mercoledì, Febbraio 28, 2024

Sono Sion a Venezia 70, Why don’t you play in hell?: Sulla cinefilia ci scaracchio su

Avrebbe potuto essere incluso nel progetto Future Reloaded questo ultimo lavoro di Sono Sion, se non altro per la spinta ideale più evidente ad una prima, frettolosa visione,  che immerge in una sarabanda gore senza fine l’utimo rantolo di vita della pellicola e di un modo di fare Cinema totalmente modificato dalla mutazione digitale.

Don Hirata (Hiroki Hasegawa) torna indietro con la memoria al tempo dei suoi Fuck Bombers, un gruppo di fanatici-nerd del cinema che con un equipaggiamento Super 8 filmavano gli eventi in cui si imbattevano casualmente, quasi fossero la versione parodica, sgangherata e senza alcuna apparente volontà politica del gruppo di cineasti radicali di “The Man Who Left His Will on Film“, perchè come nel film del 1970 diretto da Nagisa Oshima, Sono Sion sembra porsi, con la maschera di un gioco delirante, questioni legate alla memoria del cinema, alla mutazione del concetto di identità e di autore.

Nel frattempo, una sanguinosa faida tra due clan Yakuza, quello di Muto (Jun Kunimura) e del suo rivale Jun Ikegama (Shinichi Tsutsumi) arriva alla conclusione di un capitolo con l’arresto di Shizue, la moglie di Muto, evento che si porterà dietro una serie di conseguenze disastrose per la famiglia, tra cui l’interruzione della carriera della figlia, la piccola Mitsuko, già nota per la pubblicità di un dentifricio, Jingle che Sono Sion utilizzerà in modo dinamico come vero e proprio “strano attrattore” per complicare i destini di alcuni personaggi.

Dieci anni dopo, Mitsuko fugge di casa lasciando improvvisamente il set di un film pagato dal padre, allo scopo di fare una sorpresa alla madre quando avrà finito di scontare la sua pena in carcere.

I Fuck Bombers si metteranno nuovamente di mezzo, è la loro occasione per prendere in mano il controllo del film, convincere il padre di Mitsuko e realizzare l’opera della loro vita, girando con vere 35mm, un equipaggiamento tecnico pagato dal clan Yakuza e l’imminente bagno di sangue con il clan reale che diventa, salvificamente, la sceneggiatura “en directe” del film stesso.

Sono sion, pur recuperando apparentemente la furia pop di “Love Exposure“, spinge l’acceleratore sull’ipertrofia e comprime fino al collasso la complessità narrativa del suo film più lungo; “why don’t you play in hell?“, ideato dal regista Giapponese 17 anni fa, pur nella sua esuberante e spastica comicità, è un ferocissimo attacco punk, non dissimile per certi versi dal cinema della Sushi Typhoon per propensione ludica ed energia demente, ma allo stesso tempo sembra macinare in un vero e proprio frullatore lo schema del cinema citazionistico in un massacrante tour-de-force fatto di brandelli, distorsioni, deturnanti riappropriazioni; perchè il brano “fake” che scimmiotta i Santa Esmeralda e che spinge il ritmo al massimo in una sequenza che toglie sostanzialmente le braghe a Tarantino, ha la stessa intenzione “terminale” dei ragazzini filmati da Romero in Diary of The Dead, quelli che scimmiottano il cinema dei “grandi” mimandone tutti in meccanismi industriali in un’inutile versione in miniatura, come raccontava Patrizio Gioffedi in questa recensione pubblicata su indie-eye.

Semplice amore per il cinema quindi? Credo di no, mi piace al contrario pensare, che quella ossessione di Sono Sion per i processi ritualistici che stanno alla base dell’organizzazione sociale siano ancora il suo obiettivo d’analisi; l’ultima perversione da comprendere o forse, l’ultima religione sulla quale scaracchiare, è la cinefilia.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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