domenica, Settembre 19, 2021

Is The Man Who Is Tall Happy? di Michel Gondry: Berlinale 64 – Panorama Dokumente

Cos’ha fatto Michel Gondry per due anni e passa, nei ritagli di tempo della lavorazione di The Green Hornet e La schiuma dei giorni? È presto detto: passava le serate ad animare col pennarello le sue conversazioni con Noam Chomsky. Il progetto di questo documentario solo all’apparenza strampalato nacque quasi per caso, e si è protratto per molto tempo a mo’ di svago di lusso per il regista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, che a un dato momento ha deciso di accelerarne la lavorazione per il timore – esplicitato nel film: scritto in inglese a penna e letto con un pesantissimo accento gallico – che Noam morisse. Noam nel frattempo non è morto, il documentario gli è piaciuto e a detta di Gondry l’ha visto tre volte invitando nipotini, parenti e amici.

 A partire dal 2010, Gondry ha fatto regolarmente visita al linguista statunitense, armato di carta, penna, audioregistratore e cinepresa Bolex 16 mm. Lo ha intervistato più o meno a braccio, e tra una sessione e l’altra ha tradotto in immagini – disegnate a mano, con pennarelli fosforescenti – le amene chiacchierate col teorico della grammatica generativa. Immagini che molto spesso hanno funzionato meglio delle parole per pungolare il pensatore e fargli capire di aver capito. Quanto a Chomsky in carne e ossa, appare ogni tanto nella selva di disegnetti, accompagnato dal chiasso meccanico della Bolex riportata in vita.

Chi si aspetta un documentario organico e militante, che descriva per filo e per segno teorie e modus vivendi dell’anarchico Chomsky, resterà deluso. Il film è altro: intuitivo, raffazzonato (solo in superficie) e tenero come le migliori pagine cinematografiche di Gondry, ma anche limpido quando lascia parlare il filosofo e si limita a trasformare, con una letteralità spiazzante, i suoi concetti in linee colorate. Nell’affrontare un campo sterminato come quello del pensiero chomskiano, il candore di Michel Gondry è perfetto per mettere lo spettatore a proprio agio e neutralizzare la patina seriosa di alcuni concetti accademici a colpi d’immaginario infantile, da quadernetto delle elementari. E quando il regista ha l’impudenza di porre anche domande personali, ad esempio sulla moglie di Chomsky passata a miglior vita, all’imbarazzo e alla reticenza del professore si accompagna una sequenza di disegni che ricorda il finale de L’arte del sogno (2006). Al che si ha la netta impressione che a unire regista e intervistato sia la rara capacità di porsi domande che nessuno si era mai posto prima, oltre alla volontà pazzerella di smontare l’astratto, ravanare nell’impensabile, restare fedele ai sogni.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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