Close to you di Dominic Savage: recensione

Disforie come problematiche dello sguardo. Sul nuovo film di Doninic Savage, ancora inedito in Italia

La collocazione parzialmente televisiva di Dominic Savage, entro una tradizione britannica specifica che ha caratterizzato nei decenni autori come Ken Loach, Alan Clarke e Mike Leigh, non ha consentito una capillare attenzione critica oltremanica sui suoi eccellenti lavori.
Una delle serie più belle del decennio, “I Am…” è ancora inedita in Italia e ad eccezione di The Escape, prima effettiva produzione del regista inglese destinata alle sale, Savage rimane per noi un autore virtualmente sconosciuto.
Non cambia il suo approccio da un media all’altro, mantenendo una qualità confessionale e fortemente cinematografica, capace di riscrivere dall’interno i codici del kitchen sink drama, con un’aderenza empirica ai personaggi, dove il lavoro sulle sollecitazioni centrifughe dell’immagine, sul fuori campo e sulla disamina delle dinamiche relazionali, riesce a delineare alcuni tra i ritratti contemporanei più approfonditi sui desideri e le aspettative del mondo femminile.
Quelle di Savage sono opere dell’interiorità, che riescono a raggiungere il non dicibile attraverso l’attenzione minima ai gesti e la costante irruzione di uno sguardo “alieno”, che complica e arricchisce la nostra idea di “reale”, anche al Cinema.

Ecco perché l’etichetta di realismo sociale con cui spesso sono liquidati i suoi film, è del tutto stretta per un cinema che pur dialogando con certe fenomenologie, punta ad una maggiore libertà contemplativa, anche nella mappatura attenta di un solo volto.
Close to You, ancora inedito in Italia, oltre a mantenere rigore e coerenza di fondo, è stato mediaticamente assorbito dalla presenza di Elliot Page nel suo primo ruolo cinematografico post-transizione, creando di fatto alcune sovrapposizioni extra-testuali, dove il riflesso del coming out, rende il film un oggetto ibrido tra finzione e documento. Allo stesso tempo Savage evita accuratamente i tropi di quel cinema che affronta la transizione attraverso lenti didattiche, cautelative oppure costruendo una retorica vittimaria.
Comincia allora in medias res, facendoci conoscere il viaggio verso le proprie radici di una persona che ha già scelto la sua dimensione in un contesto familiare ostile.
C’è inoltre una ricerca irriproducibile di autenticità proprio nella vicinanza intima al personaggio con tutti gli elementi del quotidiano, favorendo attraverso il gesto, la postura e l’espressività, codici incorporati che non possono essere affidati al valore esplicativo, e quindi omologante, della parola.

Tutte le tematiche del cinema di Savage tornano quindi al centro, a partire dal ruolo della famiglia, come dispositivo utile per indagare le ragioni più nascoste che determinano le forme dell’oppressione.
Mantiene quindi una corrispondenza etica tra metodo e soggetto, rappresentando un uomo trans che abita spazi comunitari difficili, attraverso la vulnerabilità performativa e una conoscenza corporea specifica. Il cortocircuito tra rappresentazione e rimessa in scena del reale è vertiginoso per intensità ed empatia e aveva probabilmente raggiunto l’apice con “”I Am Ruth” del 2022, a tutt’oggi ultimo episodio della serie inaugurata nel 2019, incentrato sulla relazione tra i personaggi interpretati da Kate Winslet e Mia Threapleton, madre e figlia nella realtà e nella finzione.
Le paure interiori della prima, prendono corpo in un dramma della cura, dell’attenzione e della protezione, che si inventa certamente tutte le occorrenze drammaturgiche, per consentire alle interpreti di rintracciare un grado di verità molto alto, attraverso un movimento catartico.

Close to you ripete il miracolo con la storia di Sam, uomo trans che torna in Ontario nella sua città natale, per festeggiare il compleanno del padre, dopo anni di assenza. Il viaggio emotivo dell’uomo culmina con la riunione familiare, dove viene nuovamente messo di fronte a tensioni irrisolte, incomprensioni sociali e aggressioni interne al nucleo. Katherine, vecchia amica d’infanzia, offrirà al giovane la possibilità di recuperare forse l’unica connessione autentica che affonda le radici nella sua storia personale.
Nell’esplorare quindi le conseguenze dell’isolamento e il bisogno di riconoscimento entro i confini dell’appartenenza, è interessante proprio che Katherine sia interpretata dall’attrice sorda Hillary Baack e che Savage eviti, deliberatamente, di inserire il personaggio in una dinamica escludente, semplicemente caratterizzandolo come parte di un mondo più ampio. Scopriamo quindi Katherine per il modo in cui parla e si racconta, ma questo non determina alcun giudizio di valore rispetto all’inserimento in un contesto collettivo.
I dialoghi tra Sam e Katherine, diventano potentissimi per il modo in cui le fragilità individualii emergono naturalmente dalla voce, dai gesti e da volti che comunicano altre lingue.

