e con trasporto, disposti a credere.

A lui si rivolge Victor per ripetere l’incontro con Marianne: in quel cafè di Lione dov’era così lieve guardarsi, ballare, starsene abbracciati, una luminosa Doria Tillier, attrice che interpreta un’attrice nei panni di Margot/Marianne, catalizza malinconie proprie e altrui verso un collettivo, sognante e fiducioso recupero degli equilibri che solo può passare attraverso un liberatorio tracollo degli stessi.

I riflettori sono accesi, e ben visibili, sul volto sfavillante di quegli anni Settanta che non mancano di apparire come il luogo delle libertà, dell’emancipazione, delle trasgressioni, ma a cui pure si guarda, “musica!”, come a una chimera di fulgenti illusioni. Che’ ogni stagione, della storia e della vita, ha le proprie, e il presente non è poi tanto male.

Affrancati da ogni riluttanza a fidarsi della forza epifanica dell’immagine cinematografica pur – o proprio perché – corpo a corpo con la messa in scena sferzante dei suoi dietro le quinte, non resta che alleggerirsi di ogni perplessità, lasciarsi trainare da una scrittura d’ensemble, cui partecipano le prove attoriali insieme a quella registica, tanto puntuale da essere toccante fin oltre il sorriso che non abbandona mai.

Veronica Canalini
Critica Cinematografica iscritta al SNCCI. Si anche classificata al secondo posto al concorso di critica cinematografica “Genere femminile: quando le donne criticano il cinema” indetto da Artemedia, oltre a scrivere di Cinema per Indie-eye, si è occupata di critica letteraria per il Corriere del Conero.

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