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Captive State conferma Rupert Wyatt come uno dei registi più interessanti degli ultimi anni. CG Entertainment insieme a Adler Entertainment e Participant Media, pubblica il Blu Ray del film in due edizioni, una standard e la seconda limitata con slipcase lenticolare. Guarda il nostro video unboxing e leggi l'approfondimento dedicato al cinema di Rupert Wyatt e a "Captive State" 

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Captive State, il blu ray limited del film di Rupert Wyatt

CG Entertainment distribuisce per il mercato italiano la versione Blu Ray di “Captive State“, l’ultimo film diretto dal regista britannico Rupert Wyatt.
Ambientato in una Chicago occupata da forze aliene che controllano il governo della città per sfruttarne risorse, render schiavi gli abitanti e organizzare grandi deportazioni, “Captive State” è un potente film di fantascienza che guarda al cinema Europeo e a quello statunitense, con un senso notevole dell’azione e una densità politica di grande profondità. 

Quando i “legislatori” controlleranno totalmente l’assetto politico della città, un gruppo di dissidenti organizzerà la rivolta, in un mondo dove tutto è tracciabile, senza che il popolo possa accedere all’utilizzo degli strumenti di comunicazione digitale. William Mulligan, il poliziotto interpretato da John Goodman, si metterà sulle tracce della rivoluzione, per sventarne i piani. 

CG Entertainment, insieme a Participant Media e Adler Entertainment presenta il Blu Ray del film in due edizioni, oltre alla versione standard, è disponibile quella limitata da collezione, con una slipcase speciale realizzata con effetto lenticolare, quello che consente di osservare un’immagine statica in versione animata, con il solo spostamento della prospettiva.

Captive State, il video Unboxing delle due edizioni Blu Ray CG Entertainment

Acquista “Captive State” nella versione limitata con slipcase lenticolare sul sito di CG Entertainment

Captive State, i contenuti Extra del Blu Ray CG Entertainment

I contenuti speciali inclusi nelle due edizioni di “Captive State” sono gli stessi. 

Comprendono le tre interviste agli attori Ashton Sanders e Jonathan Majors, rispettivamente i fratelli Gabriel e Rafe Drummond nel film di Wyatt, ovvero il veterano e la nuova speranza della rivolta anti-aliena. Entrambi descrivono l’esperienza di immedesimazione con il personaggio e il metodo di Wyatt che ha lavorato con loro seguendo un procedimento empirico, senza rivelare troppo dell’intreccio e calandoli nella medesima situazione emergenziale vissuta dal gruppo dei dissidenti. 
L’intervista a John Goodman, già con Wyatt per “The Gambler“, conclude i contenuti di approfondimento sul film.
L’ultima sezione è dedicata ai B-roll, utili per comprendere il modo in cui il regista ha selezionato alcune zone di Chicago, ai margini della grande metropoli e localizzate in quelle aree dismesse occupate da uno scenario post-industriale fatiscente, lo stesso che circonda alcune zone vicine a Wicker Park ancora immuni dalla gentrificazione crescente.
Tra gli extra è incluso anche il trailer del film.

Rupert Wyatt, gli esordi e il suo primo film: The Escapist

La Miramax e la televisione inglese. Rupert Wyatt comincia in questo modo, lavorando dietro le quinte e producendo i propri cortometraggi. Subito dopo “Subterrain“, un mediometraggio di 50 minuti che in qualche modo anticipa l’interesse per le viscere della città, riesce a realizzare il suo primo film sulla lunga distanza, “The Escapist“. Nel mezzo, “Get the Picture”, un corto interpretato da Brian Cox, attore che Wyatt corteggerà a lungo e che sarà il fulcro emotivo del suo debutto. Scritto insieme a Daniel Hardy con il quale è recentemente tornato a collaborare per “Storm King“, il nuovo film che sta preparando, “The Escapist” è un dramma carcerario sviluppato intorno alla preparazione di una fuga. Cox interpreta Frank Perry, sul cui passato criminale Wyatt non ci dice molto, se non stabilendo un legame con le fotografie della famiglia e soprattutto le lettere ricevute dalla figlia, rigorosamente conservate in una scatola. Quando questa smetterà di scrivere perché ormai in preda alla dipendenza da droghe, l’uomo deciderà di organizzare un’evasione insieme ad un gruppo ristretto di compagni fidati. 
Ispirato dal Bresson di “Un condamné à mort s’est échappé” e da “Le trou” di Jacques Becker, Wyatt traspone la frammentazione dei gesti e l’esplorazione dei dettagli che attraversa il cinema francese di quegli anni, nel corpo di un film a orologeria che reinventa il realismo ipercinetico di autori come Don Siegel e John Frankenheimer, guardando allo stesso tempo al cinema di Jean Pierre Melville, che con altri mezzi e presupposti, elaborava già quella sintesi.

