sabato, Settembre 26, 2020

Pane e Cioccolata di Franco Brusati a Venezia 70

Il nome di Franco Brusati non è certo tra i piu frequenti nei discorsi orgogliosi e malinconici sui decenni di gloria del nostro cinema, spalmati tra il dopoguerra, il boom, la contestazione e i suoi strascichi. Eppure, in veste prima di soggettista, sceneggiatore e poi di regista, il cineasta milanese ne ha attraversato epoche, correnti e sfaccetatture come pochi altri. Non si può certo dire che io sia entrato nel cinema come un signorino che improvvisamente si mette a fare film”, commenterà Brusati in un intervista del 1982 a proposito della sua lunga gavetta.

Un percorso che lo vede mettere penna in decine di produzioni della Golden Age di Cinecitta, scrivendo per registi anche distantissimi per lignaggio e idea di cinema: da Emmer a Rossellini, da CameriniZeffirelli, passando per Castellani, Monicelli, Soldati, Lizzani, Zurlini e Lattuada, col quale cosceneggia I Dolci Inganni, perla capace di raccontare la rivoluzione sessuale con mano sottile e sofisticata. A partire dall’esordio su commissione nel ’55 con Il  Padrone sono Me, Brusati realizza 8 film da regista in 35 anni, caratterizzandosi nel tempo come “un corpo estraneo nella produzione nazionale”, “un autore che si è mosso senza fretta e che continua a rimanersene appartato, in attesa che gli altri lo cerchino e gli diano parola” come scrive Brunetta nella sua Storia del Cinema Italiano; sempre votato a recuperare all’estero le suggestioni tematiche e stilistiche per i propri film, nonostante la citata esperienza nel cinema nazionale.

Non a caso tra i suoi titoli più apprezzati spiccano la sophisticated comedy Tenderly (1968) e il dramma sentimentale I Tulipani di Haarlem (1970), ambientati rispettivamente in Svezia e in Belgio, mentre è alle suggestioni psicologiche di Bergman che guarda Dimenticare Venezia (1979). Nel ’74 firma il suo film di maggiore successo, Pane e Cioccolata, che sarà riproposto al Lido in versione restaurata nelle sezione Venezia Classici in occasione dei settantanni della Mostra. Non stupisce chevi si racconti la storia di un uomo spaesato, smanioso di integrarsi  incapace di separarsi dall’Italia e dall’italianita che spesso rifugge. Un sottotesto personale che si intravede dietro le maglie di un più ampio tentativo di analisi del fenomeno dell’immigrazione, operato tramite lo strumento critico del grottesco e della satira. Nella Svizzera da acquerello tratteggiata dal regista, disseminata di pratini e arredi floreali e solcata da i biondi abitanti al grazioso ritmo di quartetti d’archi di Haydn e sonatine Mozartiane, il cameriere Nino Garofoli si aggira come una nota sgraziata sempre sul punto di rovinare l’armonia. Con le sue canzonacce da rivista, l’intraprendenza impicciona, la sua innata goffaggine slapstick, la macchietta ciociara di Manfredi, da più parti definita chapliniana, ricorda un Hrundi V. Bakshi consapevole della propria inadeguatezza, braccato dal terrore di rovinare il quadretto bucolico in cui e capitato e fatalmente condannato ad inciampare nel marcio nascosto sotto al tappeto elvetico.

Per aver fatto pipi in un-aiuola perde lavoro e permesso di soggiorno, scivola  lungo una spirale di sventure e lavori sempre piu umilianti, coinvolto nelle magagne di industriali depressi (Johnny Dorelli) ed affascinanti esuli greche (Anna Karina), finendo, in una delle tante scene del film consegnate alla memoria colettiva, per ammirare gli eterei e giovani svizzeri dalla simbolica grata di un pollaio, abitazione di fortuna di una famiglia di clandestini italiani. Proverà disperatamente a cancellare la propria identità etnica ossigenandosi i capelli, salvo poi riprendersela in un moto d’orgoglio verso la nazionale di calcio. Ma a differenza dello schiaffo sordiano di Una Vita Difficile, il gesto di rivalsa di Manfredi non servirà a recuperare la dignita perduta ne la voglia di tornare al provincialismo sguaiato dei suoi connazionali. L’ultima immagine che Brusati ci lascia del povero Garofoli e quella di un uomo spaesato e spettinato, sperduto su un binario a cavallo della frontiera. L’iniziativa di Venezia Classici, con il suo amplissimo sguardo al passato, si presta senzaltro ad attivare riletture col senno di poi e confronti con il cinema dei giorni nostri. A questo proposito, la scelta di proiettare Pane e Cioccolata, oltre ad offrire il fianco al feroce ribaltamento tra gli italiani emigranti di allora e quelli che siamo agli occhi degli immigrati quest’oggi, sembra gettare un ponte verso uno dei film italiani in Concorso, l’attesissimo L’Intrepido di Gianni Amelio, anch’esso incentrato sullo straniamento esistenziale di un italiano prestato a mille mestieri per sopravvivere. Con l’odierna aggravante, però, che il paese straniero e inospitale pare essere diventato l’Italia stessa.

Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio, prodotto dell'annata '85, scrive di cinema sul web dai tempi dei modem 56k. Nella vita si è messo in testa di fare cose che gli piacciano, quindi si è laureato in Linguaggi dei Media, specializzato in Cinema e crede ancora di poterci tirare fuori un lavoro. Vive a Milano, si occupa di nuovi media e, finchè lo fanno entrare, frequenta selezioni e giurie di festival cinematografici.
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