mercoledì, Ottobre 27, 2021

Gloria Mundi di Robert Guédiguian – Venezia 76, Concorso: la recensione

Sinossi: A Marsiglia, una famiglia si riunisce per la nascita della piccola Gloria. Ma nonostante la gioia, i genitori stanno passando momenti difficili. Mentre provano a sbarcare il lunario, si mettono nuovamente in contatto con il nonno di Gloria, ex detenuto.

La scena iniziale di Gloria Mundi sussurra con lirismo sommesso che solo una nascita può salvare il mondo. Il mondo è in questo caso, ancora per Guèdiguian e il suo cast feticcio, l’incastro di confronti dolorosi tra esponenti della realtà lavoratrice, appartenenti a una stessa famiglia di Marsiglia affossata dalla precarietà e dalla disoccupazione, dai tradimenti e dalla sfortuna.

Il regista amplifica qualsiasi forma di dolore possibile, non concede alcun sollievo comico e analizza le fluttuazioni sopra al baratro di qualche grado di separazione domestico pronto a implodere: il tutto per sottolineare l’assenza di solidarietà interpersonale nella sfera sociale che più dovrebbe possederne.

Inserisce poi un altro fattore esterno, dopo la nascita iniziale, alla vicenda già scritta della famiglia, una scarcerazione; ridimensiona tutto da un’altra prospettiva di senso, congruente e allo stesso tempo opposta a quella generata dal parto iniziale di uno dei personaggi: il personaggio scarcerato è il termine ultimo di un’equazione costruita con la malinconia disillusa e la passionalità guerrigliera, sopita di una poesia breve, ma anche incompiuta e disordinata.

Il termine del racconto, pur costituendo una perfetta epigrafe, è compresso infatti dalla combinazione di intensificazione dell’intreccio e improvvisa soppressione dello stesso, e quindi prorompe solo a metà della sua potenza semantica.

L’inizio, in cui il mondo gioiva di una nascita che poteva essere salvezza, si sviluppa quindi in un racconto disorientato dalla propria enfasi e infine si schianta nella meccanica infinita di un sacrificio speso per necessità. Così, anche se parzialmente auto sabotata, la narrazione segna il transito della speranza e la natura immobile, sempre presente e quindi mai mutata, della sofferenza.

Leonardo Strano
Primo Classificato al Premio "Alberto Farassino, scrivere di Cinema", secondo al premio "Adelio Ferrero Cinema e Critica" Leonardo Strano scrive per indie-eye approfondimenti di Cinema e semiotica. Ha collaborato anche con Ondacinema, Point Blank, Taxidrivers, Filmidee, Il Cittadino di Monza e Brianza

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