venerdì, Ottobre 22, 2021

Màcula di Giuseppe Spina e Leonardo Carrano, Lucca Film Festival 2019: Concorso Cortometraggi

Ciò che si vede e si sente in Màcula, corto di Giuseppe Spina e Leonardo Carrano, può stregare e interrogare al contempo. Secondo un correlativo oggettivo che prende direzioni molteplici e contradditorie, e trova nell’alterità delle riflessioni la libertà di trasformarsi a proprio piacimento in base alle scelte della visione, il filmato lascia l’impressione di una teoria dei colori e di un invito a immaginare per suggestioni: lampi trattenuti dalla densità liquida dello schermo suggeriscono la manifestazione di un fuoco congelato o le forme della rappresentazione di una stella che implode e improvvisamente si sgretola come un fiore pieno di inchiostro, afflosciato dal male.

Si sviluppano cerimonie visuali impossibili, apparentemente senza significato e sempre più intense, che però grazie alla loro controparte disegnata vengono risemantizzate: non perdendo la sublimità del linguaggio misterioso, ma acquisendo una nuova semantica.

Secondo una logica narrativa infatti si può rintracciare, nell’animazione in bianco e nero e nei tagli di luce mangiati dalle bruciature una drammaturgia sensata, una vertigine piena di contenuto esplicito, una storia dentro all’immagine, consumata dall’immagine stessa e trascinata in una parabola compiutamente organizzata.

Le luci seguono il movimento di una grazia che lentamente si esplica e si corrompe, secondo la legge di deformazione che tutto piega: la carne umana, le membra statuarie, le luci profetiche, le profezie terribili. La parte animata in bianco e nero conferma l’esistenza di questa forza: è l’autopsia condotta a voce alta (con i lamenti paurosi di Antonio Rezza) di un corpo che si strazia del mondo e della sua iniquità, della sua insensatezza; 

l’escatologia di un’insicurezza esistenziale tutta contemporanea, che vede nel mondo liquido il corpo come ultimo segno, ultima prova analogica del fallimento e della vittoria della notte (la morte a rate) su vivi che poi tanto vivi non sono.

Màcula nella prima lettura è quindi scheggia impazzita e nella seconda storia con un arco narrativo comprensibile. Questa divisione però non deve suggerire l’univocità dell’interpretazione, perché il corto nei suoi due differenti linguaggi ragiona in organica compostezza sull’estetica della ferita e sullo splendore collaterale dell’erosione, del collasso. Mentre i tatuaggi di luce si intersecano e la loro controparte in bianco e nero racconta la fine dell’uomo al di là dello schermo un nesso logico colpevolizza la parte animata per la cenere che improvvisamente elimina dallo schermo la brillantezza, facendo precipitare la meraviglia e la pace in un vortice maligno e malato.

Nasce però da questo male nuova forma, che trova nella ferita scavata nel bello intoccato un altro senso: l’epica di una disfatta infinita, esaltata da accordi (di Ennio Morricone) che se prima erano armonici ora si fanno distorti; la radiografia di un tumore in espansione che era in potenza e si rivela.

Quasi rammentando che sotto la pelle della bellezza un’architettura ignota sempre in silenzio è pronta a esplodere.

L’occasione per rivedere “Màcula” di Giuseppe Spina e Leonardo Carrano, programmato al Lucca Film Festival durante la giornata del 17 aprile è prevista per Domenica 21 alle ore 16:00, presso l’auditorium Vincenzo Da Massa Carrara di Lucca, in via S. Micheletto 2, dove sarà replicata l’intera selezione dei corti curata da Rachele Pollastrini per il festival. Per il programma complessivo dei corti è possibile consultare questo programma dettagliato

Leonardo Strano
Primo Classificato al Premio "Alberto Farassino, scrivere di Cinema", secondo al premio "Adelio Ferrero Cinema e Critica" Leonardo Strano scrive per indie-eye approfondimenti di Cinema e semiotica. Ha collaborato anche con Ondacinema, Point Blank, Taxidrivers, Filmidee, Il Cittadino di Monza e Brianza

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