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A me non interessa che Borg frequentasse le discoteche e che McEnroe andasse a dormire con il pigiama a righe, mi interessa come erano in campo tutti e due. L’idea di un attore (Shia LaBeouf) che di per sé non gioca a tennis nei panni di un genio della gestualità del tennis non mi dà minimamente la voglia di vederlo.  John McEnroe: In The Realm of Perfection di Julien Faraut, in concorso al Pesaro Film Festival e acquistato da Wanted Cinema per la distribuzione nelle sale italiane. L'incontro con l'autore  

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Per il grande pubblico il film di finzione resta la proposta più consueta nel cinema, a un livello più basso c’è il documentario. Negli ultimi venti o trent’anni questo è potuto fiorire grazie al cinema etnografico, che riveste uno statuto di nobiltà in quanto ha a che vedere con problematiche sociali e politiche”, esordisce così in sala a Pesaro Julien Faraut, regista francese che ha scelto di accompagnare personalmente il suo “John McEnroe: In The Realm Of Perfection” alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, in concorso.
Un gradino sotto la nobiltà del cinema etnografico c’è il documentario d’archivio, che affronta spesso tematiche molto serie, eventi storici, politici; il documentario d’archivio sulla pratica sportiva si colloca sicuramente un gradino ancora più in basso. Siate certi di stare comodi, perché vedrete un documentario d’archivio di sport”, continua scherzando.
Il documentario solitamente è praticato in televisione, il mezzo ne giustifica spesso un livello di creatività e innovazione inferiore rispetto al documentario cinematografico. Io ho voluto fare un lavoro diverso, il fatto che il film sia stato accolto alla Mostra testimonia che forse non è stato vano. Trovare un produttore è stato arduo, il fatto che il mio film non fosse formattato faceva sì che venisse visto come una specie di ufo, ci sono voluti due anni prima che mi sostenesse una casa di produzione che non a caso di chiama Ufo.”

Uno degli aspetti più interessanti nel tuo film riguarda proprio l’utilizzo dei materiali d’archivio: il concetto stesso di materiale d’archivio sembra essere smentito. Laddove nel documentario sportivo si fa di solito ricorso al repertorio di immagini per confermare un concetto già esistente, qui in modo quasi opposto si ha l’impressione che la visione arrivi piuttosto che essere già lì.

Credo che l’originalità di questo lavoro sia nel modo in cui è stato sviluppato. Naturalmente quando si fa un documentario d’archivio spesso la voglia di realizzarlo ha a che fare con il soggetto che si vuole trattare, a quel punto seguendo il desiderio di approfondire certe tematiche si vanno a cercare i materiali a supporto. Io ho proceduto in modo diverso: mi è capitato di trovare dei materiali inediti e mi sono messo a seguirli, ero al loro servizio un po’ come uno scultore che decide di scolpire la sua opera in base a ciò che ha a disposizione. Nel montaggio ha quindi prevalso proprio l’immagine. La voce narrante fuori campo, così come lo spettatore, seguono il percorso che io, attraverso di essa, ho scelto di tracciare

In che modo hai trovato queste immagini e come ti è venuta l’idea di lavorare su di esse in questo senso?

Lavoro all’Insep, l’Istituto Nazionale dello Sport, che ha una sua cineteca specializzata in materiali che riguardano la pratica sportiva, tutti assolutamente inediti ma a disposizione delle federazioni.
Si deve sapere che la nascita del cinema in Francia ha molto a che vedere con lo sport, esiste tutta una branca del cinema delle origini dedicato agli studi sul movimento a scopo terapeutico. E’ il cosiddetto “cinema d’istruzione” su cui credo non sia mai stata scritta nemmeno una parola perché veramente non interessa a nessuno.
Ho trovato scatole e scatole di rushes, scarti che riguardano il prima e il dopo di tutti i film realizzati sulle pratiche sportive. Presentavano inquadrature e tagli particolari che mi hanno affascinato. Ho cominciato a vedere tutto alla moviola, ed è stato lì che ho avuto un vero e proprio shock, che si è accesa la scintilla che ha portato al mio film: queste immagini aprivano una visione completamente nuova su un evento che ciascuno di noi ha visto decine di volte (la finale del Roland Garros del 1984, McEnroe VS Lendl). E’ stato come riscoprirlo attraverso un altro prisma, le nuove prospettive che mi si presentavano davanti creavano in me un profondo senso di ambiguità e straniamento. Ho cominciato a intravedere in questo materiale la storia che volevo raccontare.

