Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

In concorso al recente Festival di Toronto e presentato nella selezione dedicata al cinema Finlandese nell'appena concluso Love & Anarchy, il festival del cinema Internazionale che ogni anno si svolge a Helsinki, Heart of a Lion è l'ultimo lungometraggio di uno dei registi Finlandesi più conosciuti in patria, Dome Karukoski. 

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Dome Karukoski è un autore dai grandi numeri in territorio Finlandese, i suoi quattro lungometraggi hanno riscosso un successo sempre crescente, tanto da poterli definire come dei veri e propri blockbuster, almeno tra i confini della terra natale. Heart of a Lion è stato presentato in concorso alla recente edizione del Toronto Film Festival e faceva parte dell’annuale focus sul cinema Finlandese al Festival Internazionale di Helsinki, Love & Anarchy, in programmazione fino allo scorso 29 settembre. L’attenzione di Karukoski per le contraddizioni delle politiche di welfare, declinata con una certa eterogeneità attraverso la sua filmografia, torna con accenti più drammatici con Heart of a Lion, film che non ha tempi così diversi da Lapland Odissey, il precedente titolo dal regista Finlandese; siamo certamente dalle parti del dramma socio-razziale, ma la contrattissima struttura drammatica e spaziale e i continui sfaldamenti del senso, avvicinano il film alla mobilità della commedia.

Le immagini introduttive a sfondo quasi rituale, dove una testa rasata viene tatuata con simboli di cui ancora non conosciamo il senso, ci introducono alle vicende di Teppo (Peter Franzen), uomo dai metodi spicci, appena uscito di prigione e alla ricerca di una sistemazione lavorativa. Dopo un colloquio di lavoro andato male conosce Sari (Laura Birn) cameriera in un diner; basta uno scambio di battute e i due si ritroveranno a casa della donna a scopare furiosamente; quando Sari scoprirà il torace nudo dell’uomo, riconoscerà sul suo corpo una serie di tatuaggi a sfondo ultra nazionalista e spaventata lo caccerà di Casa. Teppo, che è leader di una piccola organizzazione neonazista locale, non ne capisce i motivi, il gesto di Sari è totalmente istintivo e privo di spiegazioni; proprio per questo l’uomo non mollerà e con insospettabile tenerezza riuscirà ad avvicinarla di nuovo. È da questo momento in poi che Karukoski lavorerà sull’identità di Teppo evidenziando una sua possibile evoluzione attraverso il contrasto tra sentimenti e istinto e complicando la tessitura del racconto con continui elementi sorpresa sviluppati entro la cornice del dramma, confini come si diceva che spingono in modo centrifugo verso la commedia di situazioni contenendo l’esplosione tragica sempre un momento prima che divventi irreparabile.

Sari ha un figlio, Rhamu (Yusufa Sidibeh), nato da una precedente relazione con un uomo di origini africane e Teppo, forzando al limite la sua formazione, cercherà di avvicinarsi al ragazzo come se fosse il padre; la sceneggiatura scritta da Aleksi Bardy punta a confrontare più di un percorso di formazione; quello di Rhamu, alla ricerca di un’identità solida con cui confrontarsi, la difficile conciliazione di Teppo con il suo passato e l’arrivo di Harri (Jasper Paakkonen), il fratello fuori di testa, militare cacciato dall’esercito per una serie di incidenti a sfondo razziale, iperviolento, dinamitardo e con uno zaino pieno di bombe a mano.

Karukoski conduce questa stratificazione con un’organizzazione dinamica dello spazio famigliare, ambientando nella casa di Sari l’intrico dei conflitti sociali mentre la donna è in ospedale incinta di Teppo e questi dovrà per forza badare al figlio meticcio.

A un certo punto, nella forzatura di alcuni elementi del racconto, sembra che il regista Finlandese ci mostri una società attraversata dal sospetto e dal risentimento, dove la deriva nazista è solamente l’aberrazione più esplicita di un’indifferenza che permea la struttura sociale Finlandese; i ragazzini di buona famiglia che bulleggiano Rhamu a scuola, Teppo che si trova sua malgrado a difenderlo senza riuscire a controllare l’esplosione emotiva, il gruppo di genitori furiosi che vogliono ristabilire l’ordine delle cose armati di bastoni e con l’intenzione di organizzare un linciaggio, Harri che lancia bombe invece di parlare e che non a caso si farà esplodere in mezzo ad un campo quando il cortocircuito diventerà intollerabile.

Con un’eccessiva paura di perdere il controllo e un contenimento molto forte del lato emozionale che spesso denuncia una certa paura di ferire fino in fondo, il film di Karukoski risulta comunque interessante nel tentativo di decentrare le azioni del collettivo neonazista in un contesto molto più complesso; il male assoluto non viene chiuso in un recinto di sicurezza rappresentativa, ma confuso con il generale senso di isolamento che colpisce la società Finlandese, dove l’intolleranza si manifesta anche senza segni di riconoscimento; il cedimento di Harri, per esempio, non gli farà rinnegare le sue posizioni oltranziste, ma proprio per questo lo metterà in una condizione intollerabile, come quella del confronto tra identità e perdita della stessa. Anche l’ultima sequenza, traumatico rituale rovesciato, sfiorerà il confine tra tragedia che imrpovvisamente, quando tutto sembra nuovamente perduto, mostra un’apertura verso la commedia confermando l’interesse di Karukoski per la confusione dei segni, più che quella verso scelte improbabili, come ha ingiustamente rilevato molta stampa statunitense, molto attenta in questi casi ad un equilibrio che sia politicamente corretto.

Dome Karukoski
Heart of a Lion
Finlandia - 2013

Con Peter Franzén, Laura Birn, Yusufa Sidibeh, Jasper Pääkkönen, Pamela Tola
Durata 95 min
Titolo originale Leijonasydän