venerdì, Settembre 24, 2021

Un Posto al Sole di George Stevens: recensione #ilcinemaritrovato2021

In "Un posto al sole" George Stevens ha il coraggio di portare in scena un protagonista negativo, che scivola nel male, narrandone la corruzione morale. ri-visto all'edizione 2021 de Il Cinema Ritrovato

Quando George e Alice si baciano per la prima volta, all’inizio di Un posto al sole, si può percepire che qualcosa non va. Il primo bacio è uno dei momenti topici del cinema americano, da sottolineare con musica romantica e una bella inquadratura. Nel film di George Stevens, invece, i due amanti sono in ombra, una macchia scura sullo schermo; quando pochi istanti dopo si baciano di nuovo, un ramo nasconde il loro volto.

Il film prosegue, e ci rendiamo conto che non solo tutti i baci sono sempre mal inquadrati, coperti, lontani. È proprio George, il nipote povero di un ricco industriale, a non essere quasi mai al centro dell’inquadratura: spesso è di spalle, o in parte coperto da qualcuno o qualcosa, o al buio. Dà l’impressione di essere a disagio nel mondo, cercando sempre di ritrarsi. In ogni momento sembra fuori posto. Stevens è quasi sadico nel mettere in risalto la sua estraneità: mentre balla con Angela Vickers, l’altra donna da cui è attratto, la cinepresa parte da lontano per avvicinarsi lentamente, ma quando finalmente è abbastanza vicina alla coppia per mostrarla al pubblico, ecco che i due spariscono dietro a una porta.

Anche Montgomery Clift, protagonista del film, è il perfetto interprete di questo personaggio alieno a ciò che lo circonda: la sua recitazione naturale e “ricurva”, in termini di postura, raramente sta dritto, tanto da generare un netto contrasto con l’impostazione classica dei comprimari. Persino nei dialoghi si percepisce la differenza tra lui che mugugna e tutti gli altri con una buona dizione.

Cos’è dunque questa distanza, da cosa è avulso George? Una prima risposta la si può dare facilmente: è un ragazzo di strada che nulla a che vedere con il lussuoso mondo dello zio, e per quanto il suo tentativo di ascesa sociale sembri un successo, è destinato a rimanere estraneo alla realtà altoborghese. In questo lo si può accostare a quegli attori che con la loro fisicità ricurva hanno espresso il malessere di una generazione, da James Dean a Marlon Brando. Ma col prosieguo del film, in George emerge qualcosa di più profondo. Il disagio che esprime attraverso la sua posizione nell’immagine filmica non è tanto, o almeno non è solo per un ambiente sociale che non gli appartiene, ma per l’intera cultura americana e per quel “sogno americano” che vuole o forse deve inseguire.

Un posto al sole nasce da un soggetto dei più classici per il cinema statunitense dell’epoca: un ragazzo di umili origini alla ricerca di affermazione attraverso il duro lavoro mentre il suo cuore è diviso tra due donne, l’umile operaia Alice e l’aristocratica ereditiera Angela. Stevens scardina questa tipica struttura narrativa, portando in superficie l’incubo che può essere il sogno del successo a tutti i costi. Non c’è in esso nulla di puro, e George ne viene corrotto.

Stevens ha il coraggio di portare in scena un protagonista negativo, o, meglio, un protagonista che scivola nel male, narrandone la corruzione morale: desidera tanto entrare nello sfavillante mondo dell’alta società, fatto di lusso e divertimento, da essere pronto a distruggere tutto ciò che ne è al di fuori e lo ostacola.

Dal finale emerge una certa ambiguità, che fa sospettare Un posto al sole di essere un racconto di perdizione e redenzione, ed è probabilmente questa possibile lettura ad avere garantito al film il successo che ha avuto all’uscita: ben nove nomination agli Oscar, di cui sei statuette vinte.

Visto oggi, l’impressione è molto diversa. Bisogna scacciare il sospetto che possa anche essere una sorta di nera satira delle aspirazioni popolari, dopodiché diventa arduo non interpretarlo come uno spietato attacco allo spirito statunitense, un attacco sferrato dall’interno, da un regista hollywoodiano attraverso un film hollywoodiano.

Sono così le fondamenta stesse di quel cinema, latore dei valori di un’intera cultura, a tremare, mentre tutte le sue convenzioni vengono messe in discussione. Narrativamente e visivamente, in un connubio significativo segno della grandezza di un film da riscoprire.

Un posto al sole di George Stevens (A place in the sun, USA 1951 – 122 min)
interpreti: Shelley Winters, Elizabeth Taylor, Raymond Burr, Montgomery Clift, Keefe Brasselle
Sceneggiatura: Michael Wilson, Harry Brown
Fotografia: William C. Mellor
Montaggio: William Hornbeck
Musica: Franz Waxman

Marcello Bonini
Marcello Bonini nasce a Bologna nel 1989. Insegnante, fa il montatore per vivere. Critico Cinematografico, ha scritto per diverse riviste di cinema e pubblicato una raccolta di racconti. Fa teatro e gira cortometraggi.

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