mercoledì, Ottobre 21, 2020

El prófugo di Natalia Meta – Berlinale 70 – Concorso: recensione

Reinterpretare El mal menor può considerarsi per Natalia Meta, attiva anche nel mondo editoriale, una scelta naturale visto che già con la sua opera prima, Muerte en Buenos Aires (2014), la regista e autrice si era cimentata col genere thriller in maniera abbastanza originale, ottenendo un buon riscontro da parte della critica in terra patria. In più la storia raccontata dal romanzo si presta bene a indagare una tematica che a Meta è molto cara: quella del desiderio femminile e del modo in cui esso è percepito e accettato in quanto tale dalle donne oggi. L’autrice afferma a riguardo: “Il film esplora il mistero del desiderio femminile, che si materializza nei sogni della protagonista e che però lei reprime, confondendolo con i sintomi di una malattia.

In El mal menor e conseguentemente in El prófugo, la realtà è formata da tre dimensioni: quella della veglia, abitata dagli esseri umani; quella dei sogni dove vivono per l’appunto i sogni; e infine, una terza dimensione che funge da frontiera tra le prime due. Occasionalmente si apre una falla nella dimensione di frontiera e da questa giungono nel mondo della veglia abitanti del mondo dei sogni, i cosiddetti intrusi. Su questo sfondo narrativo si ambienta la storia di Inés (Érica Rivas, Wild Tales, 2014), di mestiere doppiatrice e membro di un coro di Buenos Aires.  Tutto ha inizio allorché la donna si reca in vacanza col nuovo fidanzato Leopoldo (Daniel Hendler, già vincitore del premio come migliore attore alla 54a Berlinale, nel 2004, con il film Lost Embrace). Le cose tra i due non vanno bene: Leopoldo non è certo che Inés lo ami ed è ossessionato dal timore che la compagna abbia sogni erotici con un altro uomo, arrivando a tormentare la donna con veri e propri interrogatori. Inés, da parte sua, si sente soffocata dalla gelosia e dalle eccessive premure del fidanzato, che prendono sempre di più i tratti della violenza psicologica; vorrebbe semplicemente essere lasciata in pace.  Una notte la situazione tra i due precipita e il mattino dopo Leopoldo viene trovato senza vita nella swimming pool dell’hotel. Da quel punto in avanti inizierà per Inés un viaggio in bilico tra sogno e realtà, in cui il confine tra questi due mondi diverrà sempre più labile, fino ad annullarsi.

La mia pellicola nasce dall’idea che i sogni hanno la stessa importanza del mondo che viviamo in stato di veglia e che alcuni di essi possono materializzarsi nel mondo reale”, dice Natalia Meta a riguardo. Questa idea di valicare i confini si traspone a livello narrativo e filmico in un altalenarsi di elementi propri dell’horror, della commedia grottesca e del dramma psicologico. In questo carosello di piani sintattico-semantici che in alcuni momenti si negano e in altri si amplificano vicendevolmente, tornano spesso alla mente Blow Out (1981), di Brian De Palma, Possession (1981) di Andrzej Żuławski e Berberian Sound Studio (2012), di Peter Strickland.

L’ottima direzione della fotografia sottolinea questo continuo oscillare tra i generi e va a merito di Bárbara Álvarez, direttrice della fotografia argentina di origini uruguayane, già presente alla Berlinale con O Ensaio (2019) e Que Horas Ela Volta? (2015).

Anche la colonna sonora si distingue per l’interessante contributo del giovane compositore Luciano Azzigotti e per le scelte coraggiose di Guido Berenblum, veterano del sound design a cui è affidato in gran parte il compito di creare atmosfere e momenti di suspence.

In generale, El prófugo è un intelligente esercizio autoriale che sa coinvolgere e intrattenere, regalando allo spettatore alcuni bei momenti. Peccato che manchi il coraggio di spingere al limite il gioco di attraversamenti su cui il film si basa e che il tutto si concluda con un finale che impone una chiave di lettura banale e troppo ostentata

Christian Del Monte
Christian Del Monte
Christian Del Monte (Matera, 1975) è scrittore e fotografo. Sue passioni: cinema, linguaggi visivi, storiografia, caos

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