giovedì, Dicembre 2, 2021

A Quiet Place e A Quiet Place II, la saga di John Krasinski nelle edizioni da collezione Paramount: l’approfondimento

A Quiet Place II esce il 23 setembre in versione DVD e Blu Ray Standard con una buona dotazione di contenuti extra. Paramount ha però riservato alcune sorprese per i collezionisti: l'edizione Steelbook due dischi in versione 4k + Blu Ray e la "A Quiet Place 2-Movie Collection", che raccoglie il primo e il secondo film della saga di John Krasinski, sia in DVD che in Blu Ray. Tutti i dettagli e il doppio approfondimento critico sui due "A Quiet Place"

I due film diretti da John Krasinski e interpretati da Emily Blunt arrivano in due formati fisici da collezione in occasione dell’uscita di A Quiet Place II in formato DVD e Blu Ray standard.

La prima edizione da collezione riguarda solo il secondo film della saga. A quiet Place II sarà disponibile dal 23 settembre prossimo in una bella edizione Steelbook che contiene il film in 4K UHD + Blu Ray. Oltre ai film nei due formati, l’edizione è corredata di una buona sezione di contenuti speciali presenti anche nell’edizione standard. Si inizia con un “Diario del regista John Krasinski” per proseguire con i “Dietro le quinte”, “il viaggio di Regan“, “Sopravvivere al porto” e “Disturbo Rilevabile“, ovvero una sezione interamente dedicata agli effetti visivi e sonori del film.

L’edizione Steelbook di A Quiet Place II – Due Dischi 4k + UHD

La seconda edizione da collezione che Paramount rende disponibile è “A Quiet Place Movie Collection“, due dischi Bluy Ray che contengono il primo e il secondo film. I contenuti Extra sono ovviamente raddoppiati. Quelli di A Quiet Place II sono gli stessi compresi nell’edizione Steelbook e in quella Blu Ray Standard. Il primo disco contiene invece i contenuti relativi al primo “A Quiet Place”, vediamoli in dettaglio:

A Quiet Place i contenuti speciali: il making del film

I tre approfondimenti analizzano il making del film sin dallo sviluppo in sede di scenggiatura. Lo script che Krasinski propone a Michael Bay e Scott Beck è di 67 pagine. Oltre alla durata di riferimento che corrisponde a quella di un pilota per una serie televisiva, i minuti complessivi di dialogo sono solamente tre. Una sfida senza precedenti che orienta la produzione stessa ad affidare la regia del progetto a Krasinski. L’attore/regista americano affronta il progetto dopo esser diventato padre da poco, tanto da convogliare ossessioni e paure nel film stesso. 
La location per il film viene trasformata piantando una distesa di grano ex novo, portando un silos e lavorando a stretto contatto con la gente del luogo. Un clima intimo che punta al massimo del realismo coinvolgendo nel progetto Emily Blunt, moglie dello stesso Krasinski e la talentuosa Millicent Simmonds, sordomuta come il personaggio interpretato in “A Quiet Place” e qui alla sua seconda prova dopo “Wonderstruck” (La stanza delle meraviglie) di Todd Haynes. Con questi presupposti, Krasinski cerca di mantenere alto il livello di autenticità, attraverso un racconto di formazione che includa i concetti di perdono e protezione, una dimensione sperimentata in prima persona. 

A Quiet Place i contenuti speciali: i suoni e i rumori

“Il suono dell’oscurità” analizza il ruolo del suono nel film di Krasinski, affrontato attraverso livelli di diversa intensità. Tutte le volte che Millicent entra in scena, il film assume il suo punto di vista aurale, cancellando letteralmente la presenza dei rumori. Dal rumore fino al silenzio, fino all’assenza stessa di suono, il film integra tre livelli differenti di percezione auditiva.  A questo setting si sono adattati i tecnici del suono di Michael Bay e lo stesso Marco Beltrami, compositore di una colonna sonora sottile e che lavora su questi stessi elementi. 

A Quiet Place i contenuti speciali: gli alieni e gli effetti speciali

“L’arte di effetti visivi indimenticabili” si sofferma sulla creazione degli alieni. Creature nate dall’osservazione del mondo animale e dalla dieta visiva di Krasinski, a base dei documentari prodotti da Sir David Frederick Attenborough. Il risultato sono i mostri del film, costituiti da una calotta cranica che coincide integralmente con l’organo dell’udito. A completamento di questa idea mutuata da un’ardita interpretazione dell’evoluzione delle specie animali, Krasinski aggiunge il suo amore per Hitchcock, per “Lo squalo” di Spielberg e per altri classici, cambiando spesso la polarità delle scene, pur pensando ad alcuni modelli di riferimento. La sequenza in cui Emily Blunt si trova nella vasca da bagno con un alieno che striscia a pochi centimetri, rilegge in qualche modo una delle scene più famose di Psycho, cambiando le occorrenze e l’immaginario visuale, senza alterare quel senso di imminente pericolo contro il quale niente si può opporre. Krasinski dimostra così di sviluppare il suo cinema alla luce di un’astrazione formidabile della lezione Hitchcockiana, quella sintetizzata dai primi minuti de “La finestra sul cortile” dove i segni  e le tracce materiali sostituiscono la parola.

