venerdì, Agosto 14, 2020

Motel Acacia di Bradley Liew: recensione

Nel folklore filippino pre-coloniale il Kapre è una creatura mitologica che assume il sembiante di un gigantesco albero. Al di là del bene e del male, viene descritta come una figura assimilata alle grandi piante arboree tra cui il mango e l’acacia. Costituita da rami ed escrescenze lignee che attraversano la sua struttura antropomorfa, è dedita al fumo del sigaro, attratta dalle donne e beffarda con i viandanti, spesso ingannati e confusi nel loro percorso da questo mostro ambiguo e inquietante, scaturito dalla percezione animista della realtà naturale.

Bradley Liew, al suo secondo lungometraggio dopo “Singing in Graveyards“, cambia apparentemente registro e realizza un dolente horror politico sulla scia di recenti produzioni filippine come “Kuwaresma” di Erik Matti e “Misterio de la Noche” di Adolfo Borinaga Alix Jr.

Mantiene in realtà uno spirito poetico che attraversa tutto il film, operando un’incorporazione tutt’altro che semplice tra la coscienza occidentale e un rimosso culturale che guarda alla tradizione come serbatoio di conoscenza. 

Al confine con il nord, il giovane JC (JC Santos) sta per ereditare l’attività del padre; sui monti di un’America dominata dal suprematismo bianco, si staglia un motel-fortezza pronto ad accogliere immigrati in fuga verso il Canada. Tutte le facilitazioni richieste, dalle camere fino ai documenti falsificati, si riveleranno una truffa e l’anticamera di un vero e proprio incubo. Negli ambienti della struttura, fatti di metallo e calce come i recessi di una prigione, si nasconde una stanza con uno strano giaciglio dalla forma quasi rituale. 

Simile al piano di un altare, attrae gli ospiti sopra la superficie liscia per  fagocitarne i corpi, rivelando tutte le sue qualità mutanti. 
La creatura da nutrire, topos delle “bestie” lovecraftiane, sembra soddisfare l’ultimo stadio dello scambio mercantile, dove il desiderio di morte dello Stato viene sublimato da questa incorporazione organica e viscosa che assimila i corpi dei migranti. 

Immersi in una resina amorfa e modellabile, tutti coloro che entrano in contatto con quel letto, vengono risucchiati da un sistema vivente che attiva un parto rovesciato.
Come ne “La Cosa” di Hawks / Nyby, è l’assorbimento del sangue umano a scatenare l’appetito dell’organismo vegetale e a rigenerarne le caratteristiche biologiche.

Liew attinge molti elementi dalla storia della fantascienza e costruisce un ambiente a tratti gigeriano, grazie ai toni marcescenti della fotografia curata ancora una volta da Larry Manda.

Ma non cade nella trappola del rispetto citazionista alle regole del genere, né declina il tutto con intenzioni parodiche. Il suo è un sottile lavoro di metascrittura utilizzato per minare dall’interno i presupposti ideologici di quelle stesse convenzioni. 

É il patto di sangue tra il padre di JC e il potere che incorpora una tradizione aliena al tessuto culturale del paese, a trasformare le tracce di uno sterminio culturale in un principio di distruzione. 

Ciò che la linea maschile di accesso al controllo cerca di scindere, nella relazione tra il mondo civilizzato e il caos pre-storico, è la connessione matrilineare. 
Mutuando probabilmente dal folklore filippino lo scambio di energie tra il Kapre e il femminile, il regista di origini malesi crea un circuito palindromo tra abiezione e riconoscimento, rivelando la cattività della creatura come conseguenza di uno strappo violento tra natura e società. 

A contatto con il grembo materno, l’albero mostruoso può nuovamente assumere caratteristiche polimorfe, germogliare verso l’alto, ascendere verso la rivelazione di una religione naturale, incarnando l’immagine del divino come principio distruttore e creatore. 

Non è solo l’esplosione di arbusti ed elementi arborei nella struttura-carcere del motel, ma i parti dolorosi e osceni che anelano disperatamente verso il bisogno di luce, come la genesi di un seme in potenza.

Alla negazione della vita che tende a distruggere ogni differenza culturale, il mostro risponde con una vitalità terribile. 
Angeli, la madre di JC interpretata da Agot Isidro, infine assolve la funzione di un ponte tra l’umano e il vegetale, la natura e il ruolo del primo alieno in una terra incontaminata.

Con la forza della tradizione e la struggente poesia di un racconto a veglia, Bradley Liew rovescia quelle priorità che il potere e il linguaggio ci hanno illuso fossero intrinseche, chiudendo uno dei film più interessanti del 2019 con un’immagine che trattiene la solennità e la trasparenza del mito. 

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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