mercoledì, Settembre 30, 2020

L’estate sta finendo di Stefano Tummolini: la recensione

Un gruppo di ragazzi trascorrono il weekend nella villetta del più riccastro fra loro, nell’amena località balneare di Sabaudia. C’è il biondino della Roma bene, il tamarro dallo sguardo trucido, il cantautore (incompreso) da centro sociale, il ballerino gay con isterie da primadonna, il meridionale provincialotto che fa da capro espiatorio e varie tipologie di squinzie: da quella di borgata alla upper class. I loro obiettivi: lasciare a briglie sciolte gli ormoni e imbottirsi le narici di cocaina. Peccato che un tragico incidente mandi all’aria i loro piani vacanzieri. In L’estate sta finendo, Stefano Tummolini azzarda goffamente un’ibridazione tra teen comedy e thriller, inserendosi nell’onda lunga del cinema alla Moccia (con occhieggiamenti in direzione di Sapore di mare): peccato che di umorismo (macabro e non) e brividi non vi sia nemmeno l’ombra. Per ovviare a una sceneggiatura fantasma – che scivola ripetutamente nel ridicolo involontario quando “barcolla” sferrando il colpo di scena drammatico e che diventa pericolosamente dissoluta quando imbocca la strada del cinismo – si ricorre al dialogo pecoreccio nella vana speranza di risvegliare pruriti tardo adolescenziali e sembrare al tempo stesso up-to-date. Assistiamo dunque a una serie di disquisizioni sul pompino, vero e proprio tormentone del film; un dopocena con classifica sulla miglior scopata di sempre, tra cui restano impresse nella memoria: «quella più bella l’ho fatta dopo aver pippato coca», «ho fatto una spagnola in una cabina telefonica» e dulcis in fundo «io me’ so fatta pure er postino». Giudicate voi.
Nondimeno, ogni personaggio – sulla carta, più o meno venticinquenni, ma dal tenore dei discorsi si direbbe non più che quindicenni – pare una summa dei più logori cliché: è mai possibile che nel 2013 ci si ostini ancora a rappresentare un omosessuale con il solito corredo di esse sibilanti, mossette, piagnistei e carnascialate? Quando affiorano anche velleità sociologiche (la natura tribale del rapporto fra classi) si arriva ufficialmente al capolinea del film. La costante indecisione sul registro e sul punto di vista da assumere rispetto agli eventi trascina la storia verso un irritante e inconsapevole nichilismo, con i colpevoli che la fanno franca e la lacrimuccia autoassolutoria del protagonista, per dare a intendere che un qualche giudizio morale in fondo c’è. La confezione televisiva ovviamente non aiuta. A confronto, Brizzi sembra Monicelli.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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