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Un disastro di Ragazza di Judd Apatow: la recensione

Amy Schumer non è così conosciuta nel nostro paese, ma negli states ha raggiunto grande popolarità in quello scambio virtuoso tra televisione e rete Internet che ha messo in circolo la sua comicità delirante e sconcia con una forza d’urto virale senza precedenti. La sceneggiatura di Un disastro di Ragazza, scritta dalla stessa Schumer, viene opzionata nel 2013 dalla Universal quando la seconda stagione di “inside Amy Schumer” su Comedy Central era stata appena confermata. La sketch comedy prodotta insieme a Daniel Powell è un esempio delle capacità performative dell’attrice newyorchese, la cui forza è in egual misura confidenziale e politica, per il modo in cui affronta temi come la sessualità e i ruoli di genere, servendosi della scorrettezza per raccontare se stessa e la realtà della sua città.

Il primo aspetto stimolante del connubio Apatow/Schumer è quindi nel grado di famigliarità con un mondo personale e creativo che era già vicino alle figure femminili descritte dal cinema del regista di Flushing e allo stesso tempo, totalmente “dentro” il percorso dell’attrice.
Nei monologhi della Schumer c’è già quel senso di fragilità che emerge tra le pieghe delle battute più urticanti e che si serve di un confine sottilissimo tra testo e improvvisazione, funzionalità della gag e verità; lo stesso equilibrio che attraversa le commedie di Apatow e che rileva in modo acuminato alcune questioni nodali sui rapporti attraverso l’esplosione di una qualsiasi anomalia.

La disfunzione, nel cinema di Apatow, non è semplicemente una questione legata alla storia famigliare dei suoi personaggi, ma coinvolge l’organizzazione stessa dello spazio performativo, le convenzioni della commedia romantica e anche l’inquadratura come veicolo unitario del senso, basta pensare, giusto per fare un esempio, alla prospettiva romanticissima del ponte di Brooklyn con i due amanti seduti in panchina dove il quadretto viene sbeffeggiato da un bel pompino.
Le premesse disfunzionali sono quindi nello script e in quel bellissimo incipit dove il pater familias spiega alla piccola Amy e alla sorella Kim (Brie Larson) le ragioni per cancellare la monogamia dalla lista dei valori acquisiti.
Tutto il film è una variazione su quel tema, e mette a confronto la vita scombinata di Amy con altri modelli famigliari che si intersecano, non solo quello apparentemente perfetto della sorella, ma anche il mondo lavorativo e matriarcale dominato da Dianna, la direttrice della rivista S’nuff interpretata da una Tilda Swinton finalmente fuori dall’obbligo di fare l’icona Bowiana.

In tutti questi contesti, i personaggi apatowiani incorporano il rovesciamento del loro stesso modello di riferimento; il wrestler John Cena che non riesce a dire sconcezze mentre scopa, ma che di fronte alla provocazione di uno spettatore petulante dentro una sala cinematografica cittadina, risponde con un frasario machista e omoerotico con l’ossessione per il fist-fucking; il marito di Kim, slavato padre di famiglia, che nella pretesa di immaginarsi come avrebbe risposto Amy a determinate sollecitazioni, esprime in realtà la percezione maschilista che ha di lei, tanto che quel “sono una troia” è chiaramente un “sei una troia”.
E potremmo continuare, tante sono le sottilissime incursioni nella dimensione affettiva, mascherate da quella superficie esplicita che proprio nell’improvvisa rivelazione del contrasto, rappresenta il propellente più vitale della comicità apatowiana.

A dispetto di una conclusione conciliante, ma solo in superficie, è sorprendentemente sottile l’antropologia della coppia che Apatow/Schumer raccontano attraverso tutte le gag in cui Amy non sopporta il contatto fisico dopo il sesso, oppure in quella telefonata del dottor Aaron Connors (Bill Hader) il giorno dopo la notte di passione, segnale pericolosissimo per la collega di Amy da meritare una denuncia alla polizia.
In questa rutilante distruzione delle convenzioni, viene quindi triturato anche quel cinismo anaffettivo che sembra riflettersi specularmente nel giornalismo pornografico della rivista coordinata dalla Swinton e a cui Amy risponderà con la pubblicazione per la concorrenza dell’articolo cassato, trovando un crocevia personalissimo tra libertà e amore.

Ed è qui che il cinema di Apatow, nel riconfigurare la commedia contemporanea, si ricongiunge all’umanità di quella classica, così attenta nel rivelare i contrasti attraverso norme e regole, come nel cinema censuratissimo di Muriel Box che parlava di aborto quando non si poteva fare.

 

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