mercoledì, Agosto 4, 2021

Onde anomale: Invisible waves di Pen-ek Ratanaruang

iw.jpgInvisible wavesdi Pen-ek RatanaruangThailandia/Paesi Bassi/Corea del Sud/Hong Kong, 2005

56a Berlinale – Concorso

Dvd // Panorama Entertainment (Orig. Sott. Inglesi /cinesi / Zone 3) Lo trovi anche su: Yesasia.comDopo l’ottimo Last life in the universe passato a Venezia nel 2003, dopo voci di corridoio, inciampi e procrastinazioni, sbarca in concOrso a Berlino il nuovo film di Pen-ek Ratanaruang. Co-produzione d’ampio respiro e dream team tecnico, con Christopher Doyle alla fotografia e Hualampomg Riddem al soundtrack, entrambe colonne – audio/visive – portanti di una pellicola che sarebbe un delitto non riuscire a vedere al di fuori del circuito festivaliero. Invisible waves è un film sommesso e livido capace di lanciare un incantesimo valido per tutti i centodiciotto minuti della sua durata. La trama è gialla. Ci sono i gangster, i morti ammazzati, gli avvelenamenti e le pistole puntate alla testa. Pretesto. In realtà sono i primi due terzi della pellicola, vagabondi, ombrosi e crudelmente sornioni, a compiere il miracolo. Echi lynchiani e coeneschi, riverberi invisibili che ci fanno drizzare le orecchie. Come cani, noi spettatori, irraggiati di ultrasuoni.

 Protagonista della pellicola è un volto noto del cinema giapponese, Asano Tadanobu. Qua cuoco sopraffino e gangster di seconda scelta, alle dipendenze di un boss paterno e cheto col quale colloquia utilizzando un inglese da corso Hobby & Work. Kyoji – così si chiama – viene spedito in vacanza coatta dal boss: lascia la sua donna e il ristorante che funge da copertura e s’avventura in quelle che sono le due sequenze portanti del film, un lungo viaggio in nave e la breve permanenza a Phuket. La sceneggiatura ha una struttura ad anello: si apre con una prolessi, prosegue con una sequenza introduttiva, scodella le due macrosequenze succitate e si conclude tirando le fila del tutto. Ogni ulteriore accenno alla trama sarebbe spoiler da forca. Basti dire che il viaggio in nave di Kyuji, nella cabina più scomoda e insidiosa dell’universo, vale da sola la visione del film. Tanto è metafisico questo viaggio bigio, quanto è al contempo surreale e minacciosa la permanenza a Phuket, con la vita del nostro a serio repentaglio. L’incontro con un gangster dà anche adito a una ridda di situazioni che paiono prelevate da Blue velvet, compreso un orrido karaoke e una joyride da brivido. La soluzione all’intreccio, quando arriva, aiuta il comprendonio ma non premia ulteriormente il film, che ha il proprio punto forte nell’atmosfera.

Il lavoro di Christopher Doyle, al solito, ha lo stesso peso di quello registico; quanto all’apparato sonoro, Riddem non molla per un attimo e fornisce la pellicola di una seconda pelle pulsante e discreta, memore della lezione di Eno o del Badalamenti di Fire walk with me. Invisible waves gioca di basso profilo, non scuote sul momento, ma permane. Sono due ore da somministrarsi e da lasciar decantare. Nessun applauso scrosciante, nessuna immagine che rinunci al buio e a un mood che dire gloomy è dire poco. O nulla. Eppure, quando esci dalla sala, fai altro, pensi ad altro, c’è addirittura il sole, residui insistenti nei padiglioni e sulla retina. Ci sono, ma non si vedono.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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