Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il cinema dei Fratelli Vanzina è stato espressione di qualcosa, qualcosa che non ci piace; che è distante da noi ma che conosciamo; che in certi momenti ci diletta pure; che amiamo odiare ma che ogni tanto, come dice Christian, “ce se rinfaccia, ce se ripropone”. Di cui conosciamo ogni difetto, solo perché quel qualcosa l’abbiamo esperito più e più volte, e come tale merita, comunque, considerazione o attenzione. Quanto c’è di Miliardi in La Grande Bellezza? E a dirla tutta: quanto sono riusciti i nostri a raccontare, davvero, il bel mondo più di Sorrentino? E i Vanzina di oggi? 

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Proverbio: una volta la premiata ditta Vanzina fu l’orrore di ogni cinefilo. Che in tempi di rivalutazione coatta del qualsiasi gli si è concesso il beneficio della riabilitazione, è un fatto poco prevedibile ma carico di segni (della cultura, dell’incultura, dell’oggi, dello ieri). Entrambe le posizioni, demolente o benevola, però, non riescono a guardare allo spazio reale (al vuoto?) che il cinema dei due ha creato in decenni di carriera offrendosi, più che altro, ad un’osservazione sulla cecità della critica stessa.

All’assoluta ritrosia critica di un tempo, in sé molto snob và detto, nei confronti di questo greve artigianato  che poteva però vantare numeri di pregio, si è sostituita una morbida simpatia anche nei confronti delle loro produzioni più recenti (il tremebondo già dal titolo, Sotto Il Vestito Niente – L’Ultima Sfilata) ed una netta inversione di tendenza nell’osservazione, in una prospettiva storica falsata, proprio delle loro prime mosse. A difesa delle peggio nefandezze di tale cinema di terza (Yuppies I e II? Lo stesso Vacanze In America?), interviene oggi una malposta osservazione parasociologica, che vuole i nostri come attenti osservatori delle proprie realtà contingenti, di cui potrebbero, a buon titolo, essere riconosciuti come interpreti. In special modo per gli ’80, il decennio più carico d’impegni nella loro attività.

A parere di chi sta scrivendo, sembrerebbe che l’arte della coppia fraterna, piuttosto che poter vantare una qualsivoglia lucidità rielaboratoria, assumesse totalmente i segni della propria contemporaneità, non rileggendoli tout court ma essendone parte integrante: il riflesso filmico del mondo che andava raccontando. Mondo, è facile presumere, da loro vissuto o lambito, di certo corteggiato e che di certo ha dato loro fama e danè: quello borghese plurimo, composto da piccoli e grandi arricchiti, imprenditori ed ex aristocratici. Ma anche e soprattutto coatti con la cavezza d’oro e borgatari con lo yacht da sempre loro trasversale pubblico d’elezione. Quello stesso che alle urne vota per simpatia, suggestione o interesse e preferibilmente chi ha dato lui distrazione, sport e turgide cosce. Ancora il consumatore pasoliniano, perfettamente rispondente al vuoto antistorico dei suoi tempi. Che lo vogliano o no, i Vanzina sono stati e sono ancora parte attiva di quella sorta di propaganda perpetua (sempre più becera, smorta e svilita) operata dal loro principale datore di lavoro: Silvio B. (come I Puffi, il Drive In, Tv Sorrisi E Canzoni, Zelig, I Pokemon, Chi, la D’Urso, Signorini, Cesara Buonamici e la Panicucci).

Più che i Coen de noantri (paragone impietoso che qualcuno ha azzardato per davvero!!!), insomma, due Riefenstahl sempliciotti e bonari, che alle monumentalità del regime militare sostituiscono le stuzzicanti luci di un totalitarismo pop(ulista) fatto di vacanze a Cortina e barche a Montecarlo; politici simpaticamente corrotti ed arrivisti gioiosamente mazzettari; donne ad una dimensione votate alla copula perpetua ed altre, forse ancora meno definite, mogli per voto di castità; giovani testosteronici con la mente altrove e Umberto Smaila eletto a Dylan della Smeralda?

