Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Straordinario debutto di Jan Sverak recuperato dalla Berlinale per la retrospettiva Future Imperfect 

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Gli ultimi film di Jan Sverák sembrano aver ritrovato la furia incendiaria degli esordi, seppur declinata entro la cornice del cinema per ragazzi. La sezione retrospettiva della Berlinale 67, intitolata Future Imperfect e curata da Rainer Rother, direttore artistico della Deutsche Kinemathek, ha proposto l’esordio del regista ceco, nel ricco programma che include classici della fantascienza internazionale, perle da riscoprire e titoli inconoscibili. Ropaci é un corto di una ventina di minuti realizzato da Sverák nel 1988 come saggio scolastico e gioca con il linguaggio del cinema documentario in un modo che ci ha ricordato il Peter Jackson di Forgotten Silver, ma anche il cinema di Neil Blomkamp, che ha davvero preso moltissimo da questo film giovanile di Svarek.
In una terra completamente devastata dall’inquinamento, i divoratori di petrolio sono strane creature che pochi hanno visto e che un gruppo di ricercatori decide di andare a studiare in loco.
Attratti da tutto ció che é sintetico, le strane creature divorano ogni tipo di oggetto, dagli stivali dei contadini alle protezioni di plastica utilizzate per preservare le piantagioni.
Quando finalmente le piccole bestiole vengono avvistate, Sverák si inventa un lirismo comicissimo che vede nella nuova specie un punto di congiunzione tra i disastri atmosferici prodotti dall’uomo e il tentativo di salvare i divoratori cercando l’habitat piú inquinato possibile, l’unico dove possono sopravvivere.
Attraversato da una serie di gag irresistibili che ricordano l’astrazione del cinema animato dell’est, ma anche quello anglofono degli anni ottanta, tra horror e slapstick (Raimi, Jackson, Dante), il film venne scambiato per un vero documentario dal pubblico ceco dell’epoca, per la differente percezione e influenza dei media alla fine degli anni ottanta.

Ed é certamente il gioco e l’ingenuitá fiabesca del film, insieme all’attenzione etnologica ad ambienti e volti, a rappresentare il margine di un cinema che non c’é piú e che era in grado di stupire prima ancora di diventare cinefilo e “intelligente”.

Michele Faggi