Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Stuart Gordon torna a collaborare con l'amico David Mamet e realizza uno splendido film dopo il sottovalutato "King of the Ants": Edmond, fuori concorso a Venezia 62 

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La presenza Mametiana è una premessa sconcertante per lo zoccolo duro dei sacerdoti del culto Gordon, dediti alla ricerca di radici Lovecraftiane distillate al 100% in ogni sua nuova uscita. Eppure, per chi ha visto il precedente film del regista americano, il sottovalutato King of the ants, Edmond non può non esser considerato come la naturale evoluzione del suo cinema, Mamet incluso, che per inciso con il nostro aveva collaborato sin dai tempi dell’Organic Theater Company, nei primi anni settanta. Una discesa a spirale nell’orrore mentale e nella sua progressiva trasmissione attaverso gli oggetti, i gesti e una casualità tutta Ulmeriana (penso a Murder is My Beat e a Strange Illusion) nell’annegare un individuo in un bagno di segni, icone, specchi e premonizioni è il movimento inesorabile di tutti e due i film; ma mentre King of the Ants cercava ancora l’idea di mutazione nel simulacro dell’incubo e nel corpo violentato di Chris McKenna accentuando la visibilità delle ecchimosi, quì è sufficiente la performance subliminale e sublime di William H. Macy per costruire un film su coordinate certamente Mametiane (l’inferno sotterraneo di Homicide) ma genuinamente a là Gordon.

La scorciatoia splatter è storia vecchia, Edmond è un piccolo film da camera realizzato entro i margini di un set claustrofobico con i mezzi funzionali, ma del tutto apparenti, di un certo didascalismo verbale. La parola è il solito trucco Mametiano che allontana dalla conoscenza; non è assolutamente connotativa, casomai un’architettura di arguto nonsense che funziona da deriva per l’immagine opaca di Gordon; superficie dura, agghiacciante, spietata, capace della stessa ricchezza di senso di un film come Spider di David Cronemberg; l’irrappresentabilità della follia.

William H. Macy si separa bruscamente dalla moglie e intraprende la sua discesa geometrica nelle trappole del vizio. La sua incapacità di stare al gioco è un tentativo di riconfigurazione delle regole sociali in un modo molto simile alla violenza cieca filmata da John McNaughton nel bellissimo “The Borrower” (da noi, il Tagliatore di Teste). Nel film di McNaughton l’alieno serial Killer produce immagini di orrore e violenza dipingendo sangue su uno sfondo urbano iperrealista; Edmond di Mamet/Gordon al contrario appiattisce i corpi cancellando gli sfondi e si concentra su oggetti, gesti, tracce materiali sospese nel vuoto della mente. Quando Bokeem Woodbine, il compagno di cella di Edmond, chiede di succhiarglielo, la camera spinge William H. Macy verso un angolo della cella e lo cattura in una soggettiva crudele dominata dagli occhi azzurri e pieni di terrore di Edmond in un’immagine opaca e terribile.

Su Edmond, in conferenza stampa a Venezia 62, si è puntato al solito sui danni del liberismo, si è chiesto a Gordon cosa pensasse di Bush, si sono imbastiti i consueti dettagli da cronaca di colore, e cuciti gli equilibrismi dei soliti critici per metà intelligenti che hanno amato il Clooney di Good Night and Good Luck e che non fanno distinzione tra il testo e l’immagine (JLG)

Michele Faggi