giovedì, Settembre 16, 2021

About Endlessness di Roy Andersson – Venezia 76, Concorso: recensione

Sinossi: Una riflessione sulla vita umana in tutta la sua bellezza e crudeltà, splendore e banalità. Vaghiamo, come in un sogno, guidati soavemente da un narratore alla Schererazade. Momenti casuali assumono la stessa importanza di eventi storici. Ode e lamento, About endlessness presenta un caleidoscopio di tutto ciò che è eternamente umano, una storia infinita sulla vulnerabilità dell’esistenza

Non potendo adattare alla configurazione visiva le caratteristiche spazio-temporali dell’infinito, per raccontare la perpetuità della vita – intesa come inarrestabilità dell’energia cinetica che si trasforma e si flette in altro per perpetrarsi o come ricorsività degli stessi comportamenti umani – il regista Roy Andersson articola la sua dimostrazione per inverso. Non si cura dell’irrappresentabilità di una nozione virtuale, propone un infinito compreso grazie alla riduzione del mondo rappresentabile a particelle, unità minime esemplificative: seleziona quindi le tracce della perpetuità e le taglia, le seziona, le determina, le costringe a un’apparente finitudine che non soffre mai della negazione determinante e invece si fa sunto sinottico. Abbandona quindi in partenza il tentativo infruttuoso di rappresentare la circolarità delle esperienze umane tramite la geometria e accoglie invece l’idea di poterlo fare attraverso il microscopico e rallentato dettaglio; stressa la messa in scena con un controllo sull’immagine minuzioso – e forte di richiami pittorici – al punto da eliminare ogni forma di spontaneità che non sia quella del ragionamento: minimalizza cioè l’apparato scenico ai massimi termini costruendo modellini che rispondono perfettamente alle sue idee e che contengono un solo gesto, un solo dettaglio, una costruzione di senso magari nascosta che motiva l’esistenza della scena e allo stesso tempo la compromette. Quello che ne risulta è un catalogo di momenti in cui è possibile riscontrare la tendenza ripetitiva dell’umano e riconoscere la perpetuità del suo respiro. Il discorso teorico di Andersson però non si esaurisce a una proposta di testimonianza visiva, a un’attestazione, si sublima invece e si completa in una riflessione scopica. L’utilizzo di una voce over che presenta alcune scene è motivato dalle parole “ho visto”, come se solo vedendo le azioni si creasse la perpetuità delle stesse. Con questa suggestione il regista alza il livello della sua interpretazione visuale fino a una domanda cardine: quando non ci sarà più nessuno a guardare il mondo ci sarà ancora in eterno? Se non si aprono gli occhi si mette in dubbio l’eternità.

Leonardo Strano
Primo Classificato al Premio "Alberto Farassino, scrivere di Cinema", secondo al premio "Adelio Ferrero Cinema e Critica" Leonardo Strano scrive per indie-eye approfondimenti di Cinema e semiotica. Ha collaborato anche con Ondacinema, Point Blank, Taxidrivers, Filmidee, Il Cittadino di Monza e Brianza

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