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The Laundromat di Steven Soderbergh – Venezia 76, Concorso: la recensione

[perfectpullquote align=”full” bordertop=”false” cite=”” link=”” color=”#fcba03″ class=”” size=””]Sinossi: La vacanza idilliaca di Ellen Martin prende una piega impensabile, inizia allora ad indagare su una falsa polizza assicurativa, solo per ritrovarsi in una vera e propria trappola, costituita da affari discutibili che possono essere collegati a uno studio legale di Panama City e al suo interesse nell’aiutare i più ricchi del mondo, dove i cittadini accumulano fortune ancora più grandi. Jürgen Mossack, il fondatore, e il socio Ramón Fonseca sono esperti nel trovare tutte le connessioni necessarie per aprire conti offshore e aiutare a prosperare i potenti.[/perfectpullquote]

Sembra quasi che non ci sia una questione più importante, nel contesto dei ragionamenti sulla forma, della riflessione autocosciente del digitale sul concetto di tangibilità e quindi del ruolo del cinema contemporaneo su quello che racconta. Steven Soderbergh continua a pensare al riguardo ma declina questo pensiero in direzioni sempre differenti per aggiungere sfumature alla sua speculazione: con The Laundromat utilizza la recente vicenda dei Panama Papers proprio per guardare da un’altra prospettiva, apparentemente lontana dalla materia ma in realtà perfettamente calzante per veicolare il discorso verso il nucleo del suo interesse.

Lo scandalo finanziario e sociale che prende il nome dal principale fascicolo attraverso cui venne scoperta l’esistenza del meccanismo delle società offshore, è una piattaforma ottimale per mettere in scena ciò che è tangibile e ciò che non lo è, ciò che si vende per tangibile e ciò che invece sembra intangibile e invece è il suo contrario: Soderbergh riconosce nell’analisi di come la virtualità delle valute ha influenzato la geopolitica e di come le nuove forme del capitale si sono intrecciate nella vita delle persone la prova contemporanea più evidente del dominio contrattuale dell’intangibilità.

La storia che racconta infatti, pur essendo costruita con grande mestiere narrativo tra grilletti narrativi a teoria farfalla, flash aneddotici e momenti autoparodici, è interessata soprattutto alla soggettiva di un individuo concreto, di una vittima che soffre la potenza fantasmatica e tentacolare del sistema, e versa nella piena matericità (Meryl Streep è brava a essere un corpo doloroso ma reattivo nell’intrico del digitale).

Seguendo il personaggio e allo stesso tempo una moltitudine di altri individui all’interno di un organigramma complesso e pieno di intertestualità (proprio come il panorama virtuale) il regista americano costruisce un campo contro-campo prolungato che dedicandosi appunto ora alla risposta emotiva di una persona reale ora alla complessità del mondo giuridico-finanziario mette di fronte allo scontro tra tangibile e intangibile e alla partita sotterranea a cui gioca il mondo mentre respira.

Ma il discorso come si diceva non termina qui, anzi, prosegue e si sublima con un ingrandimento di scala: il duello si verifica anche nel territorio del meta testo, dove la forma ragiona sulle possibilità della rappresentazione, sulla fonte di realtà nella digitalizzazione, su cosa sia, a livello cinematografico, la tangibilità.

L’evoluzione del mezzo può ancora permettere di dire qualcosa di fisico? Se il significante del linguaggio è smaterializzato il significato può essere concreto? Il finale – smascheramento progressivo, rigurgito del reale ai danni della forma ultra-stratificata e ultra finzionalizzata – è una provocazione sorprendente, ma non una risposta.

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