Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Venezia 77 si farà. Dal 2 al 12 settembre 2020, in sicurezza. Quale "sicurezza"? 

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Massima sicurezza per tutti i partecipanti“. È un principio fondamentale quello a cui si appella Alberto Barbera per annunciare i nuovi, possibili parametri della 77/ma Mostra Internazionale D’arte Cinematografica di Venezia.

Di certo ci sono le date, dal 2 al 12 settembre 2020, oltre ad una serie di ipotesi diffuse a mezzo stampa, l’ultima delle quali è comparsa un paio di giorni fa sul profilo Instagram di Barbera, sotto un video filmato dal Ferry Boat che conduceva il direttore e il suo staff al Lido Di Venezia.
La “Sicurezza” a cui ci si riferisce è quella con cui abbiamo imparato a convivere a colpi di DPCM, nel difficile equilibrio tra il contenimento di “condizioni indesiderate” e l’esercizio delle libertà individuali. 

Necessità di vita entro i confini dell’emergenza epidemiologica che per un settore alla ricerca di risposte, nel vuoto di quelle istituzionali, non può dimenticarsi gli effetti collaterali: quelli economici. 

Siamo d’accordo con Luigi Manconi, quando nella bella intervista rilasciata a Giuliano Battiston per Che Fare, parla della prossimità fisica come condizione ineludibile dell’azione collettiva, anche nelle “forme igienicamente garantite” e siamo altrettanto d’accordo quando aggiunge: “Nei prossimi mesi ci sarà una vera e propria lotta di classe. Non c’è dubbio che una quota della popolazione si sia impoverita, e che un’altra quota si sia drammaticamente impoverita, senza possibilità o quasi di ripresa […] L’impoverimento impone una capacità di orientamento, di conflitto, di mobilitazione a cui non ci si può sottrarre“.

Se la resistenza di Barbera alla totale virtualizzazione dell’evento è lodevole e fondamentale per non cedere agli effetti più negativi delle tecno-utopie, il cui fine ultimo è quello di separare esponenzialmente i corpi fino alla smaterializzazione e ad una velocizzazione del tempo ai danni di qualsiasi condivisione fisica, allo stesso tempo ci sembra difficile raccontare la Mostra Del Cinema di Venezia fin qui conosciuta, come un’esperienza sostenibile. 

Oltre alla vastissima filiera dei lavoratori della cultura e dello spettacolo e di tutti gli operatori di settore, il pubblico a cui ci si riferisce è motore fondamentale per la tenuta dell’evento. Agli appassionati, gli studenti, le associazioni culturali e una fandom accanita che si accalca davanti ai red carpet più attesi, si aggiunge il variegato popolo della stampa specializzata, il cui racconto non è assimilabile a quello giornalistico ospitato dai principali quotidiani nazionali. Senza stabilire quale dei due sia migliore, assolvono due funzioni diverse, che in alcuni casi possono coincidere, ma che sostanzialmente separano l’informazione mordi e fuggi dall’approfondimento storico e teorico, per quanto la velocità bulimica di una copertura completa, non consenta di andare oltre la riflessione reattiva, l’impressione più o meno acuminata, l’istantaneità di un riflesso; dipende quasi sempre da una preparazione pregressa.

Tutta la stampa specializzata affronta Venezia con uno sforzo economico notevole, nel bunker del Lido che si chiude quasi completamente all’esperienza urbana e ricostruisce un villaggio autosufficiente di stampo fieristico pronto a somministrare cibo, accogliere gli ospiti, aprire spazi temporanei per le feste così da limitare la vita del fruitore tra schermi, conferenze stampa, stand, qualche Dj-set e la camera d’albergo.

La stampa indipendente non è così lontana dal pubblico pagante, perché ad eccezione delle sessanta euro per l’accredito, strumento indispensabile per lavorare, affronta gli stessi costi per quanto riguarda l’ospitalità e la permanenza, offrendo una copertura spesso capillare senza alcun vantaggio apparente se non quello di “esserci”. 

Se il confronto con la Berlinale è impossibile e impari per evidenti differenze morfologiche, abbiamo l’impressione che la Mostra del Cinema si sia ormai adattata al modello di gestione della città, i cui problemi di overtourism sono noti a tutti. Nelle città come Venezia, i servizi destinati alla domanda dei residenti si sovrappongono con quelli dedicati al mercato turistico, fino a creare un cortocircuito doloroso che include anche gravi problemi di abitabilità, alterazione del territorio, forme di consumo insostenibili per lo più modellate sull’enorme flusso transitorio dei cosiddetti consumatori metropolitani.  L’assenza di regole serie sugli affitti turistici a breve termine è connessa alla furibonda conversione degli immobili destinati ad uso abitativo.