Il cinema può mentire, lo sport no. Fu Jean-Luc Godard ad affermarlo in un’intervista rilasciata nel 2001 a L’Équipe, quotidiano sportivo francese. Faraut lo ricorda pertinente, diretto e sincero, diversamente da quanto non fosse il più delle volte nel parlare fumosamente di cinema. La citazione ricorre nel film più e più volte, mai più vera come nel caso del documentario, che spesso si pretende, o comunque viene ritenuto, obiettivo calco della realtà. “E’ una menzogna, la verità viene ricostruita secondo lo sguardo dell’autore”, ribadisce il regista. “Per quanto riguarda lo sport, è evidente che il momento della competizione è il momento della verità”. Le immagini mostrano un McEnroe ambiguo, genio e sgregolatezza, vulcano sempre sul punto di esplodere. Al di là del mito, è però chiaro che non interpretasse un personaggio.
Faraut spiega: “da parte mia c’è stato un tentativo di riabilitazione, di fornire una chiave per tentare di comprendere meglio questo atleta all’opera […]. Ho passato tre anni in sua compagnia al tavolo di lavoro, sono andato a riguardare anche le pubblicità che ha interpretato: cercatele, capirete che è un pessimo attore, pensa di recitare se stesso andando a comporre un ruolo che però non è il suo. Uno psicologo clinico che segue gli atleti nei momenti di grande pressione emotiva mi ha spiegato che McEnroe era un perfezionista a livello patologico, che viveva in uno stato di perenne insoddisfazione, sempre infelice, circondato da un mondo imperfetto. Le sue esternazioni violente, impossibili da controllare, derivavano da questo.”

C’è un’altra grande finale persa da McEnroe, quella del 1980 al Torneo di Wimbledon contro Björn Borg. Non ritieni folle la scelta di girare quella partita (il riferimento è al Borg McEnroe di Janus Metz, uscito nel 2017) senza riprocessare le immagini?

Non ho avuto il coraggio di andare a vedere il film di Metz perché ero immerso nel mio progetto che partiva da un presupposto completamente diverso: tentare di estrapolare la realtà da una finzione creata attorno al personaggio, riportare l’attenzione sull’atleta. Ne ho seguito le vicende di produzione e mi è bastato per capire che Borg McEnroe sarebbe andato verso una direzione opposta. A me non interessa che Borg frequentasse le discoteche e che McEnroe andasse a dormire con il pigiama a righe, mi interessa come erano in campo tutti e due. L’idea di un attore (Shia LaBeouf) che di per sé non gioca a tennis nei panni di un genio della gestualità del tennis non mi dà minimamente la voglia di vederlo.  

Come lui devono averla pensata i francesi che hanno disertato le sale, mentre l’Italia è stata curiosamente il paese in cui il film di Metz ha incassato di più.

(N.d.r. Grazie anche alla temibile promozione di Andrea Scanzi che ha definito il film come uno dei migliori film di sport mai girati)

Forse c’è una ragione in questo, almeno io ce l’ho vista. McEnroe racconta nella sua autobiografia di aver ritrovato proprio in Italia la voglia di ricominciare, di essere riuscito qui a riprendersi un minimo dalla sua disfatta. Probabilmente il successo cinematografico del film di Metz dipende da questo legame. Sono però io a chiedere a voi se è così.”

JohnMcEnroe: In The Realm of Perfection è stato acquistato da Wanted Cinema e verrà  distribuito anche nelle sale italiane.


 

Veronica Canalini

Veronica Canalini

Veronica Canalini studia Lettere moderne e contemporanee, Scrive di cinema e letteratura, coltiva interesse per l'arte tutta.