lunedì, Aprile 22, 2024

W Ukrainie di Piotr Pawlus e Tomasz Wolski: recensione, Berlinale 73 – Forum

Una full immersion nella quotidianità dell’Ucraina aggredita.

È una storia naturale della distruzione questo documentario girato da due cineasti polacchi sul territorio ucraino, dall’ovest verso Charkiw passando per Kyiw. Costituito in massima parte da lunghi piani fissi, W Ukrainie mantiene la doppia promessa del titolo. Da un lato, per l’appunto, ci muoviamo nell’Ucraina post 24 febbraio 2022. Dall’altro, l’uso della preposizione “w” per esprimere il caso locativo mette in chiaro che l’Ucraina ha dei confini e che siamo al loro interno.

Questa semplice “w” dichiara, geopoliticamente e culturalmente, l’esistenza dell’Ucraina ignorata da anni, non da mesi, dalla propaganda del regime putiniano. In Polonia l’anno scorso si è consumata una guerra linguistica non dissimile, per toni, da quella che in Italia ha nel mirino lo schwa. Chi sosteneva l’uso della “w” per esprimere il “locativo ucraino”, chi invece preferiva usare la preposizione “na”, adatta a descrivere una superficie anonima e indefinita, come una colata di cemento o una spianata di terra.

Chi nega all’Ucraina dignità e autonomia, chi è in linea con lo Stalin che negli anni Trenta uccise con la fame milioni di abitanti del granaio d’Europa caricando di cereali i treni per Mosca (eloquente, da questo punto vista, il bel film Mr Jones, 2019, di Agnieszka Holland), chi insomma disprezza il popolo ucraino e non vuole cogliere il nocciolo patente, e sanguinante, della guerra in corso, in polacco usa la preposizione “na”.

Sfido chiunque, tra i numerosi sostenitori italiani del “na” polacco, a vedere questo documentario e restare indifferenti. Li sfido a vedere questo documentario girato in un Paese geograficamente europeo, politicamente alle porte dell’Europa, e li sfido a leggere, per dirne una, le graphic novel di Igort in tema.

Pawlus e Wolski procedono in maniera concentrica. Nei primi minuti vediamo un Paese squassato, parrebbe quasi da un terremoto, poi nel paesaggio appaiono i catorci degli carrarmati russi. C’è chi in mano tiene un microfono e parla a spettatori lontani tramite un obiettivo. C’è chi fa selfie. Dei bambini giocano sia con la canna del cannone, sia col telefonino. Verrebbe quasi da pensare che il conflitto sia banale, decantato, guerra stagnante. Poi però scattano, insostenibili, le sirene. Vediamo i bunker, le file per il cibo, la vita-non-vita nei bunker che sono stazioni della metropolitana di fattura sovietica. Ancora bambini, stavolta intenti a giocare con una granata. Altri bambini, armati di tutto punto, presidiano un checkpoint e chiedono dolciumi ai guidatori dopo averli interrogati.

La prova del nove è la pronuncia di tre parole ucraine che i russi non riescono a spiccicare. Una bambina va in altalena davanti a un edificio incenerito e sventrato. Branchi di cani pattugliano le strade in cerca di resti. Il film termina in un bosco, a poche centinaia di metri dal fronte. Com’è che diceva Foucault in Sorvegliare e punire, tradotto da Alcesti Tarchetti nel 1976? “Bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia”. Eccolo qui. Discerniamo.

W Ukrainie di Piotr Pawlus, Tomasz Wolski (Documentario – Polonia, Germania 2023 – 82 min)
Sceneggiatura: Piotr Pawlus, Tomasz Wolski
Fotografia: Piotr Pawlus
Montaggio: Tomasz Wolski
Sound Design: Igor Kazmirchuk

Simone Aglan-Buttazzi
Simone Aglan-Buttazzi
Simone Aglan-Buttazzi è nato a Bologna nel 1976. Vive in Germania. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dal tedesco e dall'inglese). Studia polonistica alla Humboldt. Ha un blog intitolato Orecchie trovate nei prati

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