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Si chiude con il focus sulla carriera di Beatrice Pucci la rassegna Corti in Mostra al festival pesarese che l’ha “scoperta” nel 2001, ospitandola in seguito più volte. L'incontro con l'autrice a cura di Veronica Canalini 

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 Presente in sala, Beatrice Pucci ha sostenuto un confronto con il curatore della sezione Pierpaolo Loffreda, dapprima suo maestro, ora collega all’Accademia di Belle Arti di Urbino, ragionando sulla prassi del mestiere, sulla propria originalissima poetica che procede dalla stop-motion, sui valori culturali che la ispirano.

La caratteristica più importante di un autore è quella di riflettere sui propri statuti linguistici per eventualmente mutarli, come tu stai facendo.

Ho scoperto di voler fare stop-motion proprio in questa sala, vent’anni fa. Frequentavo la Scuola del Libro di Urbino, avevo sempre disegnato dall’età di quattordici anni, privatamente però costruivo anche dei set. Qui ho visto per la prima volta un film dei fratelli Quay. Non sapevo ci fosse la possibilità di unire le due cose. Ci tenevo a dirlo semplicemente per sottolineare che i festival come questo sono importanti, possono generare storie d’amore come la mia. Ho saputo di voler lavorare con i puppet in quel 1998, da lì in avanti ho intrapreso una strada complicatissima. Ora è tutto più semplice, puoi avvalerti di tanti strumenti, per esempio cercare tutorial in rete su come costruire le cose. Io ho iniziato capendo quello che dovevo fare sbagliando, gli errori sono stati la base fondamentale della mia ricerca. Vedendo i pupazzi del mio primo lavoro premiato a Pesaro, “Appunti per un film sulla vecchiaia di Pinocchio”, mi viene ora da ridere. Quei pupazzi erano fatti con un materiale che non funzionava, tutto non funzionava, io non sapevo come si riprendeva un film. Questo non saper fare le cose è diventato però la base fondamentale del mio lavoro, la ricerca non finisce mai.

Nel tuo ultimo progetto, Seraffino, hai lavorato in collaborazione con i detenuti di alcune carceri.

E’ stato un lavoro bellissimo, molto complicato emotivamente. Il carcere di Fossombrone ci ha chiesto se volessimo partecipare a un bando che prevedeva anche una parte video, abbiamo allora riflettuto sulla possibilità di creare una sorta di rete tra tutti gli istituti penitenziari delle Marche. Ho fatto questo lavoro con Marino Neri. E’ stato incredibile, quando mi hanno fatto questa proposta non ero mai stata in un carcere, non avevo idea di che cosa aspettarmi al di fuori di ciò che avevo visto al cinema. Incredibile è stata la cura con cui queste persone ci hanno accolti: è una cosa strana a pensarsi da fuori, che degli esseri umani possano regalarti così tanta bellezza. Non sappiamo che tipologia di persone ci sia realmente lì dentro, quello che ci dicevamo io e Marino quando uscivamo da lì era sempre “potevamo essere noi”, potevamo cioè essere noi se fossimo cresciuti in un contesto diverso, semplicemente in una famiglia diversa. Considerate che la maggior parte di quelle persone non sono scolarizzate: la vera rivoluzione, ancora una volta, può essere soltanto culturale.

L’autrice sottolinea poi: è vero che faccio molto del lavoro in solitaria, ma la stop-motion richiede anche un lavoro di équipe. E’ fondamentale relazionarsi con le persone, essere autore significa mantenere l’onestà intellettuale di aprirsi e confrontarsi sempre.

Tra i corti ripercorsi in rassegna, a partire dall’originalissima opera prima che esprime malinconicamente le angosce di un Pinocchio prossimo alla fine, anche un estratto animato realizzato per “Tutto parla di te di Alina Marazzi (2013) a proposito del quale la Pucci racconta: non ho sentito questo lavoro meno mio o incompleto, Alina mi ha lasciato in libertà di sperimentare, seguendo una linea guida molto aperta. Lavorare su commissione è molto gratificante in realtà, sei stimolato a fare delle cose a cui non avresti mai pensato. Qui per esempio utilizzo molto i colori perché ce n’era l’esigenza, è insolito per me ma credo che emerga comunque la mia poetica.
Passando attraverso “Vertigine” (2004), “Imago” (2008), “Soil is alive” (2015), di cui è presente in questi giorni un’installazione presso il Centro Arti Visive – Pescheria, si assiste al definirsi di un mondo onirico e ossessivo, animato da pupazzi dai tratti surreali sempre realizzati con materiali poveri. In rassegna anche il videoclip del 2017 creato per un brano musicale di Alessandro Fiori: “Ho paura”. E’ questo il caso di un’opera grafica bidimensionale: monocromie pulsanti seguono il ritmo della canzone, o piuttosto, preponderanti, lo dettano.

Ho Paura, il videoclip di Beatrice Pucci realizzato per Alessandro Fiori


 

Veronica Canalini

Veronica Canalini

Veronica Canalini studia Lettere moderne e contemporanee, Scrive di cinema e letteratura, coltiva interesse per l'arte tutta.