Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Secondo film in concorso a Pesaro 52, The ocean of Helena Lee trae spunto dalla vicenda autobiografica del regista, la morte della madre, per un piccolo racconto di formazione che purtroppo manca di solida ossatura narrativa. 

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Girare al femminile la storia vera della sua vita di ragazzo orfano di madre è stata una scelta che Jim Akin ha motivato nel messaggio inviato al pubblico di Pesaro52, Nuovo Cinema. Premio Lino Micciché, raccolto per la prima proiezione europea del suo film. Sintesi del messaggio: “Le donne sono più brave di noi uomini”.
Con una po’ di generalizzazione e considerato il fatto che raccontare l’elaborazione di un lutto mettendo in scena una ragazzina che ha molte carte per piacere non è cosa poi così straordinaria, tutto il merito del film va infatti a lei, la giovanissima Moriah Blonnam, incontaminata dal divismo e naturale nella recitazione.
In una spiaggia della California del sud, Venice beach, abbastanza convenzionale e oleografica con le sue onde da surf, la sabbia finissima a perdita d’occhio, le palme e lo jogging ad ogni ora, la giovane libellula nuota nella placenta surrogata delle onde dell’Oceano, che l’avvolgono facendo ala alla sua solitudine. La mdp pedina costantemente il vagare solitario nel soffice biancore di un arenile che si estende a perdita d’occhio, a carpire lo streamofconsciousness di Helena, pensieri in libertà che pian piano ci svelano il suo piccolo animo sconvolto da tanta perdita.
C’è un padre, affettuoso quanto basta, che si fa accettare dalla figlia, meno da noi, nel suo giovanilismo alternativo, ma resta una maschera tratteggiata in velocità, come a riempire un vuoto nel quadro.
La madre morta, non si saprà mai come nè perchè, ma non importa, si sa che l’elaborazione di un lutto passa dalla rimozione, appare di tanto in tanto per parlare alla figlia velata come Alcesti di ritorno dall’Ade.
Materializzazioni del desiderio, emersioni dell’inconscio, dodici anni vissuti tra brevi incontri con l’amica del cuore a far cose consuete (luna park, camminate mano nella mano, baci e abbracci senza parole), corse solitarie sulla spiaggia, nuotate e chiacchierate con le “amiche “ del padre che intanto contano gli introiti di lavoratrici nello streap tease club dove lui suona la batteria, la piccola Helena ha assolutamente bisogno di uno spazio mentale in cui crescere a misura dei suoi slanci, dei suoi bisogni e della sua età.
Si sta avviando infatti in maniera preoccupante (cosa che capiamo dallo streamofconsciousness di cui sopra) verso una forma di disincanto che si traduce in pensieri venati di triste distacco dalle cose.
La madre la incoraggia a far crescere il suo piccolo cuore, le dice di essere sempre con lei nelle onde del mare, nell’aria, nel sole, più o meno dappertutto, e la piccola Helena, in finale, sembra che abbia recepito il messaggio. Comunica infatti alla platea rincuorata che il suo piccolo cuore crescerà e le immagini potranno così sfumare su questo messaggio positivo.
Bella musica diegetica, composta dalla moglie del regista, Maria McKee, attrice nella parte del velato fantasma materno, uno script in trascrizione postmoderna, adatta al consumo di nuove educande, di quei bei diari di adolescenti inquiete di cui pullulava il mondo qualche decennio fa, The ocean of Helena Lee si distingue per una leggerezza così totale nel trattare temi così devastanti che, dopo il primo quarto d’ora, si ha la sensazione che non si andrà da nessuna parte.
Restano 73 minuti di conferme.

Paola Di Giuseppe

Jim Akin
Concorso Pesaro52 Nuovo Cinema. Premio Lino Micciché The ocean of Helena Lee
USA - 2015

Con Sara Noah, Moriah Blonnam, Tom Dunne, Anne Elisabeth, Maria McKee
Durata 88 min
Formato audio inglese