giovedì, Febbraio 9, 2023

Storie pazzesche di Damian Szifron: la recensione

Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporterò più”.

Era il grido di guerra del protagonista di Quinto potere, 1976. Sidney Lumet sapeva che della violenza si poteva anche ridere, a patto che fosse così estrema, così sopra le righe, da rivelare la sua matrice parodistica e, aprendo porte su scenari di inatteso squallore esistenziale, ristabilisse l’equilibrio nel rapporto fra l’uomo e il mondo. Senza voler fare paragoni impropri, avvertiamo lo stesso umor nero in questo collage di sei storie assemblate dall’argentino Damian Szifron, nome poco noto dalle nostre parti ma introdotto da un viatico importante, Pedro Almodovar, produttore di Relatos salvajes.

In concorso a Cannes 2014, promessa sicura del cinema nel suo paese, sceneggiatore e regista con lunga pratica massmediatica alle spalle, Szifron sa tenere costante l’attenzione del pubblico, modulando continue variazioni sulla tastiera del comico e del tragico. Prevale il comico, anzi il grottesco, e il talento del regista nell’innescare un crescendo folle e inarrestabile è evidente. Ognuna delle sei storie messe in scena ha un tranquillo incipit da commedia leggera, ma ben presto comincia a virare verso esiti di stupefacente follia e arriva all’acmè finale in un glorioso tripudio mozzafiato.

Quello che accade ai vari protagonisti scombina ogni volta tutte le carte del gioco. Nulla di prevedibile, le attese canoniche che una narrazione sviluppa sono azzerate dallo scarto imprevisto e ci si ritrova in una dimensione che continua ad essere quella del reale, ma non ha più le credenziali che la rendano verosimile. E’ l’atmosfera straniante di un reality? Possiamo dirlo, richiami al film di Garrone sono evidenti nell’episodio del matrimonio che esplode, con corna e quant’altro, il giorno stesso del grande banchetto. Non manca neppure il ricordo dei “nuovi mostri” nostrani in questi “nuovi selvaggi” che popolano la scena, anche se quelli erano più “caserecci” e meno “tarantiniani”. Ma in quarant’anni molto può cambiare, e in peggio.

Questi di Szifron appartengono ad un mondo che la coerenza e la compattezza dell’universo tragico non basta più ad illuminare, bisogna ricorrere ai meccanismi del comico, che è quanto di più spietato l’uomo abbia creato per rappresentarsi. La crisi dell’orizzonte politico, sociale e culturale in cui la commedia si radica è infatti fertile terreno di coltura per quei meccanismi.

Mi capita spesso di pensare alla società capitalista occidentale vedendola come una sorta di gabbia trasparente che riduce la nostra sensibilità e distorce i nostri legami con gli altri. Relatos salvajes presenta un gruppo di individui che vivono all’interno di tale gabbia senza essere a conoscenza della sua esistenza. Mentre la maggior parte di noi sarebbe portata a fare un passo indietro o a deprimersi, loro vanno avanti e ingranano la marcia”.

Parole del regista, utili per misurare lo spazio in cui sceglie di far muovere i personaggi, la gabbia. E’ il quotidiano gioco al massacro quello a cui assistiamo, la violenza che si nasconde nelle pieghe della routine giornaliera, pronta ad esplodere alla prima occasione. Un umor nero graffiante colora i sei episodi che attingono materia qua e là dalle occasioni più disparate, incontri e scontri di normale amministrazione pescano i loro anti-eroi in tutte le fasce sociali. Ci si può mettere allora in fila allo sportello per dissequestrare l’auto che era in divieto e non trovare un impiegato particolarmente simpatico. Se poi si è abituati a maneggiare esplosivi l’esito è quasi scontato.

Si può salire su un aereo guidato da un paranoico in vena di vendette per tutto quello che, secondo lui, ha dovuto subire dall’infanzia alla maturità. Se la porta della cabina di pilotaggio è serrata a doppia mandata non serve molta fantasia per capire come andrà. Si può entrare in un posto di ristoro, sull’autostrada, dove un usuraio e una cuoca dal coltello facile non dovrebbero mai incontrarsi. Si può viaggiare lungo una statale deserta, fra aride gole e orizzonti senza fine, dove non è consigliabile mostrare il dito durante un sorpasso. Si può guardare all’opera una  famigliola borghese, ben fornita di mezzi, che le pensa tutte per evitare la galera al rampollo, pirata della strada che ha fatto fuori una donna incinta e ora bela come un agnello sgozzato.

Infine si può capitare in una rumorosissima e opulenta festa per gli sposi dove non era opportuno invitare anche l’amante in corso dello sposo.
Scatenate dall’imprevisto che sconvolge le abitudini e mette in discussione le certezze, sembra che ogni volta prendano corpo le pulsioni inconsce più inconfessabili annidate nel profondo e trovino libero corso conati a stento trattenuti. Costretti dalle regole della convivenza in una società dal degrado antropologico in corso, la liberazione degli istinti barbarici è una catartica rivincita dalle frustrazioni, reali o immaginarie, della vita in diretta.

La descensio ad Inferos diventa a quel punto una corsa folle e perfino gioiosa, un piacere irrinunciabile che contagia il pubblico, galvanizzato dalle molteplici possibilità di infrazione ed espansione dell’esperienza reale.

“… loro vanno avanti e ingranano la marcia”, dice Szifron. Forse non escono dalla gabbia, o forse sì, ma comunque uno scossone alle pareti lo danno. L’empatia col pubblico è assicurata, il transfert è inevitabile, non siamo dalle parti del capolavoro, ma di un intelligente, ben costruito e anche divertente viaggio in bilico tra realtà insopportabile e sogno non esattamente salvifico.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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