venerdì, Settembre 24, 2021

Philomena di Stephen Frears: la recensione

L’umorismo non manca mai nei film di Frears, per esorcizzare, “alleggerire la pesantezza della vita”, come aveva detto con il suo solito  aplomb tutto british nella conferenza stampa del film allo scorso festival di Venezia, edizione settanta.
E di pesantezza stavolta la vita ne ha da vendere, almeno quella di Philomena, storia vera diventata romanzo col titolo The Lost Child Of Philomena Lee: A Mother, Her Son and a 50 Year Search di Martin Sixsmith. Stephen Frears ne fa un film e affida ancora una volta la parte alla sua attrice-icona, Judi Dench, la splendida Lady Henderson del 2005. Il racconto ha il taglio di un report giornalistico e punta il focus su Philomena, una donna irlandese in viaggio negli Stati Uniti alla ricerca del figlio che le fu tolto perché illegittimo.

Nell’Irlanda del 1952 accadeva anche questo, e Philomena Lee, adolescente e incinta, fu rinchiusa nel convento di Roscrea a Tipperary per essere rieducata in quanto considerata donna perduta. Il bambino le venne strappato quando aveva pochi anni da zelanti suorine sinceramente votate alla redenzione del genere umano, quindi spedito in America per essere affidato in adozione. Philomena ha cercato il figlio per anni, ed ha quasi perso la speranza di ritrovarlo quando l’incontro con Martin Sixsmith (Steve Coogan), un giornalista cinico quanto basta per essere risolutivo, serve a scoprire la verità sul bambino, divenuto adulto col nome di Michael Hess.

Avvocato di prestigio a Washington e leader dei Repubblicani nelle amministrazioni Reagan e Bush, Michael è morto affetto da AIDS, cosa che ha nascosto fino alla fine al suo partito, campione nel mondo di omofobia. Che poi sia partito anche lui alla ricerca della madre è cosa che l’abile meccanismo narrativo rivelerà alla fine del film, quando l’intreccio si dipana con tutte le sue sorprese, in uno di quei finali scintillanti per cui Frears va giustamente famoso. Emozioni forti si sprigionano nel trattare una materia brutale con l’ironia pungente che fa centro più di un pamphlet polemico. La fermezza sorridente, condita di stoica sopportazione della donna, decisa a tutto pur di vincere la sua battaglia, ben si amalgama con le spassose peripezie americane in compagnia del giornalista ingaggiato per la ricerca, mentre lo sguardo disincantato e tagliente di Frears osserva con britannico self control inganni e vizi di una società che, ieri come oggi, sembra cambiata di poco.

Sempre radicale, liberale e arrabbiato, Frears, l’amico un tempo degli arrabbiati del Royal Court Theatre, quello dei ritratti marginali, eccentrici e policromi di Sammy & Rosie vanno a letto e My Beautiful Laundrette, che diceva con amarezza mista a divertita ironia quanto è brutto il mondo fino a quando non impariamo a riderne facendogli uno sberleffo, torna con la sua carica anarchica e riesce ancora ad indignarsi e farci indignare scegliendo con mano felice la sua strepitosa attrice per un’eroina altrettanto straordinaria.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

ARTICOLI SIMILI

INDIE-EYE SU YOUTUBE

Advertismentspot_img

FESTIVAL

ECONTENT AWARD 2015

spot_img