Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Øvredal, salito a bordo di un già scritto in virtù di un’indiscussa affinità tematica, lo imprime di una messinscena inquieta che, adombrata dal feticcio affabulatorio di Del Toro, rischia però di passare quantomeno in secondo piano, costituendo invece la nota di merito di una storia già sentita e troppe volte.  

Di

La congiuntura che lega il celeberrimo Guillermo Del Toro, produttore e co-sceneggiatore del nuovo Scary stories to tell in the dark, al regista André Øvredal era, a ben vedere, già chiara prima dell’occasione del film che ne tenta ora la più compiuta visualizzazione, pur con un evidente – bonariamente familiare ma spesso ingombrante – vantaggio del primo sulla vocazione creativa del secondo.

Øvredal infatti, salito a bordo di un progetto già scritto in virtù di un’indiscussa affinità tematica, lo imprime di una messinscena inquieta che, adombrata dal feticcio affabulatorio di Del Toro, rischia però di passare quantomeno in secondo piano, costituendo invece la nota di merito di una storia già sentita e troppe volte ripetuta – con nulla in aggiunta al già detto – che prende corpo attraverso una formula narrativa trita, farraginosa, persino retorica.

Eccezion fatta per la natura burlesca dei mostri che mettono in gioco, le scary stories si arenano nella cornice dell’avventura di e per ragazzi, ormai da anni protagonista di nostalgici revival (Stranger Things con il seguito di produzioni inglobate dal contenitore Netflix o, al cinema, l’It di Andy Muschietti) che solo in pochi casi, e questo non è tra quelli, riescono a restituire la stessa forza empatica strabordante dal genio di Spielberg o dall’iconico Stand by me nei confronti dei propri personaggi.
Ispirato all’omonima antologia letteraria che compone a tutti gli effetti un tassello fondamentale nella costruzione di una mitologia americana in cui la stagione delle streghe occupa un ruolo di rilievo, Dark stories to tell in the dark segue le vicende travagliate e impreviste di un gruppo di amici – Stella, Auggie, Chuck e Ramon – che si muovono nella piccola ma arcana, come da miglior tradizione, cittadina di Mill Valley. Tra racconti terrificanti legati alla gotica casa abbandonata dei Bellows, vecchi segreti, e crimini inconfessati, sullo sfondo di quel 1968 cruciale per la storia degli Stati Uniti con l’elezione di Nixon e la partenza per il Vietnam di tanti giovani pronti a sparire, i quattro dipanano una noiosa matassa che, pur ulteriormente affossata da ridondanti rimandi della storia alla Storia, lascia intravedere quanto c’è di buono sul piano della costruzione della suspense e conduzione del sentimento orrorifico.
L’affinità tra Del Toro e Øvredal, si diceva, affonda le sue radici in una comune vicinanza ai territori immaginifici delle grandi narrazioni mitologiche (ad emblema: Trollhunters è la serie animata dell’uno, Troll Hunter è il mockumentary d’esordio dell’altro): se dell’autore messicano è noto il potere visionario di dare forma ai recessi del sogno e a quanto di deforme c’è nel meraviglioso, il regista norvegese ha già dimostrato (Autopsy) la propria attitudine a collocare nel significante i motivi della paura, riflettendo stilisticamente la diegetica ripetizione di antichi rituali che continuano a consumarsi nel presente.
Dunque, a compensare la vacuità narrativa del film, arrivano le incarnazioni grottesche degli spettri personali dei protagonisti – lo scetticismo, il rapporto difficile con il corpo adolescente, la gola, la guerra, la colpa – configurati attraverso un’edificazione discorsiva che indugia sui segni, anticipa e prepara la loro venuta. Intuizioni interessanti confinate entro una generale conformazione allo standard di genere che va per la maggiore.

André Øvredal
Scary Stories to tell in the dark
USA - 2019

Con Zoe Margaret Colletti, Michael Garza, Gabriel Rush, Austin Abrams, Dean Norris Gil Bellows, Austin Zajur, Natalie Ganzhorn.
Durata 108 min

 

Veronica Canalini

Veronica Canalini

Veronica Canalini studia Lettere moderne e contemporanee, Scrive di cinema e letteratura, coltiva interesse per l'arte tutta.