Nell’impossibilità di una legittimazione famigliare, Savage isola i due personaggi in uno spazio possibile che deve rilanciare il sentimento di amicizia tra due donne improvvisamente interrotto e trasformarne i presupposti in altre potenziali direzioni. Anche su questo le possibilità rimangono aperte, ma è interessante la fenomenologia di un sentimento in nuce, che può radicarsi entro confini non ancora previsti. Più di quel cinema che mostra la mutazione e la trasformazione dei corpi, Savage interiorizza con una strategia apparentemente legata al reale, una dimensione indicibile che attiene ai sentimenti.

Allo stesso tempo, nel contesto più strettamente familiare, il ritorno a casa non può accedere sotto il segno della nostalgia, perché un’infanzia vissuta in un corpo e in un’identità non più riconoscibile, appartiene maggiormente ai desideri dei genitori. L’infanzia dell’uomo non è quindi recuperabile, tanto da creare dissapori, fratture e piccole forme di alienazione temporale.
Ecco che i rituali della festa, la circolarità mnestica della tavola imbandita, rendono Sam come un fantasma che non può occupare gli spazi ritenuti vacanti dalla sua famiglia. Katherine, pur legata allo stesso periodo formativo di Sam, grazie ad un’apertura trasformativa del desiderio, spalanca altre temporalità e proietta verso il futuro la creazione di un nuovo legame.
Savage è davvero attento ai dettagli che solo lo sguardo può cogliere, dalle foto dell’infanzia e dell’adolescenza assicurate con un magnete sul frigorifero, al modo in cui queste stesse immagini assumono un valore quasi perturbante in relazione ad un mondo fissato nel desiderio altrui.

Come accadeva in The Escape e nel bel videoclip sempre interpretato da Gemma Arterton e diretto da Savage per Jesse Ware, la relazione tra interno ed esterno, ovvero casa, città e individuo, mostra spazi di transizione che alternativamente rappresentano prigioni o liberazioni dell’anima.
Da sempre, il cinema del regista inglese, evita le paludi del sociologismo medicale o giuridico, descrivendo in questo caso la disforia come problematica dello sguardo. Quello altrui la produce e crea disfunzione per un’inadeguatezza che esiste solo nell’occhio istituzionale. Se quindi quello famigliare costringe Sam ad oggettivare il proprio corpo con un avvitamento che ben descrive la sensazione di vedersi visti, Savage non cede alla facile scorciatoia della transfobia come elemento socialmente identificabile e codificabile.
Al contrario, questa emerge entro la cornice di un nido apparentemente accogliente, ma che ha basato quell’accoglienza su precise coordinate ideologiche.
Ancora una volta, la lentezza contemplativa di Savage, riesce a mantenere incredibile vitalità per la costante conservazione di un grado d’urgenza emotiva molto forte.
Il tempo è forse più vicino di altri autori contemporanei al cinema di John Cassavetes, anche per il grado di improvvisazione assegnato ai personaggi, all’utilizzo molto ridotto della sceneggiatura come dispositivo di controllo del set, all’impiego di una scrittura che cerca negli attori una forte corresponsabilità autoriale, aspetto quest’ultimo che rende i film di Savage vere e proprie avventure dell’esperienza.

[Immagine elaborata da Michele Faggi con strumenti AI generativi e riferimenti/innesti fotografici originali realizzati da Michele Faggi © indie-eye 2026 ]

Close to You di Dominic Savage, Canada UK 2024 – 99 min
Interpreti
: Elliot Page, Hillary Baack, Peter Outerbridge, Wendy Crewson
Sceneggiatura: Dominic Savage da una storia di Dominic Savage e Elliot Page
Fotografia: Catherine Lutes
Montaggio: David Charap
Mosica: Oliver Coates, Dominic Savage

Michele Faggi
Michele Faggihttps://www.indie-eye.it/cinema
Michele Faggi è il fondatore di Indie-eye. Videomaker e Giornalista regolarmente iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana, è anche un critico cinematografico. Esperto di Storia del Videoclip, si è occupato e si occupa di Podcast sin dagli albori del formato. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato per 20 anni di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e nuovi media.
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