Perché è vero che l’opera omnia dei due affermò sulla storia d’Italia parecchio di più di quanto facesse quello che comunemente intendiamo per cinema d’autore ma solo perché il vuoto pneumatico del craxismo ad oltranza (sia quello proto e post berlusconiano, sia quello strutturale alla Casa Delle Libertà propriamente detta, sia quello di rimando del vuoto cosmico, post tutto, del renzismo di oggi), non può che trovare in un cinema ideologicamente qualunquista, prodotto di uno sguardo privilegiato di due figli degeneri di cotanto Steno, il suo côté ideale, nei suddetti anni 80: le produzioni cinematografiche e televisive; la ripetute e ripetute programmazioni sulle reti Fininvest/Mediaset; la perfetta concomitanza d’intenti e weltanschauung, una forte milanesità acquisita in perenne contrasto con una romanità mai doma.

Alla fine, si può anche non essere d’accordo (anzi, è quasi d’obbligo non esserlo!) ma quello à la Vanzina fu davvero uno stile; fu davvero un agghiacciante e superficiale metodo d’interpretazione della realtà da una posizione di riguardo, attraverso il quale i due hanno narrato in forma di farsa ma non solo, l’italianitudine più bieca, dando voce a derive che dal grande schermo sono tracollate nella realtà vera e propria. Tanto da poter far dire di una vanzinizzazione dell’immaginario (sub/anti-culturale) collettivo, in un gioco di specchi deformanti in cui realtà e sua rappresentazione vanno ora di pari passo, ora doppiandosi, ora superandosi e riaffiancandosi. Quanto è vero che nell’immaginario visivo del Biscione, dalle indicibili sit-com con i volti noti del piccolo schermo (Dorelli, Scotti, Iacchetti) ai messaggi pseudo politici orwelliani sino agli ambienti cartonati de Il Grande Fratello propriamente detto, c’è la sgraziatissima grana grossa dei loro Vacanze Di Natale o la turpe messinscena di Piccolo Grande Amore o Le Finte Bionde? E quanto è vero il contrario? Prima l’uovo del Nicheli cummenda o prima la gallina del cummenda Berlusca? Il primo come immagine bonariamente sarcastica del secondo o il secondo come costruzione incarnata di una maschera già di molto radicata nelle simpatie di quella fascia di popolo a cui aspira? Ma quanto è anche vero che la stessa anti-immagine è tracimata nei luoghi visivi di segno opposto: nel cinema sedicente impegnato; nei video promozionali (ex-elettorali) di quella che ci ostiniamo a chiamare sinistra (I’m PD). Quanto c’è di Miliardi in La Grande Bellezza? E a dirla tutta: quanto sono riusciti i nostri a raccontare, davvero, il bel mondo più di Sorrentino? Quesiti su quesiti cui dare risposta è molto, molto complicato.

Così come complicato è riuscire a tracciare un percorso unitario della loro filmografia in coppia (giacché tanto hanno praticato anche singolarmente) che molto erroneamente viene fatta coincidere con la sola commedia ma che al suo interno può annoverare anche tentativi noir come Mystère e Sotto Il Vestito Niente; esperimenti improbabili come I Miei Primi 40 Anni e appunto Miliardi; tentativi più sofisticati come I Mitici o Quello Che Le Ragazze Non Dicono; persino una tarda prova di cinema d’impegno civile con Tre Colonne In Cronoca, calligrafico al punto da avere Volontè (l’inattaccabile immenso fu sempre in prima linea anche a costo di passare da operette come Il Caso Moro) protagonista o il Barry Lindon wanna be de La Partita. Facile vedere come centro del loro interesse sia sempre l’universo dei ricchi, fosse esso l’aspirazione di un personaggio o il contesto di un intero racconto, ritratto spesso nella sua fredda spietatezza e distanza ma mai davvero criticato o speculato con distacco in cui la roba è l’unico motore di ogni dinamica umana. Ed ancora una volta non è più osservazione di una realtà ma specchio della stessa con la simbolica presenza di un emblema di quella stessa sinistra non ancora (dichiaratamente) centrista, Paolo Rossi, blandito dalle sirene fruscianti della notorietà in Monteacarlo Gran Casinò e quel reale mistero che è Via Montenapoleone.

