mercoledì, Agosto 4, 2021

Scarecrow (Pugalo) di Dmitry Davydov: recensione

Valentina Romanova-Chyskyyray è una guaritrice in un villaggio della Siberia Orientale. Nel rituale taumaturgico, assume su di se tutto il male e può lenirlo solo bevendo Vodka. Perdente, emarginata, rifiutata, ma ricercata da tutti, è al centro del potente film di Dmitry Davydov presentato al Festival Di Rotterdam 2021

La resistenza dello sciamanesimo nella Siberia settentrionale è la testimonianza di un’estinzione forzata che attraversa tutto il ventesimo secolo, dalla repressione staliniana fino alle nuove sollecitazioni globali.

Dmitry Davydov, Sasha nato ad Amga, ha girato il suo nuovo film in Jacuzia, affidando all’interprete di musica popolare Valentina Romanova-Chyskyyray, il ruolo di un’emarginata con poteri taumaturgici. Rifiutata dalla comunità in cui vive come una fastidiosa presenza da calpestare, è comunque richiesta da tutti per gli incredibili poteri che le consentono di guarire gravi patologie. Nel processo rituale di avvicinamento e contatto con il corpo altrui, la donna stabilisce una connessione fortemente fisica, assorbendo il male e nutrendosi dei suoi liquami.
La malattia prende quindi forma come metastasi che intossica la guaritrice, costringendola a lenire il dolore con l’assunzione costante di Vodka.

Temuta per opportunismo, la donna occupa un ruolo marginale e allo stesso tempo nodale all’interno del contesto sociale. Come uno sciamano, é responsabile dell’equilibrio della collettività, ma a differenza di questo, la sua figura viene sfruttata come ultimo bene della riserva, per il mantenimento di una comunità desacralizzata.

Davydov e il direttore della fotografia Ivan Semenov, estendono la qualità indifferente del paesaggio come elemento inviolabile rispetto alla spietata disumanizzazione che costituisce la convivenza sociale. La natura della guaritrice non è dissimile dall’inesorabilità fenomenica che inghiotte le figure umane.

La connessione che stabilisce con il mondo animale è nel modo in cui si nutre, nei suoni che emette, nella possessione che le consente di spogliarsi di qualsiasi indumento per avvicinare un corpo malato. Il risveglio di energie, anche sessuali, viene spesso alluso e lasciato fuori campo da Davydov, interessato a mantenere al centro le qualità di un cinema fortemente fisico, ma allo stesso tempo legato alla potenza del gesto come espressione del punto di vista, anticipato oppure negato in termini potenziali.

Pugalo è un film che rantola e si dibatte, quasi fosse alla ricerca di una trasformazione impossibile tra individuo e natura; la seconda immobile, distante e ostile, il primo inchiodato alla pervasività del proprio malessere.

I poteri straordinari di cui la donna dispone sono anche la sua maledizione; inascoltati e accolti solo per necessità, non possono altro che incamerare male senza spurgarlo, mentre quella fluidità tra i regni vegetale, animale e minerale che lo sciamano riusciva ad abitare senza alcuna barriera, non può attecchire.

La guaritrice diventa allora corpo sacrificale, un Cristo negativo che vomita sangue e catrame, lenisce il dolore con l’alcool, subisce violenza e disprezzo, mentre assorbe tutto il male di un mondo annichilito nelle logiche mercantili che negano ogni principio di reciprocità.

Al secondo film, dopo “The Bonfire” (Kostior na vetru), Dmitry Davydov torna nella Repubblica Sacha per raccontare il collasso della tradizione nella Siberia contemporanea, senza ricorrere alle stereotipie di un cinema ancorato alla dimensione locale, ma cercando lessico e rimario capaci di tradurre la potenza del segno in una lingua universale.

Il magnetismo di Valentina Romanova-Chyskyyray è quello di una creatura non riconciliata, sospesa tra dimensione femminile e urgenza animale.
Mentre mangia il suo pasto come fosse quello di un cane, indirizza lo sguardo verso un punto cieco dell’appartamento che occupa. Il suo è un corpo indicibile e famelico che scaglia l’occhio come sfida contro l’invisibile. Proprio questo è rintracciabile solo come estrema sollecitazione di ciò che avviene entro i confini bestiali e originari dell’immanenza.

Come tutte le figure al margine, capaci di intercettare quello stesso limite, la guaritrice osserva il reale sociale privo di carità e in un’immagine di straordinaria potenza, ne vomita fuori tutta la merda.

Scarecrow di Dmitry Davydov (Pugalo, Russia 2020 – 72 min)
interpreti: Valentina Romanova, Anatoly Struchkov, Arthur Zakharov
Sceneggiatura: Dmitry Davydov
Fotografia: Ivan Semenov
Montaggio: Stepan Burnashev
Musica: Sergey Yarmonov

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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