Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il film di Maury e Bustillo non si allinea a quella corrente modaiola che ha trasformato qualsiasi discesa all'inferno in un innocuo gadget spendibile per una serata in famiglia. Leatherface, la recensione 

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Prima della presentazione di Leatherface al FrightFest di Londra, Tobe Hooper ci ha lasciati. Per il film di Alexandre Bustillo e Julien Maury aveva curato la produzione esecutiva, regalandoci forse un’ultima zampata dopo quella del delirante Djinn, il suo ultimo film diretto nel 2013. Difficile determinarne adesso l’influenza nel film della coppia francese. La via scelta è quella del prequel, e il lavoro dei due registi si allontana del tutto, sopratutto in termini qualitativi, dalle ultime versioni della saga, tra cui il pessimo Texas Chainsaw 3D di John Luessenhop. È un parziale debutto americano per i due autori francesi perché Leatherface è stato girato a basso budget in Bulgaria e con una crew per lo più europea. Rispetto alla stilizzazione gotica di “Livide” e al recupero dell’immaginario kinghiano anni ottanta con “Aux yeux des vivants“, i nostri escono dall’impasse manierista in cui sembravano esser scivolati, realizzando la loro opera più sporca, diseguale e dolente dai tempi di “À l’intérieur” , ed è un vero peccato che il film sia entrato e uscito dalle nostre sale alla velocità della luce, complice anche una distribuzione statunitense che ha privilegiato i canali VOD e DirectTV rispetto alla sala, favorendo di fatto quelli della pirateria digitale.

Scritto dal quasi esordiente Seth M. Sherwood, il film si ambienta a metà degli anni cinquanta nel pieno degli anni formativi di Jed Sawyer (Boris Kabakchiev) figlio minore di una famiglia matriarcale texana, dominata dalla ferocia di Verna, una Lily Taylor straordinariamente contrita in abiti quasi mormoni. La riluttanza del giovane Jed a sposare la causa della violenza, lo porterà ad essere accidentalmente il responsabile della morte della giovane figlia dello sceriffo Hal Hartman (Stephen Dorff), versione psicotica della legge, dove linguaggio e prassi sono quelli dell’abuso.
L’occasione per mettere in atto un’atroce vendetta si trasformerà quindi nel confronto tra follia e normalità in un contesto dove le regole che tengono insieme l’america rurale sono ancora quelle dello scontro brutale tra famiglie per la conquista di un territorio, tanto che tra legge e crimine non sembra esserci alcuna differenza, né è possibile stabilire se il secondo sia un’origine deviata della prima.

Con una prima metà ambientata all’interno del manicomio-lager dove Jed viene rinchiuso, Leatherface sembra riferirsi in parte al cinema di Samuel Fuller e alla revisione che ne aveva fatto John Carpenter per poi rivolgersi apertamente a quei b-movies deraglianti che hanno in qualche modo ispirato, nei decenni successivi, Arthur Penn, Terrence Malick e Oliver Stone, pensiamo al cinema di James Landis e Ray Dennis Steckler e alla follia demente che sostituisce il sogno americano con la violenza, da Gun Crazy in poi.

Maury e Bustillo, pur mantenendosi entro gli eccessi della violenza gore, la utilizzano in un contesto diverso rispetto allo sporco “tableaux vivant” familistico di Hooper (pensiamo all’immagine seminale della famiglia a tavola), più interessati all’origine antropologica di quel contesto che non alla genesi del personaggio, la cui trasformazione occupa solamente gli ultimi minuti del film, differenziandone presupposti e risultati dal lirismo tragico di Rob Zombie e dalla sua attenzione alla maschera.
In questo senso e con intelligenza, i due autori francesi evitano del tutto l’impianto allegorico e visionario, consegnandoci un saggio di cinema brutale e senza speranza, tutto condotto sul filo della violenza come unica possibilità. La disumanità totale del cinema di Hooper, strumento antropologico di osservazione, torna al centro della saga uscendo totalmente dalla retorica iconografica accumulatasi nei decenni successivi al primo film, riacquisendo una forza primaria e demente, senza alcun indugio sulla dimensione psicologica, tanto da infrangere ex abrupto in una sequenza conclusiva che toglie il respiro, l’unica possibilità di identificazione con l’io del personaggio. 
Necessario o meno, rispetto all’ineguagliabile sporcizia dell’originale prodotto nel 1974, ma è in fondo un interrogativo democristiano che non ci interessa affatto, quello della necessità o dell’opportunità, il film di Maury e Bustillo non si allinea a quella corrente modaiola che ha trasformato qualsiasi discesa all’inferno in un innocuo gadget spendibile per una serata in famiglia, e di questi tempi non è poco. 

Michele Faggi

Alexandre Bustillo e Julien Maury
Leatherface
USA - 2017

Con Lili Taylor, Stephen Dorff, Angela Bettis, Sam Strike, James Bloor, Jessica Madse
Durata 90 min