giovedì, Settembre 16, 2021

Pokot (Spoor) di Agnieszka Holland – Berlino 67, Concorso: la recensione

Agnieszka Holland torna in patria e fa strage di cacciatori nella Polonia rurale. In concorso a Berlino 67, la recensione

Negli ultimi anni, Agnieszka Holland ha fatto molta televisione. E si vede. Peccato che questo suo ritorno in patria ricordi un’era televisiva molto precedente all’attuale golden age della serialità. E peccato che la libertà di un progetto finalmente personale non sbocci mai in una forma appassionata, convincente, sensuale com’è invece il romanzo da cui Pokot è tratto, pubblicato nel 2009 dalla talentuosa Olga Tokarczuk.

Il titolo originale del libro, “Drive your cart and your plow over the bones of the dead” (ovviamente in polacco, ma espunto dalla poesia “Proverbs of Hell” di William Blake) suggerisce un intrigo allegorico… al centro del quale si trova l’anziana signora Duszejko (Mandat), spirito libero immerso nella Polonia rurale al confine con la Repubblica Ceca. L’ambientazione provinciale garantisce paesaggi brumosi percorsi da cacciatori senza scrupoli, incluso un prete. I cacciatori iniziano a morire. E l’idillio si trasforma in intrigo.

Scandito dal calendario venatorio che spezza il film in tanti capitoli (episodi?) e spinge il tasto giusto per creare una favola nera, Pokot – che significa traccia – si vende bene. Bellissimi i due poster, che confermano l’antica arte polacca della cartellonistica cinematografica (la ricerca su google vale la candela). Valido il romanzo di partenza. Promettente la figura della protagonista, coetanea di Holland, un’insegnante d’inglese anarchica e animalista con la fissa dell’astrologia. Che s’improvvisa indagatrice.

I tasselli per una specie di ibrido tra “Top of the Lake” e “Scene di caccia in Bassa Baviera” ci sarebbero, così come qui e là Holland un’idea l’abbozza: insetti filmati con un misto di eros e affezione, oppure bocche riprese in primissimo piano mentre blaterano – una vecchia idea surrealista più volte usata da Jan Švankmajer. Purtroppo, in Pokot nulla di tutto ciò riesce a creare un meccanismo di suspense. Il film spara a salve.

Anche il tema centrale di stampo antispecista-protezionista è trattato con superficialità. E dire che il cinema polacco ci sta abituando a tutt’altro nerbo. Da un giovane Tomasz Wasilewski alle prese con un secondo film (“Płynące wieżowce”, ‘Grattacieli fluttuanti’, 2013) che per la prima volta nel suo Paese porta l’omosessualità al cinema in chiave moderna si può accettare una pellicola tecnicamente ineccepibile ma un po’ stereotipata, soprattutto quando l’opera terza, “Zjednoczone stany miłości”, fa faville. Da una regista di portata internazionale addirittura coadiuvata dalla figlia, un approccio pasticciato a temi ambientalisti e anticlericali nel 2017 è difficile da digerire.

Prodotto da Krzysztof Zanussi, Pokot è un ritorno a casa catodico e soporifero, capace al massimo di indignare i conservatori polacchi. Negli ultimi anni Agnieszka Holland ha fatto molta televisione, già. Compreso “House of Cards”. Un po’ di machiavellismo non sarebbe guastato per pepare questo filmetto rurale che ha tutta l’aria di un telefilm.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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