Ma a questo punto sarebbe lecito ragionare su un raro caso di asincronia: proprio quando quella vanzinizzazione dell’immaginario visivo e non di cui sopra è al suo climax, i nostri perdono definitivamente se stessi dimostrando di essersi ormai allontanati da quella  forma subito riconoscibile di bassa, infima, autorialità. Da quel trash troppo patinato per esserlo davvero,  così distante seppure all’inizio spessissimo limitrofo al punto da esserne, occasionalmente, quasi diretta emanazione (rimanendo alla commedia) a quello ruvido e sporco dei Cicero, Girolami, Laurenti, persino dalla volontà di creazione di nuovi feticci come furono Boldi e De Sica. Tutto l’innegabile mestiere presente in film simbolo, come l’Abatantuono movie per definizione, Eccezzziunale… Veramente o quello meno praticato de Il Ras Del Quartiere (uno dei loro lavori più onesti) ha ceduto il passo ad operazioni come S.P.Q.R. o Selvaggi, comprensibili solo nell’ottica della trasmissione televisiva se non della vera e propria riduzione a serie. Perché la pietra d’angolo è ancora il piccolo schermo, il cui potere i nostri hanno sempre osservato con attenzione sino a frequentarlo con regolarità, che è da sempre il loro vero mezzo eletto, più di quanto non sia mai stato, che ne siano o meno consapevoli, il cinema: la prossemica, i dialoghi, i costumi, tutto partecipa a fare dei loro lavori prodotti perfetti per un palinsesto, perfetti per essere interrotti dai blocchi pubblicitari; col tempo, persino perfetti per inserirsi nel contesto visuale del network (ovviamente Mediaset) che li sta programmando.

L’approssimazione, il senso del precario (sia sul piano dell’immagine, che su quello prettamente testuale), dell’effimero, dell’autentica dissoluzione, che emana da brutture come Un’Estate Ai Caraibi o Ex-Amici Come Prima dice della precisa volontà di puntare direttamente alla tv, usando la sala come mezzo occasionale, al più per integrare gli incassi con gli spiccioli che questa riesce ancora a tirare. E’ così un furoreggiare di volti anonimi come quelli di un qualunque Brignano o le grazie di una qualsiasi starlette che va per la maggiore; destinati ad un pubblico di bocca buona che, segno dei tempi, ha irrimediabilmente mutato il suo senso critico rispetto al suo corrispettivo di trent’anni fa. Il popolare che riempiva le sale per vedere Sapore Di Mare, è divenuto il popolaresco che vede in streaming Sapore Di Te ripreso al cinema con l’iPhone, al quale il semplice potere del discernimento, frutto dell’esperienza empirica e diretta della fruizione è stato del tutto stravolto da codici estetici ormai assolutamente deformati. Il primo sapeva ancora recepire ed apprezzare un cinema che poteva vantare un aspetto riguardoso, lascito nobile di un artigianato in celluloide di cui i Vanza, avendone vissuto gli ultimi fuochi lavorando col padre, conoscono perfettamente mezzi, modi ed ingranaggi; il secondo, che nel tempo si è persino allargato, si è fatto pure più composito, pure più colto, non può che ingoiare senza discutere, senza che il boccone risulti indigesto per quello che è, l’accozzaglia malfatta di brutte idee, brutte facce e brutte immagini che (per rimanere in tema balneare) sono le stesse, riaggiornate, de L’Insegnante Di Violoncello ma con intenti fintamente moralizzati; come se le carni sovrabbondanti e sovraesposte della Grandi fossero più volgari del florilegio di labbra al silicone totalmente fuori posto in un film ambientato negli anni ottanta.

