martedì, Settembre 22, 2020

Styd (Shame) – di Yusup Razykov al Trieste Film Festival 2014: una storia di donne

Il 12 agosto 2000 il sottomarino nucleare lanciamissili Kursk affondò nel Mar di Barents con tutto il suo equipaggio di 118 persone durante un’esercitazione della flotta russa del nord.
Pochi giorni dopo l’affondamento cominciarono a circolare voci e ipotesi sulle cause del disastro e con tragica evidenza emersero responsabilità dei vertici militari dell’apparato ex sovietico, intenti a difendere i propri piani segreti al punto di rifiutare l’offerta di aiuto di Stati limitrofi che avrebbero impedito tante morti. Styd del regista uzbeko Yusup Razykov è fiction nella confezione del racconto cinematografico, ma è documento incontestabile di incidenti realmente avvenuti in manovre civili e militari di un arsenale russo fornito di potenti reattori nucleari privi di manutenzione adeguata.
Non è una novità neppure la pratica della disinformazione sistematica che la glasnost gorbacioviana ha solo scalfito. Una brutta storia, quella di Styd, con alle spalle una realtà che la critica socio-politica del Nuovo Cinema Uzbeko alla Russia post-sovietica non ha voluto si perdesse nelle pieghe della memoria.
Presentato in nove festival e ogni volta premiato, accuratamente censurato in patria, con il look tipico dei film a basso costo, Styd si colloca nel filone del cinema documentario pensato come visione di universi interiori, presa sul reale che fa luce su territori nascosti della psiche, svelamento di dinamiche sociali, conformismi, paure, ribellioni e sconfitte sotto forma di metafora.

Ma Styd è anche, e soprattutto, una storia di donne in un territorio ostile e in una condizione di subalternità impotente. Mogli di ufficiali di sommergibili in missione nell’area del Circolo Polare Artico, vivono nell’ universo concentrazionario di un sonnolento villaggio fra i ghiacci  della Penisola di Kola. Aspettano il ritorno dei mariti nei malinconici condomini che il razionalismo sovietico di età staliniana ha costruito ovunque, badando a bambini frignanti e adolescenti taciturne. Vivono in un clima di finta solidarietà e  calma apparente, ma si avverte ben presto la correnta carsica di nevrosi ai limiti della soglia critica che la percorre. Nel gruppo spicca Lena (Maria Semenova), donna orgogliosa e autonoma, sposata da un mese ad un ammiraglio che l’ha portata lì da San Pietroburgo. Fredda e distaccata, ma capace di autentica solidarietà quando se ne presenta l’occasione, non lega con le altre né condivide i loro rituali, e nemmeno rinuncia per amor di patria e di un marito fantasma ad una relazione con un allevatore di salmoni del posto. 

Chiusa come le altre in un appartamentino male illuminato, Lena non si adegua alla finzione della normalità che tutte s’impongono e che la presidentessa della comunità si preoccupa di far rispettare a tutti i costi. Ogni campo di concentramento ha le sue kapò, e la donna ha tutte le stimmate del funzionario di partito duro e mellifluo, vigile nel tenere a bada la situazione e smorzare sul nascere domande inopportune quando iniziano a circolare voci di incidente al sottomarino. Ma, nonostante la consegna del silenzio, il gruppo comincia pian piano a sgretolarsi, emergono paure, nevrosi, le crepe si allargano fino ad esplodere in comportamenti irrazionali o chiusure a riccio nelle proprie ossessioni. Merito del regista aver evitato derive sensazionalistiche, il processo drammatico della composizione poggia su uno stile ellittico che raggela le punte emotive in silenzi siderali, resi ancor più stranianti dalle vaste panoramiche su scenari di biancore accecante e superfici acquee piatte, percorse da bagliori di metallo argentato.Sotto quelle gelide distese azzurrine il sommergibile, come dice una voce “si è adagiato sul fondo”.

Film compatto e corrosivo, un senso di profondo smarrimento si respira in ogni scena, mentre la critica al potere e l’affondo sulla condizione femminile in Russia sono affidate ad immagini più eloquenti del linguaggio, diventato una discarica di menzogne e contraffazioni.

Abbiamo bisogno di una guerra, non sappiamo come vivere in un altro modo, che cosa siamo senza guerra … siamo tutte sposate alla guerra ” dice una di loro. E’ questa la vergogna che il titolo urla con voce sicura. Nel finale sfumano i colori dell’aurora boreale ripresi da una magnifica fotografia, dopo tornerà il buio a pesare per gran parte dell’anno, dentro e fuori.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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