sabato, Settembre 26, 2020

La paranza dei Bambini di Claudio Giovannesi – Berlinale 69 – Concorso: recensione

In un’estetica in cui il naturalismo nichilista di Gomorra ha consumato il potere sconvolgente dell’immagine criminale e bruciato la possibilità di aggiungere qualsiasi altro senso alla fine del senso, l’unica strada espressiva credibile rimasta al racconto di mafia per scardinare l’occhio è quella del realismo emotivo, del racconto del sentimento in grado di rompere il cortocircuito formatosi a causa dell’impossibilità di una rappresentazione più reale.

La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi è materia audiovisiva conscia della propria posizione rispetto a questa necessità, che piega per i propri obiettivi lo schema mimetico del reale e traduce il genere del crime movie in una piattaforma su cui costruire una storia di crescita. Senza patetismi, senza voyeurismo, senza eccessi, ma invece con un incredibile controllo dell’estensione di senso dell’immagine e con una sensibilità rara e commovente, capace di sintetizzare in un entimema nascosto tra le premesse il limite dell’immagine e di riscoprire la scioccante realtà psicologica della vicenda criminale.

La chiave di questa riscoperta è la prospettiva soggettiva di Nicola (Francesco Di Napoli), ragazzo di quindici anni deciso a seguire quella che considera l’unica possibile scelta di vita: diventare un gangster per dettare le proprie condizioni nel quartiere, “faticando” per alcuni clan e poi cercando di ribaltarli dall’interno forte della fedeltà della sua “paranza” di coetanei.

Giovannesi è interessato al suo arco di sviluppo, al suo comportamento, alle sue scelte e infatti il film è caricato sul suo corpo, sul suo profilo, sui suoi occhi sempre in attrito con la superficie del mondo. Attraverso il particolare orizzonte emotivo di Nicola che fluttua e galleggia abbattendo la rigidità del contesto, confondendo le geometrie dei quartieri napoletani e le regole dei clan, il regista istanzia e cattura l’identità di una generazione che non è più terrorizzata da nulla e vive la propria quotidianità tra la goffaggine per le esperienze relazionali, l’indifferenza per la violenza, il feticismo per le armi e l’amore per il denaro e per la droga.

Il film studia la psicologia dei suoi personaggi con una messa in scena che non sbaglia mai la misura della distanza di osservazione: la fotografia emozionale non è fuori fuoco ed esplode di dettagli; la rappresentazione dei sentimenti e delle azioni del protagonista è scevra di strumentalizzazioni artefatte e libera dai ricatti strappa lacrime; il realismo emotivo si solleva grazie a un’attenta immersione nella quotidianità. Il risultato è un racconto che segna un nuovo stadio espressivo nella rappresentazione della realtà della mafia e della psicologia degli individui che ne scelgono il linguaggio, una tragedia di formazione interessata a ragionare sulla normalità del male attraverso la descrizione di un movimento esistenziale complesso e sincero, esemplificato attraverso la storia di un cuore a forma di palloncino dilaniato dal tocco di un proiettile.

Leonardo Strano
Leonardo Strano
Primo Classificato al Premio "Alberto Farassino, scrivere di Cinema", secondo al premio "Adelio Ferrero Cinema e Critica" Leonardo Strano scrive per indie-eye approfondimenti di Cinema e semiotica. Ha collaborato anche con Ondacinema, Point Blank, Taxidrivers, Filmidee, Il Cittadino di Monza e Brianza

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