Questo conduce al capitolo nostalgia, fondamentale nell’economia della narrazione dei due: dal suddetto Sapore Di Mare, al Il Cielo In Una Stanza, alle serie Anni 50 e 60, giù, giù, sino ai furbissimi recuperi in ottica giustiana dell’operazione remake/remodel dei vari La Mandrakata, Eccezzziunale Veramente-Capitolo Secondo Me, Il Ritorno Del Monnezza o, appunto, lo stesso terzo capitolo dei Sapore Di…che senza neanche l’ombra di una giustificazione si presentano come pura percussione del ferro rovente, con quest’ultimo  vero e proprio auto-tributo a doppio carpiato. Eppure l’atto del ricordo, per Carlo ed Enrico, è sempre parso sincero, accorato e sia quando ha fatto da sottotesto a lavoretti pretenziosi come Il Pranzo Della Domenica che quando è stato il centro di nefandezze tv come Piper, non è mai risultato davvero forzato o interessato come in tanti altri casi. Al punto che, proprio con Il Cielo In Una Stanza del ’99 hanno firmato uno dei loro film più sentiti e sinanche teneri e sensibili.

Non abbastanza per ipotizzare una vicenda artistica differente da quella che è stata, magari basata su scelte diverse. Basterebbe da solo il caso Febbre Da Cavallo di Steno, di cui Enrico fu sceneggiatore: una pellicola realmente storica per ciò che fu e per ciò che rappresenta oggi; per il suo essere crocevia di stimoli disparati e contrastanti; cafona e sofisticata, vernacolare ed universale; cinema vero, sanguigno, popolare nel senso più alto che il termine porta con sé ed espressione della più autentica professionalità. Il tentativo di svecchiarne il marchio da parte dei due figli è al contrario il perfetto prodotto di questi nostri tempi: vuoto, stupido, inconsistente. Incapace cioè di dire altro se non di sé stesso; incapace di rispecchiarsi in nessun altro se non nei suoi autori. Autori che avrebbero, forse alla luce di quanto scritto anche avuto la ragionevole possibilità o addirittura la capacità di lasciare un ricordo migliore della loro opera ma che, semplicemente, hanno disperso ogni minimo potenziale, degradandosi viepiù sino alla trivialità peggiore: quella mondata, quella ipocrita. Quella che ha filiato le decine di film sui comici; che ha dato linfa a Parenti; che ha finito per rendersi presente, in nuce, inconsapevolmente, in ogni dove la macchina cinema pare lì, lì per incepparsi: da Muccino (e in Sapore Di Te troviamo due facce mucciniane per definizione: Martina Stella ed il povero Giorgio “Karate Kid” Paciotti, che ogni volta che fa robe simili dovrebbe chiedere perdono a Dio Monicelli) fino ad arrivare al cinema di Ozpetek.

Mai più davanti a un film dei Vanzina, allora? Assolutamente no! A costo che si abbia la consapevolezza che ogni loro lavoro è come una merendina confezionata: zuccherosa e dannosa; ne mangi lo stesso cinque di fila, perché hai voglia di consumare/di vedere. È riempirsi, non è pranzare. Il loro cinema è stato espressione di qualcosa, qualcosa che non ci piace; che è distante da noi ma che conosciamo bene; che in certi momenti ci diletta pure; che amiamo odiare ma che ogni tanto, come dice Christian, finisce che “ce se rinfaccia, ce se ripropone”. Di cui conosciamo ogni difetto, solo perché quel qualcosa l’abbiamo esperito più e più volte, e come tale merita, comunque, considerazione e attenzione. Il loro cinema attuale non ha più alcun motivo di esistere proprio perché, ormai, tarato su moduli stantii, ripetuti ad libitum, che nulla hanno più da aggiungere a ciò che hanno già malamente espresso.

Ma ora basta, vado a rivedere I Fichissimi.