Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Dopo la Festa del Cinema di Roma, Lorenzo Mattotti ha fatto tappa a Lucca Comics per presentare "La Famosa invasione degli Orsi in sicilia", il film d'animazione ispirato al romanzo di Dino Buzzati. Nei giorni della sua permanenza lucchese, Francesca Fazioli lo ha incontrato per una lunga conversazione sul suo metodo. Come un fiume in piena, ricco di passione e di idee, ci ha raccontato la genesi del film. Dal disegno al racconto, dalle ombre alle voci. 

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«Per quattro anni mi sono rifiutato di vedere film d’animazione, non volevo né essere influenzato né depresso».

La Famosa Invasione degli Orsi in Sicilia, leggi la recensione del film

Lorenzo Mattotti ha impiegato cinque anni per realizzare La famosa invasione degli orsi in Sicilia e ora che il film, dopo essere stato presentato al Festival di Cannes e nella sezione satellite della Festa del Cinema di Roma, è pronto a uscire in sala, si sbilancia in un’analisi sulle condizioni e le contraddizioni dell’animazione.

«Vedo quello che c’è in Europa e mi sembra che si stia facendo cose molto, molto belle. È chiaro che in Europa siamo più raffinati, non facciamo tutti la stessa cosa perché ogni regista ha il suo mondo poetico e la sua visione personale, ed è questa la nostra ricchezza. In America se c’è una formula, questa viene ripetuta, la regola è uniformarsi, infatti hanno rinunciato totalmente al 2D. A livello tecnico credo che la Francia in questo momento sia la migliore, hanno quattro o cinque lungometraggi animati in produzione, stanno crescendo e accumulando esperienza. Trovo che sia il solo paese in Europa ad esser riuscito a fare una vera politica di sviluppo in questo campo e adesso ne godono i frutti. Io mi chiedo sempre se una produzione italiana avrebbe scommesso su un regista francese, se gli avrebbe finanziato quasi interamente il film, credo che questa sia apertura culturale, la distruzione dei muri e dei confini che è utile all’Arte».

Il progetto di Lorenzo Mattotti infatti è stata una scommessa tutta francese.

«Una volta anche in Italia era così, c’era questo tipo di collaborazione, adesso sono i produttori italiani che vanno a cercare finanziatori all’estero. Abbiamo paura di essere inferiori, loro invece non hanno problemi, accolgono. Noi abbiamo questo pregiudizio secondo cui quando ci apriamo perdiamo qualcosa, invece potremmo solo arricchirci.
La casa di produzione francese che si è occupata del mio lungometraggio è partita da un autore italiano, Dino Buzzati, e da un esordiente, io, a cui hanno dato moltissima fiducia».

Quindi se a un regista viene data la possibilità di esprimersi il grosso problema diventa un altro, mandare la gente al cinema.

«Ci siamo posti il problema che le persone potessero pensare a questo cartone animato come ad un’opera troppo sofisticata, che non fosse fatta per loro, che fosse troppo diversa dalle altre. Una signora qualche giorno fa mi ha confidato un suo dubbio: si chiedeva se fosse adatta per i suoi figli, in base alla sua diversità, ma anche alle abitudini in fatto di visioni; i ragazzi ingoiano tante schifezze, non era quindi sicura che avrebbero digerito il film; è un aspetto che mi ha stupito e mi ha fatto immediatamente riflettere. Hanno paura di portare i figli a vedere qualcosa di diverso e stimolante, davvero una pazzia. La mia personale risposta è  che “non ci siamo”. Ecco perché l’aspetto più difficile è quello di portare spettatori al cinema, perché quando si trovano finalmente in sala, dimostrano un forte entusiasmo»

Mattotti rimarca infatti sulla popolarità del film in termini di approccio, definendolo un film per tutti

«Non ho di certo voluto passare cinque anni della mia vita a fare un film per me stesso, è una cosa che ho fatto per quarant’anni con le mie storie, realizzando in parte il mio mondo interiore, ma soprattutto ho voluto che ci fosse la possibilità concreta di donare ai ragazzi una storia differente, diversa ma comunque bella. A questo punto devi prenderti una responsabilità e io a sessant’anni l’ho fatto. Bisogna provarci. Ogni disegnatore bravo deve mettersi alla prova e fare qualcosa per un pubblico giovane perché è quel pubblico a crescere e ad abituarsi più facilmente. Non possiamo chiuderci dentro i nostri mondi, le nostre ossessioni e le nostre numerose paranoie, bisogna pensare e realizzare qualcosa di positivo, come diceva De André “dal letame nascono i fior”, allora cominciamo a seminare per le giovani generazioni. Io ci ho impiegato un po’ di tempo ma spero ne sia valsa la pena».

