Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica
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Quest’anno si è inaugurata nella storica sala del cinema Odeon di Firenze la prima edizione de Lo schermo dell’arte come progetto indipendente, programma internazionale di film sulle arti contemporanee, a cura di Silvia Lucchesi, e parte della rassegna ‘50 giorni di cinema internazionale a Firenze’, organizzata dalla Mediateca Regionale Toscana Film Commission in collaborazione con la Regione Toscana e il Comune di Firenze. Nell’ambito della rassegna si è imposto in maniera significativa il film dell’artista e regista austriaco Jörg Burger (Vienna, 1961), dedicato alla città siciliana Gibellina, distrutta da un terremoto nel 1968 e ricostruita qualche anno dopo, a 18 Km dal sito originario. Sulle ceneri della vecchia Gibellina, Alberto Burri aveva realizzato negli anni settanta un gigante e simbolico cretto, per ricordare lo spazio urbano della cittadina distrutta. Proprio gli interventi di altri artisti contemporanei (Pietro Consagra, Ludovico Quaroni, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Rotella, Fausto Melotti, Nanda Vigo, Mimmo Paladino) furono al centro della ricostruzione della Nuova Gibellina, alla quale si voleva fornire, attraverso la presenza dell’arte contemporanea, una nuova identità e una memoria condivisibile che potesse in qualche modo sopperire alla distruzione della storia e del passato della città. Quale migliore strumento dell’arte contemporanea per accendere un messaggio di speranza nel futuro e per proporre un rinnovamento agli abitanti di quella parte della Sicilia, abituati a confrontarsi con il potere corrotto della politica e della mafia? Verrebbe da pensare che Gibellina Nuova, nata sotto l’auspicio di un’utopica visione che la voleva grande città-museo, sia una città rinnovata, vitale.
Burger ci mostra con sensibile sobrietà come sia accaduto esattamente il contrario: quella che doveva essere una città utopica si è trasformata in una città spettrale, con un’architettura inospitale e scadente e con crescenti problemi economici e sociali. Una città disabitata insomma, senza prospettive di sviluppo per il futuro e ricolma di opere d’arte che cadono a pezzi. Burger riflette tramite Gibellina sul lato paradossale dell’età moderna, giocando con il grottesco contrasto che si crea tra le innumerevoli sculture che dominano lo spazio condiviso della città e la progressiva sparizione della città stessa, ad onta della diminuzione della popolazione e dei suoi gravi problemi. Attraverso il confronto tra le opinioni degli abitanti e gli scenari deserti del paesaggio e delle opere, il regista ci accompagna nella presa di coscienza del fallimento di questa utopia. Il film lascia intendere come non sia possibile imporre dall’alto una nuova storia, una nuova memoria, una nuova visione del mondo, ma come soltanto assecondando il flusso della vita si possano ottenere reali rinnovamenti, come soltanto creando solide basi economiche e sociali si possa mettere in moto una città e alimentarne le espressioni artistiche e culturali. Per questo, lungi dal descrivere Gibellina come una città d’arte contemporanea, la macchina da presa la presenta al contrario come una città musealizzata, senza futuro.