A Quiet Place 2 Movie Collection, disponibile in doppio disco, sia in versione Blu Ray che in versione DVD

A Quiet Place, Sinossi

Nell’anno 2020 la Terra è invasa da una mostruosa razza aliena che pur non riuscendo a vedere, attacca e distrugge qualsiasi cosa produca rumore. La popolazione umana è decimata e solo il silenzio più assoluto potrà salvare i sopravvissuti da morte certa. In simili condizioni un padre, una madre e i loro due figli devono sopravvivere in un’isolata fattoria. La donna è incinta, forse perché un indimenticato lutto non riesce ad essere metabolizzato. Intanto dilaga la minaccia aliena e nessuno sa come sconfiggere queste misteriose creature. La sola speranza per l’umanità è il silenzio, l’unico modo per evitare la violenza omicida degli alieni, pronti a scagliarsi su qualsiasi fonte sonora per eliminarne l’origine.

A Quiet Place, l’approfondimento critico a cura di Veronica Canalini

Se la facoltà umana del linguaggio in quanto prodotto di natura è sempre sostanziata dalla dimensione storica vissuta dal parlante, e dunque il parlare appare inscindibilmente legato alla contingenza dei rapporti interpersonali e del contesto entro cui questi si collocano, l’uomo possiede la capacità di adeguare alle necessità richieste dalla situazione il tipo di risposta da fornire agli stimoli che riceve, è in grado, in altri termini, di regolare l’uso del linguaggio in base a convenzioni, intenzioni, imposizioni che gli vengano dall’interazione tra sé e l’esterno. Ma la parola come istinto primario, bisogno fisiologico, resiste in ogni caso inalienabile, eventualmente anche attraverso forme che non contemplino l’esigenza dell’emissione sonora.

A Quiet Place – l’italiano “posto tranquillo” che non rende la duplice, oltre che antifrastica, valenza del titolo originale – è un horror a tutti gli effetti che, precisamente inscrivibile nell’orizzonte del survival movie di cui rispetta in maniera riconoscibile canoni formali e tappe narrative, le percorre, quest’ultime, mettendo in scena il mondo sempre esperibile del quotidiano entro il perimetro futuribile di una qualsiasi post-apocalisse.

John Krasinski, alla sua terza regia e adiuvato dalla scrittura di Scott Beck e Bryan Woods, sfrutta un MacGuffin di genere per tematizzare questioni e paure al di là di ogni tempo e spazio che, posizionate e colte nell’universo orrorifico di “A Quiet Place” determinano da un lato l’intrecciarsi di vari sentieri di lettura, dall’altro incanalano il già visto verso una direzione funzionale alla revisione dei mezzi del genere e allargano lo spettro di fruibilità di un film che rimane comunque, non solo ma prima di tutto, un’originale prova di storytelling e una straordinaria occasione di intrattenimento.

Il motore del racconto, il MacGuffin si diceva, è l’invasione degli States da parte di mostruose creature cieche che attaccano il rumore, motivo per cui gli esseri umani sono costretti per sopravvivere ad escogitare in primo luogo forme di comunicazione alternative rispetto alla parola parlata e, in definitiva, a un’esistenza costantemente in bilico, trattenuta come trattenuto è l’esercizio di ogni funzione vitale, dall’indispensabile cibarsi ai pure umanamente necessari giocare, ridere, piangere, amarsi.

Gli Abbott allora fanno quello che devono, appunto si adeguano, restano famiglia mutando il codice che consente la socialità, adottano cioè il linguaggio dei segni a loro già noto perché, lo intuiamo, la figlia maggiore deve avere una qualche patologia uditiva.

Il silenzio è, in questo senso, condizione che per assurdo consente all’immagine di potenziare la parola, mai così chiara come qui, idealmente sussurrata o sbattuta in faccia, (quasi) sempre confinata nel raggio d’azione di una voce interiore che attraverso i volti e i corpi dei personaggi risuona direttamente dentro chi guarda. Rappresenta pure, il silenzio, occasione per allargare l’inquadratura, espanderla in maniera ossimorica al dettaglio, approfondire il visibile scandendo con un di più di iconicità il progredire di una storia che si inserisce in uno schema narrativo ultra-tradizionale – la catastrofe, la perdita, l’elaborazione del lutto, la prova, la crescita, la risoluzione temporanea o definitiva della crisi – per confermarlo in modo esatto ma a partire da una premessa insolita sviluppata attraverso una riflessione sul valore del suono e del rumore che va ben più a fondo del semplice tentativo di fare un horror “muto”.

Nell’economia del film, il sonoro ha infatti un ruolo centrale, narrativamente determinante e significativamente ambivalente. Ciò che fa rumore fa paura: uno shuttle giocattolo a pile, i passi al di fuori dei tracciati di sabbia, il ticchettio di una sveglia. Tutti dispositivi che innescano la suspense e preparano in sua assenza alla presenza più assordante, quella aliena.