Il continuo scambio di segni, messaggi cifrati e gesti invisibili, delinea uno spazio funzionale ed empirico, ma allo stesso tempo determina la costruzione di un linguaggio astratto e visionario, dalle qualità ritmico-musicali. 

L’alba del pianeta delle scimmie, Rupert Wyatt rinnova il franchise

L’attenzione che il Sundance rivolge al film, consente a Wyatt di esser coinvolto da Amanda Silver e Rick Jaffa nella produzione fox di “Rise of the Planet of the Apes“, l’unico lavoro insieme a “The Gambler” dove non ha collaborato alla sceneggiatura. Abbandonato l’approccio prostetico della serie, il film impiega massivamente le tecniche CGI per integrare i primati con gli attori e costruisce una nuova mitologia slegata dalla continuità della serie, per certi versi più vicina alle suggestioni filosofiche del romanzo di Pierre Boulle. Prima del film di Matt Reeves, Wyatt affronta la storia di Cesare da una prospettiva antropologica e politica, interrogandosi in prima istanza sul ruolo della scienza, ma soprattutto costruendo un percorso di consapevolezza dalla schiavitù alla libertà, che salda il dramma carcerario degli esordi con la resistenza rivoluzionaria che incendia la Chicago del futuro in “Captive State”.
“L’alba del pianeta delle scimmie” è ancora un film di gesti. Più esplicitamente legato alla differenza tra una lingua primaria e i codici della comunicazione corrente, determina l’andamento del film attraverso un’orchestrazione di segni che contribuiscono a creare lo spazio dell’azione, riducendo la parola ad un sistema accessorio e al luogo dove si verificano tutte le manipolazioni e i fraintendimenti.

The Gambler, la sceneggiatura di James Toback quaranta anni dopo Karel Reisz viene diretta da Rupert Wyatt

Questa sintesi diventa una sfida di fronte alla sceneggiatura di William Monahan per “The Gambler“, il remake dell’omonimo film di Karel Reisz, scritto da un giovane James Toback tra finzione e biografia. Il regista di “Love and Money” è produttore esecutivo insieme a David Crockett e a Monahan e quella che a Wyatt sembra una sceneggiatura verbosa, posseduta dal flusso di coscienza, diventa l’occasione per contrapporre alla lunga staticità delle sequenze, la frammentazione dello sguardo. Gli strumenti del gioco d’azzardo, le carte del Blackjack, la pallina sulla roulette e il continuo scambio di denaro, dialogano con questo senso di precarietà vissuto dal giocatore interpretato da uno straordinario Mark Wahlberg. Il cinema intimista di Toback, che qui gioca una partita essenziale nella decostruzione della tensione “crime”, viene accolto da Wyatt con quello sguardo iperrealista che esaspera i silenzi e cerca l’astrazione nella reiterazione del gesto.

Da “The Exorcist” a “Captive State”, Rupert Wyatt si innamora di Chicago

Captive State” arriva poco dopo la conclusione dell’impegno televisivo di Wyatt con le due stagioni di “The Exorcist“, la serie Morgan Creek ideata dallo showrunner Jeremy Slater e ambientata a Chicago, per cui Wyatt ha svolto il ruolo di produttore esecutivo. Difficile stabilire quali e quanti elementi siano vicini al cinema di Wyatt che ha diretto anche il pilot, certamente la città di Chicago gioca un ruolo fondamentale in entrambi i progetti. Sembra attribuibile al regista di origini inglesi una delle outline di “The Exorcist” legata al complotto che compromette l’intero assetto del Vaticano, condotto come un muscolare spy movie che contribuisce a trasformare gli elementi soprannaturali in una fenomenologia possibile. La dinamica è quella verticale di “The Escapist” e “Captive State”, dove la superficie comunica con il sottosuolo attraverso una serie di codici e di segni che non consentono di comprendere altra logica se non quella della lotta di resistenza.

Captive State: una storia di resistenza

Affascinato dalla Storia del ventesimo secolo, per “Captive State” Wyatt prende ispirazione dalla seconda guerra mondiale e dai paesi sotto occupazione. Più di altre, la resistenza francese lo aiuta a delineare l’idea di una Chicago assediata, pilotata da una gerarchia aliena quasi invisibile e con il sistema politico locale in una posizione succube, molto simile a quella del governo di Vichy.

