sabato, Settembre 26, 2020

Un lungo viaggio nella notte di Bi Gan: recensione

Il film di Bi Gan è uno puzzle splendido e impossibile, è un sogno che si disvela nella mente dello stesso sognatore, è un flusso in cui immergersi e arrendersi allo stesso tempo. È un’esperienza audace e allucinatoria. Una fantasticheria.

Un lungo viaggio nella notte racchiude tanti generi dentro di sé, accumula temi, topoi per poi costruire una propria struttura mentre procede. Hai la sensazione che il protagonista, Lou, ex gestore di casinò, sia un Humphrey Bogart caduto accidentalmente in una pièce di Samuel Beckett. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, Kaili, nella provincia sud-occidentale di Guizhou, per il funerale del padre, Lou è sopraffatto dai ricordi e dall’ossessivo bisogno di ritrovare una donna di cui si era innamorato dodici anni prima.

Cerca ogni indizio e fruga nella sua mente, Wan Qiwen è la misteriosa ragazza dal vestito verde, la compagna di un gangster lunatico, lo stesso che uccise il vecchio amico di Lou, Randagio, per aver contratto un debito.

I ricordi però possono essere inaffidabili e illusori come i sogni e la mente del protagonista come l’ambiente che lo circonda è perennemente sull’orlo del collasso, un luogo infestato da una chimera. Bi Gan lascia che la memoria stessa diventi un atto creativo e il film un insieme di cornici temporali fratturate dove Lou possa saltare dentro e fuori dalla realtà. I due amanti ricordano le figure fluttuanti nei dipinti di Marc Chagall, mentre un senso di malinconia alberga in ogni angolo, su i muri anneriti, gli scantinati allagati, nell’aria umida che impregna questa atmosfera surreale.

Quando sembra che questa suggestiva ed enigmatica passeggiata notturna si sia conclusa con l’arrivo al locale dove Lou spera di incontrare Wan Qiwen un’ultima volta, Bi Gan scombina ancora una volta le carte e lascia che il protagonista entri in una sala cinematografica dismessa, indossi gli occhiali 3D e si conceda un lungo sonno.

Lou a un certo punto sottolinea la differenza tra film e memoria, i film sono sempre falsi mentre i ricordi svaniscono di fronte ai nostri occhi, così Bi Gan che per la prima ora e mezzo ci ha confuso, ci ha fornito una quantità sbalorditiva di agganci, ora lascia che lo spettatore si rilassi addentrandosi in una lunghissima sequenza che solo i più fortunati vedranno come originariamente è stata creata in 3D.

In questi ambienti sgangherati che sembrano concepiti da Jim Jarmush il protagonista incontra molti dei personaggi che abbiamo visto, una galleria di reietti. Una miniera abbandonata diventa il labirinto in cui Lou si perde per poi essere salvato da un giovane ragazzo che ci ricorda Randagio, mentre la sala biliardo diventa un crogiolo di reliquie del passato, dove incontra la sensuale e malinconica cantante di karaoke Kaizhen, una donna ormai molto diversa da colei che l’aveva ossessionato molti anni prima, ma con lei decide di trascorrere la notte raggiungendo finalmente l’alba.

Francesca Fazioli
Francesca Fazioli
Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha frequentato un Master in Critica Giornalistica all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico e una serie di laboratori tra cui quello di scrittura cinematografica tenuto da Francesco Niccolini e Giampaolo Simi. Oltre che con indie-eye ha collaborato e/o collabora scrivendo di Cinema e Spettacolo per le riviste Fox Life, Zero Edizioni, OUTsiders Webzine

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