Al Lido, durante la Mostra, tutto è commisurato all’assalto temporaneo e all’allontanamento dell’esperienza comune. La mostra non si espande e non si confonde con la città. Una buona idea come Venice Virtual Reality, per esempio, sembra configurata per l’esplorazione circoscritta di un adventure game, un percorso guidato fino all’isola del Lazzaretto Vecchio. L’innesto di schermi nel tessuto urbano, era già nel futuro immaginato da Jia Zhang-Ke con il segmento realizzato per Venezia 70 – Future Reloaded. Una via impossibile durante una pandemia? Per quanto l’ipotesi si leghi in parte alla morfologia delle nuove smart city, ponendo un problema sull’utilizzo pervasivo della tecnologia per il controllo intelligente, la prospettiva di liberare l’evento da un’isola sempre più stretta e limitata, potrebbe andare incontro ad una partecipazione popolare disseminata, più aperta e quindi più sicura.

Al di là dei sogni teorici, attualmente e in termini strettamente operativi, per una realtà indipendente che si autofinanzia la presenza al festival, se va bene si parla di un investimento di circa 1500 euro a persona per dodici giorni. Sono di poco inferiori i costi condivisi per appartamenti che ospitano più persone del numero consentito dalla legge, usualmente occupati da alcuni critici disposti tra divani, vasche da bagno e brandine aggiuntive, esperienza del tutto irrealizzabile durante una pandemia.

Intendiamoci, il critico, in relazione alla vita comune della città, è a tutti gli effetti un “city user“, non può quindi lamentarsi se sostanzialmente contribuisce alla brutale gentrificazione in atto, diventando parte di quello stesso flusso distruttivo, prezzi turistici inclusi. In un momento in cui si chiede a chi destina un proprio immobile ad un nucleo famigliare di calmierare il costo dell’affitto, il business selvaggio dei B&B Veneziani per come ce lo ricordiamo, ci sembra un’immagine violentemente offensiva.

La questione degli spazi cittadini che tornano ad esser vissuti dai residenti è nodale e strettamente connessa al corso della pandemia. Non è una considerazione cinica valutare quanto il colpo durissimo inferto al business del turismo abbia costretto ad un ripensamento momentaneo e sostenibile di alcuni spazi violentemente sottratti a coloro che la città la vivono ogni giorno. Cinico sarebbe non rendersene conto e non farne tesoro per un rilancio consapevole del settore che tagli fuori le brutte abitudini e le cattive gestioni del passato. 

Termini come “ripartenza”, al di là del volano elettorale che li genera, dovrebbero includere una riflessione profonda sulla sostenibilità dei processi. E questo riguarda anche la configurazione degli eventi, soprattutto quelli pachidermici. Un evento di massa estende certamente le possibilità di lavoro ad uno staff creativo, tecnico ed operativo più vasto, ma proporzionalmente riversa un impatto sociale e ambientale rilevante nella vita di tutti noi: turisti altrove, residenti a casa propria. Ecco che l’idea di residenza dovrebbe accompagnarci anche fuori dai propri confini, in una visione più consapevole dello spazio che ci ospita temporaneamente; fare rete, non in termini simbolici oppure lobbistici, ma concretamente apolidi. 

Il video prodotto dalla Regione Venetoper mettere in guardia i giovani sui rischi della movida” va in una direzione opposta. Abdica al potere della paura, reinventa uno stigma che non vedevamo dai tempi dell’infausta campagna “contro” l’AIDS diffusa durante gli anni novanta, dove ai contorni viola pulsanti che circondavano l’infetto, si sostituisce una negazione del gesto indirizzato alla generazione dei millenials. Toni e forme di una comunicazione del terrore che non ci sono affatto piaciuti, perché  trattano gli individui come eterni adolescenti; mi auguro non siano quelli prossimi venturi di Venezia 77.

Contiamo sul sostegno di tutti per ripartire nel modo migliore“, scrive Barbera su Instagram. Immagino anche quello della stampa specializzata. Il direttore della Mostra aveva già parlato della possibilità di ridurne la partecipazione, offrendo un supporto da remoto per gli accreditati, inclusa la possibilità di vedere i film da piattaforma protetta e partecipare alle conferenze stampa via streaming, limitando la presenza in laguna ad un numero ristretto di giornalisti. L’impossibilità a spostarsi, a mio avviso, non sarà solamente una questione geografica, legata alla partecipazione degli ospiti e dei critici internazionali, ma coinvolgerà tutti i soggetti più deboli in termini economici, quelli che normalmente raccontano il festival in modo specifico ed esaustivo, a partire da sezioni come “Orizzonti”, tradizionalmente sottovalutata dalla stampa generalista. 

Indie-eye è una piccola realtà visibile, una contraddizione che accomuna molte testate dello stesso tipo, anche quelle che non vogliono dismettere la maschera dell’efficienza da social network ad ogni costo. È sulla debolezza che voglio soffermarmi, perché la visibilità è dimensione dopata dal cybercapitalismo, macchina celibe che gira irrimediabilmente su se stessa. 

Noi scendiamo.

A Venezia, fisicamente,  quest’anno non ci saremo. Non possiamo permettercelo.

Michele Faggi