sabato, Aprile 13, 2024

Filmstunde_23 di Edgar Reisz: recensione, Berlinale 74

Travestito da nostalgia, l’addio di Reitz al cinema è uno straordinario atto politico.

Edgar Reitz non ha bisogno di presentazioni, o forse sì. Cofirmatario dello storico manifesto di Oberhausen del 1962 insieme – tra gli altri – ad Alexander Kluge e Peter Schamoni, autore della colossale opera Heimat (1980-2013), il regista novantenne ha ricevuto quest’anno la Berlinale Camera, una sorta di Oscar alla carriera in ambito tedesco. Meritatissimo, perché poche personalità vantano la coerenza e la dedizione al medium di Reitz.

Peccato che non pubblichi con la frequenza di Kluge, che non abbia Oscar veri in saccoccia come Schlöndorff né sappia mantenersi “rilevante”, come si dice al giorno d’oggi, al pari di Wenders.

A Herzog, l’unico altro regista vivente capace di tenergli testa, regalò dieci anni fa il ruolo di Alexander von Humboldt in Die andere Heimat, romantico prequel – nel senso storico del termine – di quel magma di cinema e televisione, finzione e documento che è Heimat, forse l’unico titolo in lingua tedesca di cui si parlerà ancora tra cinquant’anni.

Con Filmstunde_23, Reitz si accomiata in maniera evidente, un gesto pericoloso che riesce a pochi (vedi Agnes Varda), e lo fa ripescando un suo documentario del 1968. Filmstunde lo vedeva giovane e un po’ ingessato alle prese con una classe di 26 ragazze in quel di Monaco di Baviera, alle quali tra maggio e giugno insegnò come si fa un film(ino). Prima lezioni frontali insieme al direttore della fotografia Thomas Mauch poi, armate di cinepresa Nizo, le alunne ideano, inscenano, girano e montano. Molti di questi corti ricompaiono in Filmstunde_23, anzi i quarantacinque minuti del vecchio documentario ci sono quasi tutti, ma a fungere da malta è la reunion, dopo 55 anni, tra Reitz e la classe.

Cinematograficamente parlando, questo canto del cigno rasenta il grado zero ed è chiaro che dietro la macchina da presa c’è più Adolph che Reitz. Altrettanto chiaro è l’intento di fornire una cornicetta moderna, e un minutaggio più spendibile, a un documentario valido ancora oggi, che con le sue ventisei voci femminili non aspettava altro che venire riscoperto.

Filmstunde (1968) è un gioiello, e a prescindere dalle citazioni da Béla Balázs o Chris Marker, peraltro ben accette e integrate nel nuovo film, lancia benissimo il suo messaggio, cioè che l’alfabetizzazione audiovisiva andrebbe insegnata a scuola.

Ma quel che Edgar Reitz ci dice nel 2023, giustificando l’esistenza di questo codicillo documentario, ha un inatteso portato politico. Non solo, come dice Marker, è impensabile immaginarsi come fossero i ricordi prima del cinema, quindi il grande schermo come prospettiva, struttura che irride la finitezza. Ma anche, e soprattutto, riprendendo un’idea che all’epoca sarà sembrata non a caso sessantottina, il cinema dovrebbe essere di casa a scuola, e a occuparsene dovrebbe essere proprio chi i film li fa, che come spesso accade ai lavoratori dello spettacolo si ritrova con lunghi periodi di iato anche economico tra un progetto e l’altro.

Più di sessant’anni fa, Reitz & Co. mollarono un ceffone epocale al “cinema di papà”, un gesto politico sulla scia della Nouvelle Vague che preparò la strada, fino alla morte di Fassbinder, a una stagione irripetibile di film targati BRD.

Oggi, nel 2024, sono in pochi a cogliere ancora il legame virtuoso tra cinema e politica. Ken Loach ci ha detto addio con The Old Oak. Edgar Reitz lo fa circondato da ventisei filmini in super-8 girati dalle tredicenni del Luisengymnasium.

Subject: Filmmaking di Edgar Reisz (Filmstunde_23 – Germania 2024 – 89 min)
Interpreti: Anette Liersch, Angelika Spitzenberger, Beate Hannig-Grethlein, Elisabeth Dreyssig, Elisabeth Glocker, Elisabeth Penzel, Friederike Weichenhan, Gabriele Fingerle, Gertraud Lochner, Gloria Kraemer, Henriette Pascoe, Ingrid Lämke-Schmidt, Luise von Kamptz, Luitgard Hegele, Nora Sobol, Ulrike Mari, Dr Magdalena Boettcher, and the students – Beatrix Bachmann,
Edeltraud Bauer, Gabriele Scheibe, Gerlinde Hartlmaier, Helene Meier, Hildegard Sedlmaier, Monika Fackler, Monika Miefanger, Ruth Kühnel, Ulrike Weyse, Ursula Hegen
Fotografia: Thomas Mauch, Dedo Weigert (1968), Daniel Schönauer, Markus Schindler, Mathias Reitz Zausinger
Montaggio: Jörg Adolph, Anja Pohl

Simone Aglan-Buttazzi
Simone Aglan-Buttazzi
Simone Aglan-Buttazzi è nato a Bologna nel 1976. Vive in Germania. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dal tedesco e dall'inglese). Studia polonistica alla Humboldt. Ha un blog intitolato Orecchie trovate nei prati

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