venerdì, Ottobre 30, 2020

Le grand Bal ovvero il tempo di danzare: la recensione del film di Laetitia Carton

Balli se sei un giovane di Chicago sprofondato nella lontana campagna di Bomont, anche se una stupida legge lo impedisce, balli quando sei una giovane ragazza in vacanza e vedi Patrick Swayze, balli quando ti costringono al pugilato ma la tua passione è agitarti con grazia sulle note di una sonata classica. Balli insieme a Laetitia Carton nel bel mezzo dell’estate, quando in un’idilliaca campagna a 165 miglia a sud di Parigi migliaia di persone si radunano per danzare sette giorni e otto notti senza sosta.

Le grand Bal è il racconto di un evento, la cronaca di un spettacolo, è l’essenza stessa della danza, del corpo in movimento, del bisogno umano di connettersi. La musica si diffonde nel buio della notte e al sorgere del sole. Il violino, la fisarmonica e il clarinetto risuonano costantemente, i piedi e i corpi di uomini e donne si muovono all’unisono su pavimenti di legno. Non c’è un protagonista da seguire o una narrazione precisa, Laetitia Carton si intrufola con la sua macchina da presa sulle piste da ballo, nel campeggio dove le persone si concedono una pausa di poche ora prima di ricominciare, tra le amache, tra i tavoli dove si mangia qualcosa.

Mostra conversazioni spezzate che noi spettatori come tasselli di un puzzle cuciamo insieme. Lavora sull’esperienza, sulle aspettative, le prerogative di ogni partecipante al festival, sul legame sottile, magico e unico che vivono gli uni con gli altri.

Il fil rouge di questo documentario è lei, la sua voce, le sue osservazioni sulla danza, l’origine di questa passione, la sua presenza. Un ritratto intimo che si intreccia all’esperienza di molti, un’esplorazione che da personale diventa collettiva. Si gira, si ride, si volteggia, si piange, si canta, la vita pulsa durante tutto il film. La cinepresa si ferma con tenerezza sui volti concentrati o sorridenti delle persone, sui piedi che lottano per mantenere il ritmo e quell’unità che li lega non solo al partner ma a tutta l’intera sala.

Le grand Bal affonda le sue radici nella riscoperta della musica tradizionale, nel lavoro che fin dagli anni Settanta alcuni musicologi fecero registrando e preservando canti e danze popolari che rischiavano l’estinzione, il film infatti sovrappone alcune meravigliose immagini, risalenti probabilmente agli anni Trenta, in cui gli uomini di piccoli villaggi eseguono quella misteriosa combinazione di passi che i partecipanti al festival sono lì per apprendere. Una memoria viva, sopravvissuta e mai ancorata al passato che diventa la vocazione per un nuovo punto di partenza.
Il valzer, la mazurka, la bourrée ma anche la taranta, melodie irrefrenabili che afferrano il corpo che non ha nessuna scelta o possibilità di resistere. Fin dall’inizio dell film, quando ancora siamo in macchina con Laetitia, iniziamo a volteggiare per le tortuose strade di campagna, come se già prima di arrivare a destinazione, avessimo cominciato a danzare.
Le grand Bal è euforia, sfinimento e desiderio.

Francesca Fazioli
Francesca Fazioli
Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha frequentato un Master in Critica Giornalistica all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico e una serie di laboratori tra cui quello di scrittura cinematografica tenuto da Francesco Niccolini e Giampaolo Simi. Oltre che con indie-eye ha collaborato e/o collabora scrivendo di Cinema e Spettacolo per le riviste Fox Life, Zero Edizioni, OUTsiders Webzine

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