©2019 Prima Linea Productions-Pathé Films

A questo punto era d’obbligo il passaggio dall’universale al particolare, quindi cercare di capire quanto di 2D e 3D ci fosse, dato che il film oltre a riportare perfettamente lo stile solido delle sue illustrazioni sembra espandersi in modo così volumetrico da farti sorgere qualche dubbio.

«Ho voluto ombre su tutto» risponde Mattotti, «sui personaggi, sugli ambienti, questo fin dall’inizio è stato un elemento fondamentale. Desideravo che ogni personaggio avesse il suo volume, avesse aria intorno. Spesso certi cartoni animati sono claustrofobici, senti la materia, io non volevo la materia dei miei pastelli, volevo utilizzare l’aria che c’è nel cinema, le grandi profondità. Abbiamo collaborato con maestranze specializzate che potessero occuparsi solo di ombre, erano almeno otto persone. È stato un lavoro parallelo all’animazione, forse se abbiamo ritardato un po’ è stata colpa proprio delle “ombre” che non arrivavano sempre puntuali, avevamo uno studio in Ungheria che se ne occupava ed è stato un lavoro molto lungo perché io volevo vederle tutte, seguire attentamente le loro metamorfosi. Ad esempio, per le ombre dei fantasmi, avevo un’idea, volevo che variassero per tutto il tempo e che non fossero fisse o statiche, proprio come le sculture di Henry Spencer Moore. Il volume delle opere di Moore cambia totalmente a seconda dell’angolazione da cui le guardi. C’è stato un enorme lavoro su tutti i personaggi, credo che le figure siano diventate molto grafiche per questo motivo. Tutti i personaggi principali sono in 2D, quello che è in 3D sono tutti gli altri orsi, l’esercito, i soldatini, le barche durante le battaglie, ma gli effetti speciali sono in 2D come le onde del mare.»

E il compositing?

«Il compositing è davvero il momento finale in cui finalmente sei di fronte a tutto quello che hai prodotto fino a quel momento. Tu lavori per cinque anni e non sai cosa hai fatto, anche se hai dei campioni, devi creare ogni elemento distintamente, la scenografia con tutti gli elementi separati, i personaggi, le nuvole e poi cominci a metterle insieme proprio durante questa fase di assemblaggio, ed è meraviglioso perché puoi cambiare i colori, puoi aggiungere un raggio di luce, un’ombra in fondo. È il vero lavoro conclusivo, e a quel punto diventi davvero il regista di quello che vedi e non di quello che immagini sarà».

I colori quanto le ombre sembrano tormentare Lorenzo Mattotti.

«Continuavo a dire di non aver paura del colore, non ne ho mai avuta prima, perché il colore è davvero una forma di energia visiva e anche fisica che non si utilizza mai troppo. C’è il mio amore per Yellow Submarine dei The Beatles che è una vera esplosione di tinte, amo la cultura psichedelica e quindi lo abbiamo davvero utilizzato in tutte le maniere, cercando di creare immagini molto nette, chiare, precise senza nebbie, non volevo assolutamente quelle nebbioline usate da tutti per nascondere anche i piccoli errori. Nel compositing si usano spesso ma io volevo uno sguardo pulito e chiaro, volevo che lo spettatore potesse vedere in fondo una piccola luce dietro la valle o un’ombra di passaggio. Volevo che gli occhi del pubblico potessero perdersi, per arricchire la visione e l’immaginario».

©2019 Prima Linea Productions-Pathé Films

Se il lavoro tecnico dietro La famosa invasione degli orsi in Sicilia è stato lungo, intricato e complesso, la scelta di Mattotti per le voci da dare ai suoi personaggi è stata veloce, quasi immediata. Il film è stato presentato sia in lingua francese che in lingua italiana e con Lorenzo ho scoperto che le voci sono state il punto di partenza, l’elemento da cui è scaturito tutto.

