Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

I film di Hong Sang-Soo bisognerebbe vederli tutti, magari in una giornata, come se fosse una sola esperienza di cinema espanso. 

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Mi auguro suoni come una provocazione, in questo caso significherebbe che siamo ancora vivi.

Mi riferisco al fatto che da un certo momento in poi si potrebbe scrivere dei film di Hong Sang-soo senza averli visti, questo perché l’esercizio critico e la cornice della parola si infrange come mezzo insufficiente nel libero sistema associativo del suo cinema, fatto di risvegli, improvvise amnesie, oblio, sogni che sognano se stessi e a volte quelli di qualcun altro.

C’é una sequenza in questo film dove la protagonista si trova in mezzo ad una piccola sala cinematografica con le poltroncine rosse, una di queste interne agli studi di produzione utili per guardare i giornalieri.

Non importa comprendere o meno il fatto che ci si trovi di fronte ad un’attrice, né immaginarsi, come ha giá fatto la stampa americana, riferimenti piú o meno espliciti ai casi privati di Hong Sang-Soo, é piú forte la sensazione del vedersi improvvisamente visti in una forma non meno estrema del Cigarette Burns carpenteriano.

Il centro percettivo si sposta, e se nell’ambito dell’ereditá europea a cui ci si riferisce usualmente per parlare del cinema dell’autore coreano il quadro potrebbe essere quello del dispositivo in funzione metadiscorsiva, c’é qualcosa di piú profondo che smonta la cornice ed é l’idea che il film, come la vita di alcuni personaggi scritti da Hong Sang-soo, non parta mai e si riavvolga nello spazio eterotopo dei luoghi: la sala cinematografica, la spiaggia dove la ragazza si addormenta, gli incontri con i vecchi amici, un regista che l’adorava, e persino una Berlino marginale che assomiglia a molti altri luoghi filmati dal regista coreano.

Lo si era detto in altri contesti; quei modelli europei vengono tragicamente e anche ludicamente irrisi, tranne forse il cinema di Resnais, che tra gli amori di Hong Sang-Soo ci sembra molto piú forte di quello per Rohmer.

Torna l’oblio come unica esperienza di vita e di cinema possibile, gli zoom incerti e i movimenti diseguali, ex abrupto, le increspature della scrittura, una fenomenologia del gesto che complica la lettura temporale del racconto.

Ancora una volta la divisione in sezioni, molto frequente nel cinema del regista coreano, non ha la struttura dei capitoli, quanto l’idea di abbinare o sottoporre a trattamento disgiuntivo, piú universi possibili.

Al contrario della provocazione iniziale allora, i film di Hong Sang-Soo bisognerebbe vederli tutti, magari in una giornata, come se fosse una sola esperienza di cinema espanso.

Michele Faggi

Hong Sang-soo
On the beach at night alone
Corea del sud - 2017