Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

The thoughts that once we had di Thom Andersen non vuol essere una storia del grande cinema, una ricognizione a ritroso per immagini, un’antologia comparata di generi dalla nascita del muto all’era del digitale. E’ “ una personale storia del cinema, parzialmente ispirata a Gilles Deleuze.” 

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La didascalia in apertura pone subito criteri di metodo e dichiarazioni di contenuto. Né storia del cinema né antologia comparata di generi, l’ultimo lavoro di Andersen non è neppure una lezione sul complesso apparato concettuale del filosofo francese.
Seguire lo sviluppo del film cercando una chiave di lettura univoca è l’unica cosa che il regista non vuole quando parla di “personale storia del cinema”. E inoltre, proprio il riferimento a Deleuze serve a metterci sulla strada giusta per una lettura che non vada troppo oltre le sue intenzioni.
Quel “parzialmente” rivendica con molta chiarezza autonomia nella prassi e libertà nello sviluppo della sua personale visione del cinema del 20esimo secolo, autonomia e libertà a cui le teorie di Deleuze forniscono il substrato metodologico.
Le “ immagini in movimento ” e le “ immagini affezione” di Andersen, raccolte in una rete di “ blocchi spazio-tempo “ che hanno tutta la spontanea forza generatrice delle libere associazioni mentali, traducono in atto le teorie sul cinema del filosofo.
Per definire ciò che vediamo scorrere sullo schermo durante i 104 minuti della durata,  si potrebbero allora mutuare le parole che Deleuze stesso usa per la sua opera: “Questo studio non è una storia del cinema. È una tassonomia, un saggio di classificazione delle immagini e dei segni “.

Titolo derivato da una poesia di Christina Rossetti (Remember, 1862), letta in una scena di Un bacio e una pistola di Aldrich che Andersen colloca sul finale (… perche’ se tenebra e rovina lasciano / tracce dei miei pensieri del passato,/ meglio per te sorridere e scordare / che dal ricordo essere tormentato), il film è un ininterrotto flusso bergsoniano di suoni, immagini e parole. Rare didascalie tratte dall’opera del filosofo francese accompagnano scene e volti del cinema classico e moderno, icone cinematografiche emergono come apparizioni da un deposito stratificato nella memoria, ma nessuna voice over arriva a spiegare e raccontare. Citazioni da Deleuze e clip da film più o meno celebri si avvicendano parlando di sé stesse con il loro puro apparire.
L’ “immagine affezione” apre il film con le facce del cinema muto di Griffith, Von Stroheim, Von Sternberg; seguono citazioni da Godard, Cassavetes e Costa.
Spezzoni da documentari e frammenti da film sulla storia del ventesimo secolo creano uno stacco dalla fiction. Da Leningrado a Parigi, dalla Corea a Hiroshima e al Vietnam, scorrono momenti di cinema in cui la realtà dà scacco matto anche alla fantasia più sfrenata, mentre i pensieri si affollano in libera associazione ricordando la Storia e le storie.
L’impero dei segni” regola la visione e detta le sue leggi all’occhio che guarda.
Appaiono e scompaiono primi piani, volti estasiati o terrorizzati o impenetrabili: sono le “ immagini-affezione”. Arrivano poi le “immagini movimento” assemblate in puro gioco analogico, il pensiero si espande, le sinapsi si moltiplicano, il caleidoscopio-cinema si ricompone nella post-visione.
Azione-immagine”, “tempo-immagine”, ” immagine affezione”, ” immagine-movimento” si dispongono secondo la nota tassonomia deleuziana, il repertorio linguistico coniato dal filosofo diventa visione e si auto-esemplifica.
Attività creativa, fra tutte le arti la più “filosofica”, pratica artistica volta a mostrare la vita del pensiero e i suoi meccanismi, il cinema, dice Andersen, contiene tutto: è energia estetica, fantastica fuga dalla realtà e ritorno, spazio in cui tutti i generi, documentario e racconto, vita vera e finzione coincidono.
Se il cinema è pensiero nell’atto del suo funzionamento, il senso dato alle immagini dal montaggio è il suo statuto epistemologico.
Lo dimostra Godard nelle Histoire(s) du cinéma, lo ribadisce Serge Daney: “Il cinema cercava una cosa, il montaggio, ed era di questa cosa che l’uomo del XX secolo aveva terribilmente bisogno“.
Lo riafferma infine Thom Andersen, mettendosi sulle tracce dei “pensieri che una volta avevamo” e montando materiali da cui zampillano  altri ancora. Meditare con il cinema sulla Storia non è vuoto esercizio antiquario né nostalgica archiviazione bibliofila, le immagini esistenti reclamano l’impegno e lo sforzo del presente di relazionarsi con il passato per creare il futuro, sono il medium, la passerella sulle acque mobili del tempo.
I pensieri che una volta avevamo non si sottrae certo alla nostalgia, non sarebbe umano, ma al dolce cullarsi fra immagini ri-conosciute, sulle note di musiche diegetiche scelte con la cura del musicofilo, Andersen aggiunge e sottolinea la lezione più forte che esse trasmettono, ed è la speranza che il cinema possa ripristinare una “ fede nel mondo, al di qua o al di là delle parole”.

Registi come Griffiths, Godard, Hou hsaio-hsien, Shinoda, Kaurismäki, Costa, Jia Zhangke, Hitchcock, Chaplin, Joris Ivens, Resnais, Kubrik e tanti altri ancora, i suoi prediletti, e grandi interpreti come Humphrey Bogart, Marlon Brando, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Mary Pickford, Charlton Heston e Jeanne Moreau, per citarne solo alcuni, popolano il film continuando ad affermare la loro magnetica presenza in sequenze memorabili che altro non sono se non “ movimenti di mondo”.

La nebbia di Odessa che si solleva dalle acque del porto e invade sul finale lo schermo in visioni incantatrici, “ è la sospensione delle parole che rende visibile il pensiero, è la nascita nascosta del pensiero, la sua iniziale incoerenza, la sua incipiente qualità”.
Arriva anche il genio di Joseph Roth, lontano cinefilo della brillante e tormentata Vienna agli albori del secolo, a dichiarare: “ l’essenza del cinema è il pensiero pensato come il suo scopo più alto, nient’altro che il pensiero”.
Torna quindi Christina Rossetti e ci ricorda che “ tutto ciò che è cresciuto ha preso il suo tempo di crescita e tutto ciò che è morto ha avuto il suo tempo per essere dimenticato. Ma ogni cosa che è esistita lascia le sue tracce e gli uomini vivono sulle memorie proprio come ora vivono sulla capacità di dimenticare in fretta.”.

Sulle note malinconiche di As Tears Go By cantata da Marianne Faithful, l’ultima didascalia lancia infine il suo messaggio nella bottiglia:
Il cinema deve ripristinare una fiducia nel mondo, al di qua o al di là delle parole. A coloro che non hanno nulla il cinema deve essere restituito”.

Paola Di Giuseppe

Thom Andersen
I pensieri che una volta avevamo
USA - 2014

Con Documentario
Durata 104'
Titolo originale The thoughts that once we had
Formato audio Inglese tedesco
Sottotitoli inglese