Chicago, città sottoposta negli anni a numerose stratificazioni e cambiamenti, costituita da distretti che ospitano identità culturali etorogenee, è il modello perfetto per il progetto condiviso da Wyatt con la compagna Erica Beeney. Come Denis Villeneuve con la Budapest di Blade Runner 2049, Wyatt ricerca i luoghi meno battuti della città e sostituisce la costruzione di un décor ad hoc, con i margini esclusi dalla gentrificazione corrente.

Mentre racconta Chicago attraverso le sue aree dismesse e la descrizione di enclave di potere che moltiplicano i confini, la comunicazione tra chi vive la città ogni giorno diventa impossibile, quasi a replicare la dimensione dell’esilio nell’originaria comunità polacca insediata a Wicker Park a partire dagli anni quaranta. Proprio Wicker Park viene citato più volte da William Mulligan, il poliziotto interpretato da John Goodman che segue da vicino i movimenti della resistenza anti aliena. Si allude ad una rappresaglia e alla disintegrazione di tutta la comunità che occupava lo storico quartiere chicagoano, simbolo di una stratificazione identitaria che recentemente è stata annichilita dalla cultura hipster.

Lo sfruttamento delle risorse operato dalle forze di occupazione aliene e la relazione con il potere politico della città, diventa immagine estrema di una realpolitik che svende la propria comunità al miglior offerente. Ci si trova improvvisamente al centro di un regime che insieme ai quartieri ha barattato anche lo stato di diritto, regalandolo ai “legislatori”, alieni che Wyatt rappresenta in modo minimale e assimilando la loro presenza ad un grande organismo di sorveglianza globale.

Rispetto alle società smart, dove movimenti e dati sensibili sono tracciabili in ogni momento, Wyatt cerca una commistione tra organico e virtuale senza sfruttare le forme dell’immaginario retro-futurista. Al contrario elabora un progressivo incorporamento della tecnologia all’interno di organismi biologici mutanti, mentre la resistenza può hackerare il sistema sabotandone il potenziale solo con i mezzi del secolo precedente, gli unici consentiti da un digital divide che consegna definitivamente il progresso nelle mani del potere. Il cinema fatto di codici e di gesti, di segni e di comunicazione non verbale a cui Wyatt ci ha abituati, viene esasperato in un potentissimo tour de force.

Sim distrutte e scambiate, modem a 56k che cercano di connettersi con il sistema centrale, piccioni viaggiatori, un cane che abbaia per segnalare il pericolo imminente, pasticche al veleno per non esser catturati vivi, registratori analogici che carpiscono segreti, “cavalli di troia” veri e propri che al posto del trojan informatico, simulano un mondo alternativo che può aver ragione di quello dominante, a patto di sconnettersi dalla sua narrazione.

“Captive state” incorpora allora tutte le ibridazioni noir, costruendo personaggi sul bordo, spinti fuori dal proprio passato, come Jane Doe, il cui nome indica già un’identità giuridica cancellata. Il personaggio interpretato da Vera Farmiga, vive in una reverie ripetuta all’infinito, una canzone interrotta e ripresa dal solito punto, sospesa nel refrain di “Stardust” di Nat King Cole. Dimensione dolente dove il romanticismo è “la musica dell’anno passato” e Jane Doe la tessera di un puzzle senza più identità, come nel sistema funzionale di collaborazioni e tradimenti che regolava le azioni dell’IRA durante i troubles.

Eppure nell’avvitamento estremo dei segni, la stratificazione rimane sempre aperta, sia che conduca ad una lettura complessa della storia tra Jane e William, sospesa tra incredibile tenerezza e spietata crudeltà, sia per il modo in cui viene riattivata l’estetica del noir dagli anni quaranta fino ad oggi, nel cuore della città contemporanea, luogo di povertà, divario sociale e paranoia.

And now the purple dusk of twilight time
Steals across the meadows of my heart
(
Nat King Cole – Stardust)

 

Michele Faggi

Michele Faggiè un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi
Michele Faggi

Rupert Wyatt
Captive State
USA - 2019

Con John Goodman, Ashton Sanders, James Ransone, Alan Ruck, Kevin J. O'Connor, D.B. Sweeney, KiKi Layne, Ben Daniels, Madeline Brewer, Machine Gun Kelly Jonathan Majors, Vera Farmiga, Kevin Dunn,
Durata 109 min
Origine e anno CG Entertainment, Adler Entertainment, Participant Media
Formato video 16/9 2_35_1 hd 1080 24p
Formato audio Italiano + originale DTS HD Master 5.1 | Oridinale e Italiano Dolby Digital 2.0
Sottotitoli Sottotitoli italiano e per non udenti
Extra inteviste a Ashton Sanders, John Goodman, Jonathan Majors, B-Roll, Trailer