«Le voci originali le abbiamo registrate in francese prima che si facesse tutta l’animazione, è una cosa comune. Avevamo già fatto alcune prove con  attori italiani perché ero curioso, volevamo che ci fosse una certa italianità anche tra gli attori francesi. Era un’idea un po’ stramba però l’abbiamo provata, quindi avevo già selezionato Corrado Guzzanti e Antonio Albanese, sapevo già che volevo Antonio come Gedeone, avevo proprio lui nella testa. Poi quando ho sentito la voce di Almerina era lei, ho capito che cercavo proprio Linda Cariddi. In effetti io cercavo le voci per i miei personaggi, se poi assomigliavano ad attori che già esistevano andava bene lo stesso, su questo aspetto non ho riflettuto molto. Volevo che le voci fossero molto caratterizzate, ogni personaggio è molto diverso, abbiamo degli umani, degli orsi, strani burattini e maschere, ogni voce doveva essere comprensibile e ben chiara rispetto alle altre. Ci sono dialoghi complessi con tre, quattro personaggi e volevo si capisse subito e si collegassero bene con i visi e le figure. Guzzanti ha cambiato la sua voce, forse l’unico è Antonio che ricorda molto i suoi personaggi, anche Toni Servillo ha modificato il tono, l’ha fatto più grave, più caricaturale».

Il dubbio insinuato a questo punto era proprio che scegliendo attori particolarmente famosi, sentirli potesse dissociare in qualche modo lo spettatore dal film, allontanarlo dalla storia.

«Quando viene fuori Camilleri è chiaro quanto sia “lui”, cosi come accade nella versione francese con la voce di Jean Claude Carrière, il grande sceneggiatore di Luis Buñuel e François Truffaut. Un grande scrittore;  simbolicamente era molto bello e importante, Camilleri quindi era la perfetta controparte italiana. L’ho scelto proprio perché con la sua identità poteva offrire molta forza al personaggio. Quindi non so se questo problema si è verificato, forse è bello che succeda, vedere questo vecchio orso che se ne va a dormire nella grotta entrando nel buio è estremamente d’impatto. Noi non abbiamo disegnato il vecchio orso pensando a Camilleri, è venuto fuori in modo molto naturale.»

E i riferimenti?

«Io non sono un grande specialista di Commedia dell’Arte e neanche di film umoristici, la mia natura è molto più drammatica e contemplativa però uno dei punti di riferimento, anche se assurdo, era L’armata Brancaleone, perché lì c’è un divertimento nelle voci, nel raccontare e nel saperle utilizzare. Mi ha aiutato nella mia idea come quando abbiamo deciso che il Professore De Ambrosiis avrebbe dovuto parlare il dialetto veneto, suggestione venuta fuori con Lombardi, un attore non molto conosciuto ma straordinario. Era molto difficile il doppiaggio di questo personaggio, perché l’attore francese parlava velocissimo e anche l’animazione che lo riguarda è quasi isterica, quindi lui doveva ripetere le parole agli stessi ritmi, l’unico accento che potevamo utilizzare era il veneto, perché è un dialetto che si consuma velocemente nella lingua parlata, napoletano e siciliano non avrebbero funzionato allo stesso modo. La versione italiana trovo sia più divertente di quella francese che forse risulta essere più delicata, più letteraria e anche più classica. Quella italiana è come un fuoco d’artificio, gli attori stessi hanno inventato delle parole che ormai sono entrate nel film, come meschin. Noi non ci avevamo pensato, non era la traduzione ma quando è venuto fuori “tutti questi orsi meschin”, è rimasto così e mia figlia continua a ripeterlo conquistata, quindi non si è trattato solamente di un doppiaggio tecnico, ma di un vero e proprio arricchimento».

Il film per qualcuno è risultato semplice, soprattutto da un punto di vista narrativo, mentre l’epilogo con il suo lieto fine difettoso risulta dolce e amaro, lasciando lo spettatore con una domanda su cui riflettere.

«Il finale scritto da Dino Buzzati era troppo malinconico, sottolineato, c’erano tutti i bambini che salutavano gli orsetti mentre se ne andavano, ci sembrava un po’ datato e avendo inventato Almerina e Gedeone che in qualche modo diventavano spettatori loro stessi della storia di cui si fanno cantori, non potevamo che concluderlo in questo modo.
A quel punto è scattata l’invenzione del segreto affidando alle parole di Almerina una riflessione più ottimistica. Avevamo disegnato anche un’altra conclusione. ma anche in quel caso avevamo paura che il tutto diventasse troppo americano. Abbiamo deciso di lasciarlo sospeso e credo che sia bello anche per i bambini quando finisce la proiezione chiedersi quale sia il segreto; fino ad ora è andata così. C’era la possibilità di un finale più positivo, ma inventarlo sta alla vostra fantasia e alla capacità immaginativa di ciascuno».

La foto principale – Lorenzo Mattotti © Caterina Sansone  


 

Francesca Fazioli

Francesca Fazioli

Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Dopo una tesi sul teatro, sul cinema mai discussa e sull'ascolto per la conclusione del Master ho capito che la curiosità è diventata confusione. Adoro i concerti, la Signora del Venerdì e i libri di Jonathan Franzen.