mercoledì, Settembre 28, 2022

Lo Stato contro Fritz Bauer di Lars Kraume: la recensione

Prix du Public UBS a Locarno, Der Staat Gegen Fritz Bauer di Lars Kraume arriva sui nostri schermi a formare un prezioso dittico con Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli, qui recensito nel gennaio scorso. Entrambi i film ruotano intorno a figure che hanno fatto la storia, ma di cui la storia sembrava dimentica.
Mezzo secolo è passato e quelle vicende tornano alla luce grazie ad un cinema ancora attento ad essere un linguaggio dell’arte ed un occhio vigile su quella storia umana che dell’arte è la prima ispiratrice.

Procura di Francoforte sul Meno, anni ’50 del secolo scorso.
Fritz Bauer è Procuratore Generale. Anziano reduce da battaglie una volta possibili nelle strade della Repubblica di Weimar, non ha mai perso la spinta ideale e la lucida follia che, messe insieme, gli hanno permesso di superare indenne gli anni del nazionalsocialismo.

Ebreo e omosessuale, pare che questi due “marchi d’infamia” possano nuocergli più in tempi di ricostruzione e normalizzazione che sotto Hitler. E’ infatti di queste due carte che l’entourage politico post-bellico ama servirsi per tentare operazioni che lo dissuadano dalla sua indefessa caccia al nazista, culminante nella cattura, in Argentina, di Adolf Eichmann nel ’57, con l’aiuto del Mossad, servizi segreti israeliani.

Storia vera che si stenta a credere tale, visto il lieto fine, è tutta nell’indomita capacità di quest’uomo che nulla valse a fermare, nè la salute, minata dall’età e dagli innumerevoli sigari sempre in bocca, nè il silenzio complice, le compromissioni vergognose con il passato nazista, le nuove alleanze economiche e politiche tessute fra le grandi potenze mondiali e favorite dalla nuova Germania di Adenauer. Scomodo rimestare nel passato, chiedere giustizia per milioni di morti dimenticati, costringere il Paese a guardarsi negli occhi. Basta mettere in agenda una serie di commemorazioni annuali ed erigere qualche sacrario qua e là e la coscienza torna pulita.

Ma Fritz Bauer non ci sta. E Kraume sceglie un attore perfetto per la sua parte, Burghart Klaußner, adeguatamente scontroso e battagliero, un uomo solo capace di costruire legami profondi, come quello con il suo autista, a cui poter parlare di tutto, con la sorella Margot, che vive lontana ma a cui telefona dopo l’ennesima svastica recapitatagli per posta, con il giovane pubblico ministero Karl Angermann (Ronald Zehrfeld), un rapporto di lenta gestazione ma definitivo e leale.

Bauer sa di essere circondato da nemici, ma la sua ironia è uno scudo potente, quasi quanto la sua determinazione nell’inseguire i criminali nazisti scampati ovunque nel mondo, grazie alla rete di complicità internazionali.
Dov’è finita Rosa Luxembourg?” chiede sornione al capo di gabinetto che si è affrettato a sostituire quel ritratto alla parete dell’ufficio. Lontani i tempi delle loro manifestazioni comuni contro la “resistibile” ascesa delle brigate nazionalsocialiste, ora Bauer è rimasto solo nel suo ufficio, e i quattro “ procuratorelli” a cui ha affidato incarichi speciali d’indagine non hanno scoperto un bel nulla.

Solo Angermann, simile a lui in tante cose e come lui ricattabile in un Paese che condanna la diversità con carcere duro, gli sarà vicino fino alla scelta più difficile, quella in cui uno si gioca la vita in nome dell’amicizia e dell’onestà.
Bauer sa che rivolgersi al Mossad per cercare aiuto nella cattura di Eichmann è bollato in patria come alto tradimento. Sa, però, che questa è l’ultima possibilità per assicurare alla giustizia quello che, dopo Hitler, fu il fulcro, il motore assoluto della Soluzione Finale, il gerarca da cui si diramarono tutte le vie che portarono ai lager. Una lettera dall’Argentina gli ha detto che lì c’è un tale che, non c’è dubbio, è proprio Eichmann. Impossibile perderlo, e allora bisogna tradire la patria, a volte.

Cosa è successo ai nazisti in Germania tra il ’45 e gli inizi degli anni ’60? ” è stata la domanda a cui Bauer ha sempre cercato risposta. Non ha goduto di collaborazioni, il suo essere ebreo lo ha fatto passare per vendicativo, difficile credere che si lotti per la giustizia e un imperativo morale possa guidare così la vita di qualcuno. Eppure Bauer era questo tipo di uomo.

Non ottenne quel che cercava, non riuscì a portare Eichmann a Francoforte. Era questo il suo scopo, che la Germania tutta prendesse coscienza di sè e del suo passato.
Fu una vittoria spezzata, prevalse la real-politik, vinse il più forte, celebrare il processo a Tel Aviv non fu la stessa cosa che farlo in Germania, la culla di quella Soluzione Finale che in un tranquillo giorno del gennaio 1942 fu decisa nella villa di sobrio stile neoclassico sulle rive del lago Wannsee, a 30 minuti da Berlino. Fra i 14 rappresentanti del Reichstag, SS e funzionari ministeriali delle ferrovie e della polizia, c’era anche lui, un grigio ometto di nome Adolf. Non Hitler, solo Eichmann.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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