giovedì, Settembre 16, 2021

Scary stories to tell in the dark di André Øvredal, Festa del Cinema di Roma: recensione

Scary stories to tell in the dark è l'adattamento di André Øvredal dai racconti horror di Alvin Schwartz. Una casa infestata e le pagine di un diario bianco diventeranno a poco a poco la cornice per nuove e terrificanti storie di morte

Scary stories to tell in the dark è il film di André Øvredal tratto dai celeberrimi racconti di Alvin Schwartz. Siamo nel 1968 a Mill Valley, in Pennsylvania, durante la notte di Halloween e l’aspirante Scrittrice stella decide insieme ai suoi amici di dare una lezione al bullo della scuola attirandolo in una casa abbandonata e infestata dallo spirito di Sarah Bellows, ragazza torturata e uccisa dai propri familiari.
Quando lo spirito si manifesterà realmente, riempiendo di inchiostro le pagine bianche di un diario, Stella e i suoi amici diventeranno i protagonisti di una serie di storie di morte. 

Scary Stories to tell in the dark, la collaborazione tra André Øvredal e Guillermo del toro

La congiuntura che lega il celeberrimo Guillermo Del Toro, produttore e co-sceneggiatore del nuovo Scary stories to tell in the dark, al regista André Øvredal era, a ben vedere, già chiara prima dell’occasione del film che ne tenta ora la più compiuta visualizzazione, pur con un evidente – bonariamente familiare ma spesso ingombrante – vantaggio del primo sulla vocazione creativa del secondo.

Øvredal infatti, salito a bordo di un progetto già scritto in virtù di un’indiscussa affinità tematica, lo imprime di una messinscena inquieta che, adombrata dal feticcio affabulatorio di Del Toro, rischia però di passare quantomeno in secondo piano, costituendo invece la nota di merito di una storia già sentita e troppe volte ripetuta – con nulla in aggiunta al già detto – che prende corpo attraverso una formula narrativa trita, farraginosa, persino retorica.

Eccezion fatta per la natura burlesca dei mostri che mettono in gioco, le scary stories si arenano nella cornice dell’avventura di e per ragazzi, ormai da anni protagonista di nostalgici revival (Stranger Things con il seguito di produzioni inglobate dal contenitore Netflix o, al cinema, l’It di Andy Muschietti) che solo in pochi casi, e questo non è tra quelli, riescono a restituire la stessa forza empatica strabordante dal genio di Spielberg o dall’iconico Stand by me nei confronti dei propri personaggi.
Ispirato all’omonima antologia letteraria che compone a tutti gli effetti un tassello fondamentale nella costruzione di una mitologia americana in cui la stagione delle streghe occupa un ruolo di rilievo, Dark stories to tell in the dark segue le vicende travagliate e impreviste di un gruppo di amici – Stella, Auggie, Chuck e Ramon – che si muovono nella piccola ma arcana, come da miglior tradizione, cittadina di Mill Valley. Tra racconti terrificanti legati alla gotica casa abbandonata dei Bellows, vecchi segreti, e crimini inconfessati, sullo sfondo di quel 1968 cruciale per la storia degli Stati Uniti con l’elezione di Nixon e la partenza per il Vietnam di tanti giovani pronti a sparire, i quattro dipanano una noiosa matassa che, pur ulteriormente affossata da ridondanti rimandi della storia alla Storia, lascia intravedere quanto c’è di buono sul piano della costruzione della suspense e conduzione del sentimento orrorifico.
L’affinità tra Del Toro e Øvredal, si diceva, affonda le sue radici in una comune vicinanza ai territori immaginifici delle grandi narrazioni mitologiche (ad emblema: Trollhunters è la serie animata dell’uno, Troll Hunter è il mockumentary d’esordio dell’altro): se dell’autore messicano è noto il potere visionario di dare forma ai recessi del sogno e a quanto di deforme c’è nel meraviglioso, il regista norvegese ha già dimostrato (Autopsy) la propria attitudine a collocare nel significante i motivi della paura, riflettendo stilisticamente la diegetica ripetizione di antichi rituali che continuano a consumarsi nel presente.
Dunque, a compensare la vacuità narrativa del film, arrivano le incarnazioni grottesche degli spettri personali dei protagonisti – lo scetticismo, il rapporto difficile con il corpo adolescente, la gola, la guerra, la colpa – configurati attraverso un’edificazione discorsiva che indugia sui segni, anticipa e prepara la loro venuta. Intuizioni interessanti confinate entro una generale conformazione allo standard di genere che va per la maggiore.

Veronica Canalini
Critica Cinematografica iscritta al SNCCI. Si anche classificata al secondo posto al concorso di critica cinematografica “Genere femminile: quando le donne criticano il cinema” indetto da Artemedia, oltre a scrivere di Cinema per Indie-eye, si è occupata di critica letteraria per il Corriere del Conero.

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