Ma il rumore è anche, in una sorta di ancestrale complementarità, manifestazione e strumento insopprimibile di vita. L’espressione del dolore più autentico non può essere muta, il pianto di un neonato non si può controllare.

La realtà distopica abitata da Lee (lo stesso Krasinski) e da Evelyn (Emily Blunt) insieme ai loro figli preadolescenti stabilisce, come da prassi, un parallelo con il contemporaneo, un mondo che ci abita, anestetizza i nostri orecchi di un brusio mediale asemantico.

A Quiet Place si presta strutturalmente a una metafora di carattere sociologico di questo tipo che, al di là del suo essere più o meno forzata, consente di scorgere nel sentimento atavico della paura, dunque nella specificità di un genere, il veicolo attraverso cui può passare il recupero di una coscienza dei suoni significativi.

We know where the music’s playin’
Let’s go out and feel the night.

A Quiet Place II, Sinossi

In seguito agli ultimi tragici eventi, la famiglia Abbot (Emily Blunt, Millicent Simmonds, Noah Jupe) deve ora affrontare il terrore del mondo esterno, mentre continuano la loro lotta per la sopravvivenza, mantenendo ancora il silenzio. Costretti ad avventurarsi nell’ignoto, si renderanno presto conto che le creature a caccia del suono non sono le uniche minacce che si nascondono oltre il sentiero di sabbia.

A Quiet Place II, l’approfondimento critico a cura di Michele Faggi

To be played at maximum volume

C’è un solo smartphone in “A Quiet Place II“, ultimo testimone tecnologico prima della catastrofe. Libero di notificare senza partecipazione attiva, rivela la presenza umana spalancando le porte all’attacco alieno in corso, mentre assolve quella funzione di controllo e rimodulazione del tempo per cui è stato progettato.

Sulle origini degli invasori dalla calotta cranica integralmente estesa all’organo auditivo, John Krasinski continua a tacere, mantenendone il mistero entro i confini di una parallela evoluzione delle specie animali, che ha costretto la società civilizzata a sottrarre quasi tutti i dispositivi di comunicazione correnti, con un balzo all’indietro di almeno cinquant’anni.

La tecnologia che nel primo capitolo persisteva a più livelli, ma soprattutto come relitto di una comunità in estinzione, si estende dall’apparecchio acustico di Regan (Millicent Simmonds), alle possibilità indicate dall’effetto Larsen, un’aberrazione utile per saturare l’ipersensibilità delle mostruose creature, tanto da manifestarsi come violenta forza distruttrice, capace di cancellare il linguaggio con lo straniamento del rumore.

Nel passaggio della famiglia Abbott dal rifugio casalingo al labirinto di un complesso industriale immerso nella vegetazione, l’esperienza dell’isolamento viene accentuata dai cubicoli della struttura metallica, loculi che replicano per tutti i componenti l’esperienza del nuovo nascituro, già abituato al buio, ai respiratori artificiali e a vivere in una scatola, lontano dall’abbraccio materno.

La saga, in questo senso, delinea un discorso fondato sulla riduzione delle facoltà sensoriali in una porzione mondana, non così distante dallo spazio esperito durante la crisi epidemiologica che ci ha sorpresi già isolati, costretti a riscrivere le regole della convivenza collettiva.

La mancanza di senso della storia che Douglas Rushkoff indirizza alle società digitali, viene definita attraverso la descrizione dell’istante, come capacità di reperimento di un’informazione già campionata e archiviata nello spazio della durata. Disordini temporali completamente fuori dai binari che hanno azzerato il valore simbolico del campione.

Con il digitale si verifica quindi la convergenza tra ripetizione e rinnovamento, dove ripercorrere il passato è anche creare un tempo accessibile ad libitum per il futuro. Un flusso di informazioni potenzialmente aperte per tempi successivi.

Il vecchio radioregistratore di Regan e del fratello, capta un segnale in modulazione di frequenza che trasmette lo stesso palinsesto musicale, senza soluzione di continuità. Per Emmett (Cillian Murphy), solo il simulacro di una prassi on demand che esclude la presenza umana, intrappolata in un loop senza evoluzione, per Regan una traccia che proietta nel futuro l’idea di presenza.

Krasinski sembra quindi orientarsi verso l’idea che la continua modulazione del segnale legata alla trasmissione e la diffusione di conoscenza nei due secoli precedenti, sia ancora una componente vitale delle nuove logiche digitali.

Soprattutto ne evidenzia la qualità performativa tra distanza e prossimità, nel percorso incerto della ionosfera, facendo combaciare quel senso di familiarità ed estraneità del mezzo, con quella straordinaria sequenza di comunicazione a distanza, dove emittente e ricevente trovano un modo per utilizzare la presenza della trasmissione analogica in una forma sciamanica e interattiva.

L’effetto di ritorno di un segnale puro cancella linguaggio e narrazione per favorire il duello, l’improvvisazione e l’attivazione della rivolta come energia.

Redazione IE Cinema
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